La guerra in Siria: il punto della situazione

Fonte dell’immagine di copertina: tg24.sky.it

La guerra scoppiata in Siria nel marzo del 2011 si trascina ormai da quasi cinque anni, ma la tensione non accenna affatto a diminuire. Secondo  l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR) tra il marzo del 2011 e il dicembre del 2015 sono state uccise 260.758 persone, di cui 76.000 civili (poco meno di un terzo). L’UNHCR ha invece reso pubblici i dati, aggiornati al 29 agosto 2015, che stimano a 4.088.078 il numero di rifugiati siriani espatriati, molti dei quali in Libano e in Turchia. A questi si devono aggiungere gli 8 milioni circa di siriani sfollati all’interno del Paese. Le conseguenze del grave conflitto siriano sono sotto gli occhi di tutti: i migliaia di profughi che si riversano nei Paesi limitrofi e provano a raggiungere i confini europei, l’avanzata dell’ISIS e i frequenti bombardamenti ad opera della coalizione internazionale che mirano a distruggere gli obiettivi sensibili e i pozzi petroliferi in mano al Califfato. Ma della guerra vera e propria che devasta il Paese e terrorizza la popolazione inerme non se ne parla mai in modo chiaro e dettagliato.

Fonte: dirittodicritica.com

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Cerchiamo di fare il punto della situazione, tornando alle origini della guerra fino a risalire agli eventi più recenti, delineando gli schieramenti e gli interessi che muovono le diverse potenze all’interno del conflitto.

ALLE ORIGINI DEL CONFLITTO

L’origine del conflitto si fa risalire al 15 marzo 2011, quando migliaia di cittadini scesero in piazza a manifestare a Damasco ed Aleppo, le due città più grandi del Paese, per protestare contro il regime del presidente Bashar al-Assad, in carica dal 2000. Nei giorni seguenti il regime reagì duramente arrestando i dissidenti, compiendo uccisioni, torture e facendo sparire gli oppositori ma senza riuscire a bloccare il movimento di protesta. In poche settimane, infatti, le proteste si allargarono a macchia d’olio in tutta la Siria e il regime fu costretto a mandare l’esercito nelle strade, attuando una repressione spietata.

In risposta a questo clima di violenza e intimidazione, i manifestanti iniziarono ad assaltare le caserme delle forze di sicurezza e a impossessarsi delle loro armi. Costretti a sparare sulla folla, alcuni soldati dell’esercito decisero di disertare ed unirsi ai manifestanti.  Il 29 luglio 2011 un gruppo di ufficiali disertori crea l’Esercito siriano libero (Free Syrian Army, FSA). Questo evento modifica sensibilmente l’evoluzione dell’opposizione, che, da questo momento, si trasforma in un vero e proprio esercito combattente con lo scopo di destituire il governo baatista. L’FSA inizia a creare una catena di comando e ad organizzare i gruppi ribelli, fornendo loro le armi e l’addestramento. Gli scontri diventano così molto più violenti e, al posto delle dimostrazioni di piazza, si mettono in atto guerriglie, sabotaggi e imboscate. Le forze armate governative reagiscono mettendo in campo l’aviazione e la marina. È l’inizio della guerra civile che dura ancora oggi, ma i cui confini si sono estesi ben al di là di quelli siriani.

Tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 nello schieramento dei ribelli cominciarono ad arrivare sempre più combattenti stranieri. Alcuni di loro si arruolarono nella FSA, altri, invece, fondarono brigate e bande autonome. Fra loro si trovava un gruppo di guerriglieri provenienti dall’Iraq, che aveva combattuto insieme ad Abu Musab al Zarqawi, capo di al Qaida in Iraq. Questi, assieme ad altri miliziani, formarono il 23 gennaio 2012 il Fronte al Nusra, un gruppo di stampo estremista, unico “esponente” ufficiale di al Qaida in Siria. Inizialmente i soldati dell’FSA accettarono di combattere insieme ad al Nusra e manifestarono il proprio dissenso nei confronti della decisione degli Usa di inserire il gruppo nell’elenco delle organizzazione terroristiche. Col passare del tempo, però, al Nusra si rivelò più abile dei ribelli nel raccogliere fondi dall’estero e ad attrarre volontari, e così i rapporti tra i due gruppi cominciarono a deteriorarsi.

