La pesce spada e il clandestino

Se il  mare s’ arrabbia, s’accende del colore del sangue che dal profondo  riemerge sulla superficie delle onde. Certe tragedie possono  accadere solo di notte. Allora tutto sembra diverso. I  fuochi fatui scintillano sulla cresta del mare come le lanterne accese in un cimitero.

Quello che stava per accadere era solo un gioco per il mare.

Le onde toccavano il cielo per poi  infrangersi sulle chiatte che alleggerite dall’usura del tempo volavano come aquiloni sulla cresta delle onde per disintegrarsi all’orizzonte.   Il mare rideva a largo ma  poi rideva fragorosamente a riva, quasi fosse un bimbo intento nel suo gioco. Era quella l’intima natura del mare che non provava alcuna vergogna, neppure davanti alla morte, perchè quello era il suo destino.

Sul porto un coro di luoghi comuni si innalzava sospinto dai venti di passaggio per raggiungere una imbarcazione di clandestini in mezzo al mare. Donne, uomini e forse anche animali stavano dritti o addirittura arrampicati  sui promontori. Le cantilene avevano la forma della pietraia e gli aculei dei fichi d’india appesi in cielo.

Quelli del coro sorvegliavano che la tragedia si compisse davvero. Se quell’ennesimo centinaio di corpi fossero scomparsi in mare, sarebbe stato un bene per tutti, e sarebbero poi venute le televisioni, le radio, ed i cameramen e tutti quelli del governo, accompagnati dai loro fidi cani da guardia in giacca e cravatta,  e tutti avrebbero potuto continuare a piangere lacrime e sangue con quel perbenismo che li rendeva tutti perfettamente uguali.

“COSA VOLETE DA NOI?”

’ LA TERRA E’ NOSTRA”

“COSA  FACCIAMO CON VOI?”

“LAVORO, SOLDI?”

“ ANDATEVENE!”

“ GOVERNO, RISPONDI, TI STO CHIAMANDO, PERCHE’ NON RISPONDI”

“INVASIONE! E’ INVASIONE! SIAMO  INVASI”

“GOVERNO , MAL GOVERNO, BUON GOVERNO”

“STRACCIONI, MISERABILI,  DELINQUENTI”

“ ANDATE VIA, VIA!”

“QUESTA E’  TERRA  NOSTRA”

Si alzo’ allora  il vento in quella notte di tempesta, e rubo’ dalle bocche semiaperte dei coristi quei luoghi comuni che giacevano millenari nella retorica pietrosa dell’isola. Con un colpo di vento  li porto’ ai migranti della barca  traducendoli nei dialetti piu’ stretti dei vicoli marinari di Lampedusa affinchè  nessun clandestino della barca li potesse capire.

I luoghi comuni giunsero fino  alla barca quando ancora questa era lontana, persa nel mare. L’impeto delle onde non si quietava, a volte sembrava voler  trascinare via l’imbarcazione verso vie laterali, ignote ai migranti,  o addirittura, cosa ancor peggiore,  riportarli in quella patria che non si poteva piu’ definire tale. Piu’ che un mare sembrava essere l’ inconscio che  aveva abbandonato il suo essere umano per trasformarsi in tempesta.

Quei suoni parvero ai migranti un’eco che forse proveniva dalle sirene. Neppure il vento capi’ cio’ che portava come messaggero. Si trattava di minacce, incitamenti alla guerriglia urbana, alla rivolta. Le parole si erano trasformate in canti con suoni musicali cosi’suadenti, d’un italiano così forbito da essersi anche lui perduto in mezzo al mare. Il vento aveva avuto pietà di loro, della loro bassezza, e con l’aiuto della tempesta aveva camuffato la realtà affinchè non arrivasse alle orecchie di quella povera gente sul barcone.

