La politica coloniale fascista

Mussolini arriva al potere senza aver elaborato una precisa politica coloniale, motivo per cui nei primi anni non emergono in questo campo sostanziali novità rispetto alle azioni del vecchio Stato liberale.

Sarà solo nel 1926, una volta superato il critico periodo del delitto Matteotti e ben instradatosi verso la dittatura, che il capo del fascismo potrà dedicarsi anche a questo aspetto, tutt’altro che secondario in un Paese che a inizi Novecento deve consolidare il proprio prestigio interno e internazionale. E che ha bisogno di spazi dove trovare sollievo alle gravi difficoltà economiche.
Nel 1926, quindi, il duce proclama alla folla radunatasi a Tripoli, in territorio appena riconquistato e ancora teatro di guerra, che l’Italia ha fame di terre perché è prolifica. Gli ardori vengono subito placati, però, da Francia e Inghilterra, tanto che l’Italia è costretta a fare un passo indietro e restarsene “buona” ancora un po’.
All’inizio degli anni Trenta Mussolini ritiene che il clima internazionale sia favorevole al dispiegarsi dell’imperialismo fascista, anche perché ha rinunciato a ogni mira verso i Balcani, troppo delicati per gli equilibri europei, e si indirizza verso l’Etiopia, unico Stato africano ancora indipendente, insieme con Egitto e Liberia. La spedizione coloniale, oltre a risollevare le sorti dell’industria grazie alla necessità di produzione bellica e a costituire un possibile sfogo all’eccedenza di manodopera agricola, può anche essere presentata come una vittoria della civiltà romana e un’espansione del cattolicesimo. I rapporti Stato-Chiesa, rinsaldati dai Patti Lateranensi, infatti, sono nuovamente tesi poiché nell’ottica di fascistizzazione di tutta la società è stata fortemente limitata la libertà d’azione, soprattutto dell’Azione Cattolica, e hanno quindi bisogno di nuovo collante. Il collante funziona, se le operazioni coloniali sono appoggiate dalla gran parte del clero, che non lesina benedizioni, quasi si partisse per una nuova crociata.
L’azione italiana però suscita subito forti reazioni contrarie, sia in Europa che presso la Società delle Nazioni. Questo perché il negus etiope Hailé Selassié sa presentare l’attacco al proprio Paese come un attentato alla pace internazionale, che mina gli equilibri di potere in Africa; ma soprattutto perché è cambiata l’opinione pubblica dei Paesi europei verso l’Italia fascista.
Nonostante le sanzioni economiche fissate dalla Società delle Nazioni, la guerra di conquista dell’Etiopia ha inizio. È una guerra breve ma particolarmente crudele. I soldati italiani hanno il permesso di utilizzare gas di ogni tipo e di procedere a bombardamenti indiscriminati, il che fa sì che la guerra, iniziata nell’ottobre 1935, abbia fine già nel maggio 1936, con l’immediata proclamazione dell’impero.
Le conseguenze per l’Italia sono numerose, sul piano economico e su quello politico. Per quanto riguarda il primo, Mussolini schiaccia ancor più il tasto sull’autarchia, mirando a una autosufficienza che non può essere. Per quanto riguarda l’aspetto politico, l’isolamento diplomatico avvicina l’Italia alla Germania di Hitler, con le gravissime conseguenze che ne deriveranno.
La vicinanza dei due Stati si spiega anche nel clima generale del periodo, che vede diffondersi per tutta Europa le istanze dittatoriali. Quasi tutta l’Europa orientale, tranne la Cecoslovacchia, è dominata da dittature, così come la penisola iberica, dove si impongono Franco in Spagna e Salazar in Portogallo. E anche Paesi di lunga tradizione democratica, quali la Francia e il Belgio, sono attraversate da movimenti fascisti.
L’Europa è una polveriera che sta per scoppiare in tutto il globo. L’Italia dà il via all’impero coloniale quando gli altri Stati iniziano a dover fronteggiare la questione della decolonizzazione. E tutto il continente è diviso tra democrazia e dittatura.
SCRITTO DA STEFANIA PER Voglio Resistere


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