Bashar al-Assad. Fonte: telegraph.co.uk

Bashar al-Assad. Fonte: telegraph.co.uk

Tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013 molti esperti parlano di questa fase della guerra siriana come di una “guerra per procura“:  tramite gruppi di miliziani locali, in Siria sono entrati in competizione i Paesi arabi sunniti, fra cui alcuni di quelli che finanziano i ribelli (Qatar, Arabia Saudita, Turchia), e i paesi (l’Iran) e i gruppi (Hezbollah) sciiti della regione, che appoggiano il regime di Assad.

DA GUERRA CIVILE A GUERRA INTERNAZIONALE

Il 3 giugno 2014 si svolgono in Siria le elezioni presidenziali, che, nonostante le accuse di brogli elettorali da parte dei Paesi occidentali e del mondo arabo sunnita, confermano Bashar al-Assad  a capo del Paese per la terza volta. Contemporaneamente allo svolgimento delle elezioni in Siria, si verifica una sequenza di episodi che stravolgono l’andamento della guerra civile. Lo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (Is), già attivo nell’ovest dell’Iraq, a inizio giugno scatena un’improvvisa offensiva nel nord del Paese e rapidamente conquista diverse città. L’avanzata del gruppo terrorista provoca la fuga di 500.000 persone e apre una profonda crisi politica in Iraq. I miliziani entrano in possesso di un’enorme quantità di armi di fabbricazione americana abbandonati dall’esercito e di centinai di migliaia di dollari saccheggiati dalle banche cittadine. Nel mese di giugno si susseguono i successi dell’ISIS, che assume il controllo di numerose città irachene e riesce a impadronirsi di una lunga fascia di confine tra Iraq e Siria, da cui possono ora passare liberamente armi e combattenti. Il 29 giugno 2014 il leader dell’ISIS, Abu Bakr al-Baghdadi, annuncia l’instaurazione del califfato nei territori controllati tra Siria e Iraq e chiede a tutti i musulmani di aderirvi.

La rapida avanzata dell’ISIS nel nord e nell’est dell’Iraq nell’estate del 2014 e l’incapacità militare e politica di Damasco di contrastarla, destano profonde preoccupazioni nei governi occidentali e, in particolare, in quello americano. Il premier iracheno Nuri al-Maliki invoca l’intervento internazionale e si rivolge direttamente agli Stati Uniti, chiedendo un immediato supporto aereo. Tali eventi trasformano la guerra civile in un conflitto di dimensioni internazionali. Viene organizzata una coalizione che raggruppa 11 paesi occidentali, inclusa l’Italia, che però offre solamente supporto logistico, aiuti umanitari ai profughi e armamento leggero alle milizie curde irachene. Queste ultime, infatti, non va dimenticato che continuano a combattere l’ISIS nel nord-est della Siria, fin dal luglio del 2012. La posizione curda è, però, di fatto completamente indipendente sia dai ribelli siriani che dal governo centrale. I ribelli sono considerati degli alleati, ma vengono visti con scetticismo per i legami instaurati con la nemica Turchia e per la presenza di fazioni islamiste radicali.

Fonte: spondasud.it

Fonte: spondasud.it

Il 22 settembre vengono effettuati i primi bombardamenti sul territorio siriano. La coalizione guidata dagli Stati Uniti comprende 5 nazioni arabe: Bahrein, Giordania, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Tra i primi obiettivi vi sono tutti i principali centri urbani controllati dall’ISIS, tra cui Raqqa e, inaspettatamente, anche postazioni del Fronte al-Nusra. L’inattesa inclusione del Fronte al-Nusra nell’attacco provoca una dura reazione da parte delle altre formazioni ribelli siriane, tra cui l’Esercito siriano libero, che teme un diretto rafforzamento delle truppe governative e un travaso di miliziani verso l’ISIS allo scopo di combattere gli Stati Uniti come “nemico comune”.