Il ragazzo indossava un paio di jeans. Portava un giubbotto pesante con un cappuccio che lo doveva proteggere dagli schizzi d’acqua ma ormai gli indumenti erano talmente bagnati che si sentiva nudo. Invece di stringersi tra le braccia gli stracci per provare la sensazione del calore, teneva  le mani saldamente aggrappate al bordo della barca mentre controllava se lontano appariva quella striscia di colore piu’ intenso che identificava l’arrivo nella nuova terra.  Odiava quella  nebbia che gli bloccava lo sguardo e gli si appiccicava sul viso, come fosse colla. La paura di  essersi perso era un pensiero costante. Comincio’ anche a temere sull’onestà dei due  scafisti. Forse stavano andando alle porte dell’inferno oppure il loro intento era quello di gettarli tutti  in mare. Tutto questo era nella sua testa e rullava come un film in moviola: le immagini passavano  e ripassavano senza dargli tregua,  come se fosse uno di quei vecchi  meccanismi incantati. Voleva una tregua da quella folla di pensieri,  era l’unica cosa che desiderava il ragazzo,  quasi piu’che mangiare e bere.

“Dove sei terra….maledetta, benedetta terra, dove sei?”  ripeteva a bassa voce come una cantilena “E’ vietato morire a 18anni, deve essere vietato morire a 18anni, deve essere vietato dalla legge di morire a 18anni”. Gli scafisti non lo perdevano d’occhio. Osservavano con sospetto ogni suo movimento. Pensavano che forse nascondeva l’acqua o forse il cibo, o forse del denaro.  Pisciare ad  esempio significava aver bevuto,  avere dell’acqua nascosta da qualche parte, e questo preoccupava notevolmente gli scafisti perché contravveniva a quelle regole barbare che avevano imposto prima della partenza.

Il ragazzo continuava a tenere saldamente le mani appoggiate al bordo del barcone quando dal fondo del mare apparvero dei riflessi di luce cangiante dalla forma arrotondata. Erano le uniche presenze splendenti in quel buio. Era come se volessero a tutti i costi farsi notare per la loro luce e brillantezza. Anche la luna che aveva il volto scoperto proiettava il suo fascio di luce verso di loro creando un riflesso che andava e tornava. All’inizio non fu facile capire cosa fossero. Brillavano e sembrava che volessero salire in superficie. Nonostante le grandi onde, dal fondo del mare saliva una luce intensa, come accogliente.  Il ragazzo guardo’ meglio  sporgendosi dalla barca fino quasi a collassare verso l’esterno. La donna che gli sedeva accanto accenno’ al gesto spontaneo di trattenerlo o forse di aiutarlo a gettarsi, chissà.

Il ragazzo cercò di allargare l’orizzonte della sua vista, sparpagliando le onde che si infrangevano sui bordi della barca. Ma era impossibile vedere meglio. Allora il ragazzo penso’ che arrivare a terra non fosse poi cosi importante e impellente per la sua vita e per cambiare il suo destino. Meglio era verificare se si trattava veramente di un tesoro fatto di tante monetine d’oro sparse sul fondo del mare. Era quindi piu’ intelligente   prima impadronirsi del tesoro, metterlo nello zaino, in tasca, dentro le scarpe, nei calzini e pure nelle mutande. Poi arrivare a terra. Tanto peggio di cosi c’era solo la morte. Il problema di come arrivare a terra se lo sarebbe posto solo dopo aver agguantato tutto quel tesoro sotto di lui.

Da un’altra parte dell’orizzonte, non molto distante per la verità dalla barca degli scafisti, un’altra imbarcazione era intenta nella pesca miracolosa. Ma nessuna delle due seppe in quel frangente dell’esistenza dell’altra, sebbene cosi vicine. La sottrazione di vite al sistema generale non era affare di poco conto. Era considerato necessario alla sopravvivenza dell’uomo; quindi poco importava se quella che i pescatori avrebbero condotto quella notte fosse una mattanza e  un’azione di pesca secondo regola e tradizione. Era quindi  irrilevante se i pesci e tutte le specie marine di quello specchio d’acqua avrebbero partecipato. Le mal capitate tartarughe, delfini, conchiglie, pescispada e tonni restarono quella notte tutti tristemente  avvinghiati nella spadara.

“Ma quello è un tesoro, sono monete di oro zecchino!”, disse il ragazzo.

Le illusioni quella notte passavano da lì nonostante ci fosse tempesta e quel mare  un immenso inconscio. Anche loro erano in cerca di prede. Le illusioni erano specializzate nella caccia ai sogni. Quando ne trovavano uno, lo distraevano con i loro giochi suadenti. Lo ubriacavano, lo drogavano per poi abbandonarlo al suo povero destino.

