LIGHT OF MY LIFE CONFERENZA STAMPA CASEY AFFLECK WILD ITALY

Light of my life, Affleck: “Il mio film è un’espressione impressionista di ciò che per me ha valore”

È un Casey Affleck maturo e inedito, decisamente lontano dall’etichetta del “fratellino di Ben Affleck” che gli venne appiccicata addosso all’inizio della sua carriera, quello presente alla conferenza stampa di presentazione di Light of my life (2019) – evento di chiusura di Alice nella città 2019 dopo la scoppiettante apertura di Maleficent 2.

La pellicola, scritta, diretta e interpretata dallo stesso Affleck e dalla giovanissima Anna Pniowsky al battesimo di fuoco, è un racconto della buonanotte che diventa ben presto una narrazione fantascientifico-distopica dal marcato taglio umano.

LIGHT OF MY LIFE CONFERENZA STAMPA CASEY AFFLECK WILD ITALYLight of my life definita dagli addetti ai lavori come “fantascienza femminista”, un qualcosa da cui Affleck prende da subito le distanze, ma che al contempo renderebbe orgogliosa la propria madre visto che proibiva a lui e Ben di vedere i programmi più in voga tra gli anni Ottanta e Novanta perché ritenuti volgari e sessisti.

C’è certamente molta ispirazione e umanità nel racconto che rappresenta il “vero” esordio da regista di Casey Affleck dopo il mockumentary Joaquin Phoenix – Io sono qui (2010).

Tanto che il Premio Oscar al Miglior attore protagonista 2016 per Manchester by the sea (2015) di Kenneth Lonergan, ha citato ispirazioni cinematografiche eccellenti come Mad Max 2: Il guerriero della strada (1981) di George Miller e Io sono leggenda (2007) – ma anche un “sorprendente” Witness – Il testimone (1985) di Peter Wier a proposito del tono delle relazioni all’interno del racconto.

Alla conferenza stampa della pellicola distribuita da Notorious Pictures – tenutasi all’Hotel Bernini di Roma il 3 novembre 2019 – sono intervenuti Casey Affleck e Anna Pniowsky, padre e figlia della narrazione di Light of my life.

Un film che nasce come storia della buonanotte 

 

Ho scelto di raccontare questa storia della buonanotte parlando degli animali scartati dall’Arca di Noè“- esordisce così un brillante Casey Affleck che poi aggiunge – “L’idea era di focalizzarmi sulla società e sulle sue preferenze, e quindi il fatto che alcune cose, coppie di animali, son state lasciate fuori”.

Una narrazione che nasce e si sviluppa così – a detta dello stesso Affleck –  da una storia “che raccontavo ai miei figli, per cercare di capire poi, perché l’umanità è minacciata d’estinzione“.

Light of my life rappresenta anche il cammino della paternità di Casey Affleck, tanto d’aver iniziato a scriverne lo script quando il primo figlio aveva appena quattro anni, per poi concluderlo con due bambini di undici e otto anni.

Qualcosa che lo stesso Affleck ha lasciato intravedere nel delineare il racconto: “Guardando il film mi son reso conto di come il padre parla a questa figlia come fosse una bambina piccola in alcune scene, e in altre come fosse un po’ più cresciuto.”

L’immedesimazione scenica di Anna per il ruolo di Rag

Domanda di rito per Anna Pniowsky, ma niente affatto banale considerando che la tredicenne co-protagonista di Light of my life era all’esordio assoluto sul grande schermo.

Per Anna è bastato semplicemente tagliarsi i capelli e “mettere pochino di me stessa così come si farebbe per ogni personaggio che interpreti. Non è stato un processo supercomplicato“.

A detta di Affleck infatti, il personaggio di Rag rappresenta il cuore della narrazione, un qualcosa che ha a che vedere con le giovani generazioni che “insistono per volere dei grandi cambiamenti sociali senza chiedere l’autorizzazione a nessuno.

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La gratitudine di Anna nei confronti di Casey

C’è profonda gratitudine nelle parole della Pniowsky verso il proprio padre-scenico Affleck, definendo l’esperienza sul set di Light of my lifela migliore della mia vita in senso assoluto. Un modo fantastico per iniziare la mia carriera.”

Anna prosegue poi, affermando come interpretare questo ruolo le abbia fatto capire ciò che vuol fare da grande: “In futuro il mio obiettivo sarà quello di fare l’attrice semplicemente perché amo recitare e può sembrare lezioso dirlo ma è esattamente questa la mia passione.

In tal senso, lo stesso Affleck ha poi raccontato un gustoso retroscena sulla scelta della Pniowsky come co-protagonista: “ha mandato un video registrato e dopo centinaia di ragazzi ho notato come lei si fosse immediatamente distinta dal gruppo di persone che avevo provinato per la sua qualità che possiede, un qualcosa impossibile da insegnare.”

Per Affleck infatti, in Anna Pniowsky si cela un talento purissimo, per la sua capacità di mantenere un certo “equilibrio tra vulnerabilità e indipendenza.”

Da un mondo senza donne, alle difficoltà d’esser genitore

Inevitabili domande per Casey Affleck visto il passato burrascoso con le donne, che così commenta (per poi svicolarsi opportunamente): Sicuramente sarebbe un luogo tremendo in cui vivere ed è il motivo per cui ho scelto di raccontare una storia ambientata in un mondo sull’orlo della distruzione. Ho scelto questa parte di Apocalisse che fosse connessa ai personaggi, e alla storia.”

Affleck prosegue poi parlando di elementi funzionali alla sceneggiatura di Light of my life: “Se decidi che una storia che parla di famiglia e poi metti al suo interno degli zombie che son presenti e vagano nel film, può pure essere divertente ma non c’è un’effettiva connessione.”