Il 26 gennaio 2015 le milizie curde annunciano che la città di Kobane, messa sotto assedio dall’ISIS da più di quattro mesi, è stata liberata ed è completamente sotto il loro controllo. Dal mese di febbraio si intensificano le operazioni militari su tutti i fronti della guerra civile. Le milizie curde di Unità di Protezione Popolare (YPG), braccio armato del Comitato Supremo Curdo, con il fondamentale appoggio dell’aviazione americana e alcune unità dell’Esercito Siriano Libero, riescono in un mese a riconquistare tutte le cittadine curde della regione a sud di Kobane perse tra ottobre e dicembre 2014. Da questo momento fino al mese di maggio le forze governative siriane si trovano a vivere una situazione di grave svantaggio nei confronti dei ribelli, aiutati indirettamente dalle milizie curde. Queste ultime durante tutta l’estate del 2015 riescono ad avanzare considerevolmente  nel nord del Paese, mettendo a segno importanti conquiste ai danni dell’Is.

GLI ULTIMI EVENTI

Sebbene la Federazione Russa abbia sostenuto politicamente e militarmente il governo siriano fin dalle prime fasi del conflitto, a partire da settembre 2015 si verifica una sensibile intensificazione dei contatti tra i due governi. Il 15 settembre gli Stati Uniti dichiarano che truppe russe stanno allestendo un nuovo aeroporto con annessa base militare. Il presidente russo Vladimir Putin tenta anche di modificare la posizione occidentale nei confronti del governo siriano, allo scopo di includerlo in un futuro processo di pace. Inoltre, a seguito della crisi dei profughi siriani in Europa iniziata durante l’estate, Austria, Spagna, Germania e Regno Unito affermano di essere disposti a trattare con il presidente siriano Bashar al-Assad. Tale posizione viene accettata anche dalla Turchia e da Israele. Il 30 settembre 2015 gli aerei russi eseguono i primi raid in territorio siriano. I bombardamenti, a differenza dei raid dell’aviazione americana, non colpiscono solamente le aree controllate dall’ISIS, ma si estendono su quasi tutto il territorio siriano controllato dai ribelli, che, in risposta, creano un “comitato congiunto” composto da 41 fazioni per coordinare le operazioni di difesa.

Grazie al sostegno dell’aviazione russa, l’esercito siriano riesce ad ottenere significativi successi militari nei territori controllati dai ribelli e dall’Is, riprendendo il controllo della città di Aleppo. Il periodo compreso tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 vede incrementare l’attività su quasi tutti i fronti siriani. Nella maggior parte dei casi è l’esercito siriano che intraprende azioni offensive, giovando dell’efficace supporto aereo russo.

siria

Fonte: http://www.limesonline.com/tag/siria

Ma l’Is sembra ancora intenzionato a spargere terrore e distruzione. È  di domenica scorsa, infatti, la notizia dell’uccisione di almeno 300 civili e il rapimento di altri 400 da parte dei jihadisti dello Stato Islamico in seguito a un assalto nella città siriana di Deir Ezzor, ad est del Paese. I rapiti, quasi tutti sunniti, includono donne, bambini e membri delle famiglie dei combattenti per il regime. Se confermata, si tratterebbe di una delle più grandi stragi dall’inizio della guerra civile in Siria.

Aleppo. Fonte: nena-news-it

Aleppo. Fonte: nena-news-it

Il 20 gennaio l’agenzia russa Tass dichiara che gli aerei da guerra russi avrebbero distrutto 579 obiettivi terroristici con 157 operazioni compiute negli ultimi quattro giorni in territorio siriano. Le missioni sarebbero state compiute nelle province di Aleppo, Deir ez-Zor, Homs, Hama, Raqqah e Latakia. Secondo quanto dichiarato dal portavoce del ministero della Difesa, Igor Konashenkov, gli attacchi compiuti nella provincia di Deir ez-Zor avrebbero portato all’uccisione di 60 presunti militanti dello Stato Islamico che, proprio in questa regione, avrebbero attuato il massacro dei 300 civili pochi giorni prima.

