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L’iconoclastia di Daesh e il traffico di opere d’arte

di Claudio Lo Jacono *

Tra gli eventi più scioccanti operati dall’inedita orrenda fede del Gihadismo, nella sua dissennata pretesa di accreditarsi come vero interprete del migliore Islàm, figura la decapitazione di ostaggi di varie nazionalità e religioni. Frustrante è stata però anche la furibonda iconoclastia che ha portato alla distruzione di alcuni monumenti che, dal III millennio a.C., giungono al II secolo d.C. Accompagnati dal trafugamento di un numero massiccio di reperti, venduti poi al miglior offerente.

Statue (talora copie in gesso) e oggetti del Museo di Mòssul, bassorilievi di Nimrod, Ninive o Hatra e monumenti della siriana Palmira nabateo-romana, sono stati vandalizzati degli stessi terroristi ben attenti a depredare oggetti per il mercato antiquario internazionale, in cui acquirenti spesso dell’indignato Occidente, sono diventati in tal modo complici indiretti dei terroristi e loro mandanti di fatto.

Ricordiamo la furia distruttrice del 2001 contro i colossali Budda di Bamyàn (scolpiti nella roccia tra il III e il V secolo d.C.) espressa dai talebani afghani, imbrancati dall’ormai defunto Mullah Mohammed Omar. Con la loro azione quei rozzi studenti di religione intesero non tanto dar prova della loro iconoclastia, quanto offendere l’Occidente, che ai colossi aveva da tempo riservato la sua ammirazione, giudicata idolatrica dagli estremisti.

L’idolatria (shirk) è sempre stata combattuta col massimo vigore dal primo Islàm che, per affermare il suo monoteismo assoluto, si espresse con logica ostilità nei confronti di feticci e bètili del paganesimo arabo che l’aveva spietatamente avversato. Va però ricordato che, in linea di massima, i musulmani non si sono mai abbandonati a una radicale distruzione dei monumenti delle civiltà passate incontrate nel loro cammino di conquista. Nella Penisola Arabica, Siria-Palestina, Giordania, Mesopotamia, Persia, Egitto e Nordafrica, santuari e monumenti non sono quasi mai stati oltraggiati ed è leggenda dura a morire (alimentata pure da certe fonti islamiche) il falso costruito nel XIII secolo che addossa ai musulmani la responsabilità della distruzione di quanto restava della Biblioteca di Alessandria.

La capitale dell’Egitto bizantino s’era infatti arresa a condizione grazie al Patriarca giacobita Kyros, che agiva come Vicario imperiale, e nessuna violenza contro persone o cose fu quindi compiuta, in ottemperanza a un preciso disposto coranico già attuato altrove. Quando invece una conquista avveniva a mano armata gli Arabi procedevano senza scrupoli a violenze e distruzioni.

Le vestigia delle epoche passate erano additate dal Corano (XI: 120) come «antiche storie [di] ammonizione e avvertenza ai credenti». Quello che i gihadisti non capiscono è l’assoluta illogicità dell’ostilità verso simboli di altre religioni ormai sepolte. Il loro accanimento non tiene conto del fatto che il Corano non ha mai condannato il passato preislamico, in quanto in esso sono comunque presenti brandelli di verità religiose di origine celeste.

La riprova è l’indifferenza di governanti e dotti musulmani che, negli oltre 14 secoli di storia islamica, non hanno mai disposto l’abbattimento di quanto lasciato da Amorrei, Assiri o Babilonesi in quella Mesopotamia (Iràq) che per mezzo millennio circa fu il centro del potere califfale abbaside (750-1258). Né la distruzione delle testimonianze faraoniche, la dispersione dei manufatti ittiti, aramaici o palmireni in Siria, di quelli amorrei in Palestina, o di quelli romani.

Neppure le statue di Bamyàn erano state toccate prima del 2001 dagli eserciti arabi e, nel IX secolo, da quelli persiani saffaridi venuti dal Sistàn.

Non è quindi un caso che l’ottantaduenne archeologo siriano Khàled Àsaad, da mezzo secolo responsabile delle antichità palmirene, si sia fatto impavidamente decapitare il 18-8-2015 dai boia di Daèsh, rifiutandosi di rivelar loro dove aveva nascosto centinaia di tesori. Appartenenti non a lui e neppure alla Siria, ma all’umanità intera.

Presidente dell’Istituto per l’Oriente C. A. Nallino di Roma


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