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Le Mans ’66 – La grande sfida, Mangold: “Ho sempre cercato di fare film che si possano ricordare, che facciano provare qualcosa”

A due anni di distanza dal successo di critica e pubblico: Logan – The Wolverine (2017) – James Mangold torna dietro la macchina da presa con Le Mans ’66 – La grande sfida (2019) con protagonisti Matt Damon e Christian Bale che racconta la leggendaria rivalità tra Ford e Ferrari a cavallo tra il 1959 e il 1966 sul circuito di Le Mans.

L’apice della narrazione viene raggiunto con un formidabile terzo atto che ricostruisce per filo e per segno la 24 Ore di Le Mans del 1966 dove la Ford di Ken Miles (Christian Bale) della scuderia Shelby Automobiles in Ford dell’ex pilota Carroll Shelby (Matt Damon) fece sfracelli contro l’agguerritissima e strafavorita Ferrari.

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Le Mans’66: La grande sfida, già presentato al Telluride Film Festival il 30 agosto 2019 e al Toronto International Film Festival (TIFF) il 9 settembre. verrà distribuito nelle sale cinematografiche ad opera di Walt Disney Studios Motion Pictures tramite l’etichetta della 20th Century Fox  il 15 novembre dello stesso anno.

Alla conferenza stampa di presentazione del film tenutasi l’8 ottobre 2019 alla Casa del Cinema sono intervenuti James Mangold e Remo Girone – che in Le Mans ’66 veste i panni di Enzo Ferrari.

“Non voglio far annoiare il mio pubblico”

Esordisce così James Mangold in conferenza stampa dopo gli elogi per i vari Cop Land (1997), Quando l’amore brucia l’anima (2005) con protagonista Joaquin Phoenix, e il sopracitato Logan: “Non so se sono un geniale narratore, ma ne ho la responsabilità.

Molti film invece di farci riflettere sulla vita, annoiano. Non vorrei essere parte di Matrix e far annoiare il mio pubblico.

Ho sempre cercato di fare film che si possano ricordare, e quelli che io ricordo non sono necessariamente i più costosi o spettacolari, ma quelli che mi fanno provare qualcosa. Ed è quello che cerco di fare con i miei film”.

“Fare macchine non è diverso dal fare film”

In questo mondo mi sono sicuramente rivisto: fare macchine non è molto diverso da fare film” – parla così Mangold, che poi prosegue – È un mestiere in entrambi i casi costoso, ti servono gli sponsor, i soldi, devi convincere gli altri che la tua idea funziona. 

Credo che il nostro film – Le Mans’ 66: La grande sfida – in un certo senso sia romantico, all’epoca c’era un po’ più d’innocenza rispetto a oggi.

A metà degli anni ’60 le aziende stavano già iniziando a rendersi conto del valore promozionale delle manifestazioni sportive, ma oggi sono molto peggio; come il cinema del resto. 

Ma è proprio per questo agone tra la creatività e il commercio che amiamo anche il cinema, in fondo. Dopotutto se facessi il pittore non mi servirebbero i soldi“.

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L’esperienza sul set di Le Mans ’66: La grande sfida per Remo Girone

James Mangold è un grande direttore di attori. Si accorge subito quando l’attore dà l’impressione di recitare e non è entrato appieno nel personaggio che sta interpretando.

È stato bello poter interpretare Enzo, essendo un uomo importante per l’Italia e in tutto il mondo.

Nessuno mi conosceva come attore su un set hollywoodiano così grande, ma quando sapevano che interpretavo io Enzo Ferrari volevano farsi tutti una foto con me!

L’automobile è una delle grande metafore del XX° Secolo

Credo che il mio Le Mans ’66: La grande sfida sia un film profondamente cinematografico. C’è la battaglia, l’azione sulla pista, la storia complicata di una serie di eventi che non tutti conoscono. Non è tutto così semplice quel che accade in Le Mans, non è come Rocky, non è così scontato.

La verità è che l’automobile è una delle grandi metafore della vita del XX° secolo. Per questo è protagonista di tanti film, canzoni, romanzi. Ed è una maschera per ognuno di noi, quando siamo dietro al volante ci trasformiamo.

Ci sono pochi film sulle corse automobilistiche perché non hanno mai guadagnato un granché (Giorni di tuono, Rush ndr), ma ci sono molti film sulle auto, come road movie o di guerra.

Le Mans ’66: La grande sfida non è un film su come gli americani vincono una guerra in Europa, è una storia vera“.

L’amicizia di lunga data con Christian Bale e con Phedon Papamichael (direttore della fotografia)

Mi sento un padre per tutti i miei attori. Con Christian avevo già lavorato in Quel treno per Yuma (2007) e conosco Matt, credo, dal ’97. Amano il loro mestiere e sanno che per fare un film bisogna essere parte di un team.

Lavorare a Le Mans’66: La grande sfida è stato come lavorare con amici.

Io e lui (Phedon) siamo quasi fratelli, ci vogliamo bene, litighiamo e abbiamo fatto diversi film assieme. Per entrambi conta un unico obiettivo: trovare la vita interiore del personaggio, la sua bellezza. Cerco di fotografare il volto umano, percepire i suoi pensieri, le sue emozioni.

Mangold e il lato intimo della gara

“Le corse in tv sono noiose perché le telecamere si limitano a seguire le auto, mentre per Le Mans ’66: La grande sfida volevo che lo spettatore fosse al centro dell’attenzione, nell’abitacolo con il pilota, mostrare il lato intimo della gara.

Come cambia marcia, come guida, il volto concentrato. Le sequenze automobilistiche de Le Mans: La grande sfida le abbiamo pianificate prima al montaggio“.

Le Mans ’66: La grande sfida non è un film su degli angeli

Non ho fatto un film su degli angeli. Ho fatto le consuete ricerche e ho scoperto che ogni team cercava di fregare l’altro in tutti i modi, tattiche psicologiche lanciandosi dadi e oggetti ai box dei meccanici, che in una gara di endurance possono avere il loro peso.

Come dice Shelby nel film, non puoi comprare una vittoria alla 24 ore di Le Mans, ma puoi pagare qualcuno per andarci vicino. E in ogni caso, le vittorie nelle tre edizioni successive al 1966 da parte della Ford hanno confermato che avevano costruito una macchina vincente.

 

 

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About

Nato in Sicilia da madre umana e padre probabilmente alieno, ha un blaster sul comodino e uno zaino protonico dentro l’armadio. Malato cronico di Cinefilia dal 1989, dopo aver passato una vita a studiare i Classici Greci e Latini prima, la Letteratura Russa Ottocentesca poi, e per ultimi i Social-Media e le teorie sociologiche di Marshall McLuhan e Erving Goffman, si trasferisce a Roma per poter finalmente realizzare il suo sogno: studiare cinema, diventare sceneggiatore e costruire il suo personale Millennium Falcon. COLLABORATORE SEZIONE CINEMA


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