Per riflettere infine sul suo ruolo di genitore, lasciandosi alle spalle un passato burrascoso: “Quando ho scritto questa storia i miei bambini erano piccoli e noi tutti genitori pensiamo sempre che il mondo possa esserlo per i nostri figli e quello che cerchiamo di fare è di proteggerli dai pericoli.

Proseguendo infine sulle difficoltà nel dar loro gli strumenti necessari a vivere là fuori: “Laddove ci troviamo dinanzi a pericoli contro i quali non siamo in grado di proteggerli cerchiamo comunque di dar loro gli strumenti per proteggersi da soli.

“Ho cercato una patologia, una malattia, particolarmente grave per le giovani donne, in modo che il padre si sentisse ancora più minacciato nei confronti della propria bambina.”

La lavorazione di Gerry e i preziosi consigli di Gus Van Sant

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Nel bel mezzo della conferenza stampa, Casey Affleck svela alcuni aneddoti inerenti alla lavorazione di Gerry (2002) di Gus Van Sant, e di come questo lo abbia aiutato nel buttar giù lo script de Light of my life: “Stavamo girando questo film nel mezzo del nulla in Argentina per cui facevamo le riprese durante il giorno e la notte rientravamo in albergo.”

Chiesi una sera a Van Sant di che parlava questo film e lui mi rispondeva lasciamo che i temi emergano da soli, il che per me era frustrante […] e invece mi diceva di raccontare la storia per come va raccontata e vediamo cosa ci succede strada facendo e i temi che emergono.”

In tal senso, per Light of my life è accaduto quasi lo stesso: “Quando ho cominciato a scrivere questa storia ho iniziato a immaginare e pensare cose della mia vita e dei miei figli e dopo una serie di scene ho iniziato a pensare cosa ne volessi tirar fuori, e mi sono ricordato cosa mi aveva detto Van Sant a proposito di Gerry.”

Il tema di Light of my life secondo Casey Affleck e Anna Pniowsky

Ho iniziato così a buttar giù dialoghi e situazioni della mia vita cose dette e sentire dai miei figli facendo si che i temi del film emergessero da soli. Nel farlo ho cominciato a rendermi conto di cosa parlasse il film. Il film parla di imparare a lasciare andare, di violenza e armi.

Parole che si associano a quelle della Pniowsky, che a proposito del tema del film afferma come: “Sia il lasciare andare un qualcosa che si sperimenta sentendosi sotto pressione per cose che non hanno importanza.”

“Imparare a lasciar perdere e anche a cambiare determinate abitudini e atteggiamenti. Sicuramente ho imparato di quanto sia importante la famiglia, che ti ami, e che le persone che ti amino siano intorno a te e questo film fa capire quanto Papà ami Rag e quanto Rag sia la luce della sua vita.

L’importanza dell’Oscar per Casey e sulla possibilità di raccontare le proprie storie

C’è tantissimo rispetto ma anche sincerità nelle parole di Affleck per il suo riconoscimento: “L’Oscar non ha cambiato in maniera sostanziale la mia vita ma è certamente un bel modo per ottenere un riconoscimento per un film come Manchester By The Sea che ho fatto con grandissimo amore e non perché fossi alla ricerca di un grande film per conquistare un Oscar ma per un amico come Kenneth Lonergan.”

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Riflettendo infine, sulla sua carriera, sul doppio ruolo di regista/attore e l’importanza del retaggio: “Il fatto di essere dietro alla macchina da presa mi spinge ancora di più a fare film, è di maggior soddisfazione essere sia regista che attore, e come attore sei in una storia di altri voluta da un regista e da uno sceneggiatore. Mi piace essere al servizio di una storia di altri, ma anche poter raccontare ciò che sento, è un qualcosa che parla di me e che lascerò ai miei figli e agli altri.”

Il cinema distopico hollywoodiano e il “suo” Light of my life

L’incontro si conclude con una breve riflessione sull’industria hollywoodiana, un qualcosa di cui Affleck con profonda intelligenza: “La tendenza negli USA di fare film distopici è una sottostante e sotterranea attenzione di un imminente destino tragico relativo al nostro paese. Film in cui si immagina un futuro in cui l’umanità o è estinta o è sulla via dell’estinzione, e della società vengono eliminati gli orpelli e le sovrastrutture così che restino solo gli esseri umani, l’essenza di ciò che sono gli uomini.

Al di là delle ispirazioni citate in apertura di resoconto, Affleck accetta la dicitura di “film femminista” fino a un certo punto, dimostrandosi umile: “Non mi reputo sufficientemente capace per scrivere e comunicare un messaggio politico, è semplicemente un qualche cosa tirando fuori cose uscite da me in maniera organica, personali, lasciando che uscissero fuori non con l’intenzione di voler scrivere una metafora dichiarata. Direi che è più un’espressione impressionista di ciò che per me ha valore.

 

Light of my life verrà distribuito nelle sale cinematografiche italiane il 21 novembre 2019 da una distribuzione Notorious Pictures.

 

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Nato in Sicilia da madre umana e padre probabilmente alieno, ha un blaster sul comodino e uno zaino protonico dentro l’armadio. Malato cronico di Cinefilia dal 1989, dopo aver passato una vita a studiare i Classici Greci e Latini prima, la Letteratura Russa Ottocentesca poi, e per ultimi i Social-Media e le teorie sociologiche di Marshall McLuhan e Erving Goffman, si trasferisce a Roma per poter finalmente realizzare il suo sogno: studiare cinema, diventare sceneggiatore e costruire il suo personale Millennium Falcon. COLLABORATORE SEZIONE CINEMA


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