“Dai, vieni giu’, lasciati andare! Ci saro’ io a guidarti al tesoro, non ti fidi di me? Non ti fidi dei tuoi sogni?”

“Ma la terra?”

“Dai retta a me, le vere mete da raggiungere sono quelle dei sogni! La realta? E’ una Triste terra d’approdo” e detto questo spari’ nella nebbia quasi dissolvendosi proprio come fanno i sogni quando terminano con il risveglio. Era sicura che il ragazzo si sarebbe buttato.

Allora il ragazzo non seppe piu’ come difendersi dai suoi stessi pensieri. Si arrese a loro. Ma si arrese anche agli sguardi degli  scafisti, alla donna che voleva il suo spazio nel barcone per riporvi quel bambino nascosto tra gli stracci umani di chi sa chi, e a quell’illusione cosi suadente che si era appena dissolta davanti a lui..

Si butto’! Fu un tonfo sordo, quasi uguale al rumore della stessa acqua quando s’infrange sulla barca.  Nessuno dette piu’ di tanta importanza a quel gesto. Videro un ragazzo che per giorni aveva tenuto duro alla sete, alla fame, ai vagheggiamenti delle sirene e agli scafisti. Aveva avuto addirittura la forza di ripetere i versi di una strana poesia:

“vietato morire a 18 anni, è severamente vietato morire a 18 anni, è vietato dalla legge morire a 18 anni”

Non vedendo chiaro a quell’ora di notte  quale fosse il suo reale destino e  se quella terra pagata e promessa fosse veramente cosi’ lontana, si getto’ dalla barca inesorabilmente in fondo al mare.

Quando la donna  realizzo’ che poteva distendersi  piu’ comodamente sulla barca, e che aveva guadagnato un posto, non se lo fece dire due volte: allungo’ le gambe e si riaddormento’. O forse mori. Non lo sapremo mai. Probabilmente non si giro’  a vedere  semmai quel ragazzo fosse ancora tra le onde. Aveva tutti i muscoli del collo  congelati o forse era diventata  indifferente alla morte.

I pesci agguantati dalla spadara vennero portati al piano superiore, quello dove gli uomini comandano. Tentarono ancora di ribellarsi, a loro modo: quasi senza convinzione si agitavano l’uno su l’altro, irriconoscibili nei connotati di razza.  Il ragazzo si getto’ al piano di sotto, in quello che gli uomini del piano di sopra chiamano mare. Quello in realtà è un non luogo e  dove erano rimasti ben pochi pesci. Uno strano silenzio avvolse il ragazzo, anche se da lontano qualcuno cantava una strana canzone che diceva:

CI PIGGHIAMI A FEMMINEDDA DRITTU DRITTU INTRA LU CORI E CHIANCIA DI DULURI

E LA VARCA LA TIRAVA E LU SANGUE CURRIA

E LU MASCULU CHIANCIA E LU MASCULU PARIA IMPAZZUTO

E CI DICIA  AMURI AMURI NON CHIAGIRI……..

I moti sotterranei  e le spadare avevano fatto il proprio lavoro.  Avevano agguantato, ammanettato per chilometri e chilometri tanto di quel mare che poteva essere ricostituito un secondo Mediterraneo, da qualche altra parte. Chissà cosa avrebbero detto gli italiani, i greci, i siciliani  e tutti quelli lungo i confini.  In tutto questo la Pescespada fu portata lontano, lontano. Pesce, il suo compagno, aveva provato a seguirla, ma non ce l’aveva fatta.

Il mare era una festa di schizzi e di schiaffi. Preso dalla  sua follia,  quando le urla di dolore si facero piu’ acute, in presenza della morte, continuo’ a ridere beffardo alle sue creature, senza rispondere a quelle domande innocenti. Si trattava comunque di un gioco, Solo il ripetersi di un gioco. Del resto nella vita si ripetono i giochi tutti i giorni, le notti, i mesi e gli anni

Il pesce con i grandi occhioni ripeteva sommessamente che era tutta colpa sua, che non aveva saputa difendere la pesce spada, che forse era stato bloccato dalla paura mentre lei gli urlava con tutto la voce che aveva in corpo “scappa amor mio, scappa”

Ma lui non era già piu’ in grado di sentire. Travolto dagli eventi e dalle stesse passioni scappo’ impaurito e mortificato.

LAURA MASIELLI



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