Le due Italie

Il quorum è stato raggiunto. Il fronte referendario del Sì ha vinto, è innegabile, e nella giornata di ieri in moltissimi hanno identificato le quattro abrogazioni come altrettanti cavalieri dell’Apocalisse venuti per segnare gli ultimi tempi di Berlusconi e, addirittura, del berlusconismo.

Ma stanno davvero così le cose? A ben vedere, quella che di primo acchito appare schiacciante, è in realtà una vittoria di Pirro. Per accorgersene, è sufficiente confrontare i dati sulle affluenze del 12 e 13 giugno con quelli relativi al referendum del 1987. Usando come pietra di paragone i rispettivi quesiti sul nucleare, emergono numeri di un certo rilievo.

L’8 e 9 novembre 1987, l’affluenza relativa fu del 65,10%. Di questi, i Sì furono l’80,57%. Ciò equivale a dire che il 52,45% degli aventi diritto al voto si espresse contro le centrali nucleari. Il 12 e 13 giugno, l’affluenza relativa è stata circa del 56%, con il 94,6% dei Sì. In altre parole, il 52,98% degli aventi diritto è contrario al ritorno al nucleare.

Il referendum dell”87 venne organizzato a seguito del disastro di Chernobyl. Fra la data dell’incidente e quella della votazione intercorre un lasso di tempo di circa un anno e mezzo. L’ultimo referendum, invece, nasce e si sviluppa non come risposta emotiva ad una catastrofe, bensì come una presa di coscienza netta e limpida, e solo dopo scopre un’ulteriore ragion d’essere con il “provvidenziale” evento di Fukushima, intervenuto a sostegno della “causa” a basi già messe.

Non basta. Ci sono infatti almeno altri due elementi che vale la pena di considerare. Il primo concerne il referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006; il secondo riguarda le elezioni politiche del 2008. Nel primo caso, alle urne si presentò il 52,3% degli aventi diritto al voto, nonostante non fosse richiesto alcun quorum. La riforma della Costituzione, che prevedeva in sostanza l’accentramento di funzioni nelle mani del premier Silvio Berlusconi, fu bocciata con il 61,32% delle preferenze. Ciò non impedì a Berlusconi di vincere, due anni dopo, le politiche, le quali videro il solo Pdl conquistare quasi il 40% dell’elettorato su un’affluenza dell’80% circa.

Insomma, se la Storia è maestra di vita, allora non è per niente detto che i risultati di questo referendum scaveranno la fossa a Berlusconi, men che mai al berlusconismo, originatosi ben prima dell’alba del premier e destinato con ogni probabilità a sopravvivere al suo tramonto. Anzi, il fatto che il rapporto percentuale fra i Sì ai due quesiti sul nucleare presi in esame sia praticamente di uno a uno, nonostante Fukushima e nonostante l’incentivo reciproco alla partecipazione con gli altri quesiti, quelli sull’acqua pubblica e quello sul legittimo impedimento, lascerebbe piuttosto intuire uno scenario assai diverso, e tutt’altro che roseo.

Un’Italia spaccata in due esatte metà, con al centro un nocciolo di ondivaghi e indecisi perenni, che fungono da ago della bilancia. Un’immagine da sempre familiare, ma resa più fosca dall’esacerbazione della violenza verbale e della retorica politica e giornalistica.

LUCIANO IZZO

luciano.izzo@hotmail.it



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