L’Osservatorio siriano dei diritti umani, sempre in questi ultimi giorni, invece, ha riferito, che oltre mille civili sono stati uccisi nei raid aerei della Russia in Siria negli ultimi quattro mesi. I raid avrebbero ucciso precisamente 1.015 civili, fra i quali quasi 400 fra donne e bambini, oltre che duemila combattenti.

LA CRISI UMANITARIA

In questi giorni gli occhi dei media e della comunità internazionale sono puntati sulla città di Madaya, 40 chilometri a ovest di Damasco, dove  42mila persone stanno letteralmente morendo di fame, dopo sei mesi di assedio dal parte delle truppe governative di Damasco e delle milizie libanesi sciite di Hezbollah. In questa cittadina siriana al confine con il Libano, i bambini per sopravvivere sono costretti a mangiare le foglie dagli alberi e i civili a cibarsi di cani e gatti.

Un primo convoglio di aiuti umanitari di Nazioni Unite (UN), Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) e Mezzaluna Rossa Araba Siriana (SARC)  è arrivato a Madaya la mattina dell’11 gennaio. Sono i primi due di un convoglio di 40 camion che trasportano alimenti, coperte e medicinali. Lo ha annunciato il portavoce del Comitato internazionale della Croce Rossa, Pawel Krzysiek, aggiungendo che un altro convoglio di aiuti è arrivato anche a Foua e Kafraya, i due villaggi sciiti nella provincia settentrionale di Idlib.

I medici siriani, supportati da Medici Senza Frontiere (MSF), confermano che a Madaya altre cinque persone sono morte di fame dopo l’arrivo del primo convoglio. Gli ultimi decessi fanno salire così a 35 il numero di persone decedute per mancanza di cibo. L’Onu ritiene che a soffrire di denutrizione nell’area siano almeno 400mila persone.

Lavrov e John Kerry. Fonte: tg24.sky.it

Lavrov e John Kerry. Fonte: tg24.sky.it

Nel frattempo i ministri degli esteri russo e americano, Sergei Lavrov e John Kerry, si sono incontrati lo scorso mercoledì a Zurigo per preparare i colloqui di Ginevra. Fra i due Paesi resta il disaccordo sulla lista dei gruppi dell’opposizione che potranno sedersi al tavolo di Ginevra. La Russia non appoggia la decisione dell’Arabia Saudita – alleata degli Usa sul piano geopolitico – di inserire tre organizzazioni da lei considerate terroristiche:  Fajr al Islam, Jaish al Islam e Jund al Aqsa. A questo nodo da sciogliere, se ne aggiunge anche un altro: le richieste da  parte del coordinatore generale Riyad Hijab di una serie di condizioni preliminari che la controparte dovrà accettare: l’immediata cessazione dei raid aerei da parte dei lealisti e dei loro alleati russi, la rimozione dell’assedio a città, villaggi e in generale alle zone abitate, e la liberazione dei prigionieri “in conformità” con la risoluzione numero 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata all’unanimità il 18 dicembre scorso e in cui si indicano le tappe del processo di normalizzazione in Siria. Non solo: gli oppositori pretendono il riconoscimento della propria rappresentanza come l’unica legittimata a partecipare alle trattative. “Se si aggiungono una terza parte o una qualche altra personalità”, ha ammonito, alludendo al tentativo vero o presunto di Mosca di coinvolgere gruppi filo-governativi, “non ci sederemo al tavolo”.

I colloqui di pace fra governo siriano e gruppi di opposizione dovrebbero cominciare il 25 gennaio a Ginevra, come previsto, ma dati i presupposti alquanto instabili e traballanti, la realizzazione l’eventuale successo di questi colloqui appaiono sempre più sfumati ed incerti.

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Nato nel 1993 a Roma, studia Lettere moderne presso l'Università degli Studi di Roma tre. Persona eclettica e curiosa, da sempre appassionato di scrittura e lettura, coltiva il sogno di diventare giornalista. Gestisce anche un blog personale: http://aleftsworld.wordpress.com/ . COLLABORATORE SEZIONE ESTERI


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