Lived to win: scomparso Lemmy dei Motörhead, leggenda del rock

Tutti pensavano a uno scherzo, o alla solita “bufala” a tema funebre, che ogni tanto si diffonde a macchia d’olio sul conto di questo o quel personaggio per sbandierare una sua presunta morte che poi si rivela chiaramente fasulla; e invece, gli appassionati di rock’n’roll, del punk e dell’heavy metal hanno dovuto sgranare gli occhi per capire se avevano letto bene quella notizia, rivelatasi proprio vera: Ian “Lemmy” Klimster, leader degli inossidabili Motörhead e icona vivente degli ultimi quarant’anni della storia del rock, è passato al mondo dei più il 28 dicembre, pochi giorni dopo il suo settantesimo compleanno.lemmy motorhead

Come un beffardo e sgraditissimo “regalo” natalizio, la dipartita del rocker britannico (dovuta ad una forma tumorale particolarmente grave e rapida che gli era stata diagnosticata appena il 26 dicembre) chiude questo 2015 lasciando un vuoto gigantesco e incolmabile nel panorama musicale contemporaneo e nel cuore dei fans: i Motörhead, fondati da Lemmy nel lontano 1975, erano (anzi, sono e saranno sempre) per definizione il prototipo della rock band grezza e verace, estrema nello stile di vita e coerente fino alla fine.

Lo confermava, ancora una volta, Bad Magic, l’ultimo album targato Motörhead (che resterà, purtroppo, davvero l’ultimo) uscito nell’agosto scorso, contenente peraltro una versione di Sympathy For The Devil dei “colleghi” Rolling Stones e carico di quell’energia grezza e tellurica che, purtroppo, non tornerà più.

LA FORMAZIONE DELLA BAND.

Tutto ebbe inizio alla fine degli anni Sessanta, quando il giovane e scapestrato Ian Klimster si trasferì dal natio Nord – Ovest alla swingin’ London per dedicarsi a un divertimento senza limiti: donne, alcol, ogni tipo di sostanze psicotrope e ovviamente il vero demone guida della sua vita, la musica rock.

Armatosi di basso elettrico, Lemmy entrerà prima nei Rockin’ Vicars per poi passare (dopo un insignificante lavoretto a tempo perso: come roadie nella crew di Jimi Hendrix…) nelle fila degli immensi e deliranti Hawkwind, maestri del rock lisergico, con cui vivrà in prima persona l’epoca d’oro del progressive (i primi Settanta) più sperimentale e psichedelico. Quegli stessi Hawkwind che lo cacceranno nel ’75 per divergenze caratteriali e artistiche, ed ecco che Lemmy mette in piedi la sua personale e rumorosissima band: piazzandosi egli stesso al microfono, recluta Phil Taylor alla batteria (che per una triste ironia del destino morirà anch’egli nel 2015) e Eddie Clark alla chitarra, e i Motörhead forgiano un sound che nel contesto musicale dell’epoca si rivela profondamente innovativo e pressoché devastante.

Con una solida base blues e rock’n’roll, a cui uniscono la dirompente immediatezza del punk rock che è nel frattempo esploso in Inghilterra (non a caso il primo omonimo album vedrà la luce nel 1977, e Lemmy si dichiarava da sempre grande fan di The Damned e lemmy_motorheadRamones), i Motörhead iniziano la propria carriera al fulmicotone: velocità inaudite nel “martoriare” gli strumenti, amplificatori mantenuti a volumi altissimi in modo da rendere i concerti simili a delle bolge infernali (come dimostrerà fedelmente l’album live No Sleep Til’ Hammersmith, del 1981), il feroce e gutturale timbro di Lemmy che declama i suoi testi dalla potente carica grottesca sono i tratti di quella che si rivela probabilmente la rock band più estrema del momento, e che non cambierà mai di una virgola la propria attitudine raggiungendo rapidamente lo status di istituzione (nonostante i numerosi cambi di formazione, che si stabilizzerà solo a metà anni ’90 con il chitarrista Phil Campbell e Mikkey Dee ai tamburi).

GLI ALBUM E LE INFLUENZE.

Bomber, Overkill, Iron Fist, Another Perfect Day sono alcuni dei primi, grandi album che i Motörhead inanellano nel passaggio di decennio (ma come dimenticare l’eccellente 1916 del 1991, forse il loro disco più maturo e completo) definendo un nuovo concetto di musica dura e spianando la via a nuovi e giovani gruppi heavy metal e hardcore – punk che terranno ben presente la lezione di “cattiveria” sonora impartita da Lemmy e soci.

Infatti, è impossibile quantificare le band, dalle più celebri alle più sconosciute, che negli ultimi decenni hanno tratto ispirazione dalla furiosa e selvaggia creatura di Lemmy: al pari di poche altre, leggendarie formazioni come i Black Sabbath, gli Iron Maiden o i Judas Priest, l’influenza dei Motörhead, a livello di stile musicale e iconografico, fu assolutamente basilare per la storia dell’heavy metal e per lo sviluppo dei suoi più disparati sottogeneri.

Si pensi infatti a gente come Metallica, Slayer e Sepultura (tutti pionieri del thrash metal degli anni Ottanta), che probabilmente non avrebbe mai cominciato a suonare se non ci fossero stati i Motörhead, mentre negli oscuri e sulfurei lidi del death e del black metal troviamo gruppi come Darkthrone, Immortal e Dissection che hanno sempre manifestato la più esagitata venerazione per Lemmy e soci. Non solo: la “presenza” dei Motörhead si avverte anche nel sound aggressivo del punk – hardcore (si veda alle voci The Exploited e Bad Religion), e perfino i Sisters Of Mercy, tra le band di primaria rilevanza della storica dark wave inglese, si annoverano tra gli ammiratori della band, a suggello di un’impronta lemmy-motorheadfondamentale e immanente che trascende le varie e diversificate accezioni del “genere” e riesce ad accomunare estimatori molto dfferenti.

But that’s the way I like it, baby, I don’t want to live forever!

(«Ma è così che mi piace, bambina, non voglio vivere per sempre!») cantava Lemmy nel classico Ace Of Spades, contenuto nell’omonimo album del 1980, firmando un altro, storico brano – manifesto della weltanshauung dei Motörhead le cui parole suonano oggi quasi consolatorie. Divenuto da subito un’icona, oltre che per le doti musicali e per il look irrisoriamente kitsch che univa cappelli da cowboy, abiti da motociclista, cartucciere adibite a cintura, Lemmy è sempre stato celebre, come si accennava, al suo stile di vita letteralmente estremo e al limite dell’autodistruzione; negli ultimi anni, quando, tra l’uscita di album come sempre buoni e rigorosi e concerti internazionali che purtroppo iniziavano a venire centellinati, la salute del cantante cominciò a dare segni di squilibrio e Lemmy si decise a prendere provvedimenti: si dice che, su consiglio medico, era perfino riuscito a sostituire i litri di Jack Daniels che beveva abitualmente con del meno nocivo vino rosso.

E insomma, con un rammarico grande quanto l’importanza dei Motörhead nella Storia del rock, non ci resta che fare deflagrare nei nostri stereo dischi come Iron Fist o 1916, pietre miliari che sprigioneranno sempre i ruggiti di Lemmy e le tonanti vibrazioni del suo basso, gli assoli supersonici  e le furiose ritmiche di batteria…

Noi speriamo che, dovunque sia ora, Lemmy approvi: per forza di cose, è il solo (nonché migliore) modo per ricordarlo.

Lui, intanto, si starà bevendo un goccio in santa pace in compagnia di Jim Morrison e Robert Johnson.

JARI PADOAN

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