Lo stallo

E alla fine è ritornata, lei, la solita routine alla quale ci hanno abituato i 17 anni di berlusconismo: tutto fermo nelle stanze dei bottoni perché bisogna salvarlo per l’ennesima volta dai processi, senza alcuna possibilità di un benché minimo cambiamento. Perché alla fine pare aver vinto ancora lui, come sempre da 17 anni a questa parte: rispetto al periodo novembre-gennaio, tutto è nuovamente mutato, per tornare al punto di partenza. Il sistema è troppo fatto a sua immagine e somiglianza, c’è poco da fare: nulla può più farlo cadere, se non la biologia. Tutte le novità di questo ultimo periodo che sembravano poterlo staccare dalla poltrona infatti si stanno ridimensionando rapidamente, costringendo l’Italia a rimanere impantanata nella solita palude, col solito uomo che cerca di sfuggire alla giustizia.

Il progetto politico di Fini – restituire alla destra italiana la sua identità mondiale, evidenziando come quella berlusconiana sia un’altra cosa – in Parlamento sta andando a farsi benedire, data la famelicità di poltrone di parecchi suoi ormai ex sottoposti che, non contenti dell’organigramma del nuovo partito, pur di tornare all’ovile arcoriano, individuano addirittura un mirabolante programma del Pd – peraltro ignoto ai suoi stessi esponenti – cui Fli si starebbe scandalosamente avvicinando. Pronti a tutto pur di fuoriuscire dai gruppi parlamentari di Camera e Senato (quest’ultimo ormai destinato a scomparire per mancanza del numero legale di iscritti), gli ex futuristi tornano dunque nella casa madre del Pdl.

L’opposizione sembrava sul punto di fare finalmente fronte comune per denunciare la deriva antidemocratica impressa dal premier dopo i reiterati attacchi alla magistratura. Bene: l’ipotesi – che sembrava raccogliere grande successo, almeno nei recenti sondaggi – è sfumata nel giro di pochi giorni. Fli è esploso subito proprio per le possibili alleanze col Pd che si sono prefigurate con non meglio precisate «derive sinistrorse», mentre Casini – quello del più volte prospettato Cln antiberlusconiano – ha già fatto marcia indietro («Io alle sante alleanze costruite in funzione anti-Berlusconi non ho mai creduto, non credo e non ci crederò» ha dichiarato giovedì, nel Paese dalla memoria cortissima): lasciando perdere una possibile loro alleanza coi “forcaioli” dell’Idv o i “comunisti” di Sel, loro non andranno mai neanche col Pd. Già, il Pd, il maggior partito di opposizione che non riesce a decidersi su nulla, che è costretto ad incassare il rifiuto di un’auspicata alleanza con l’Udc e che teme Vendola e le sue proposte (Bindi candidata premier) come neanche l’Idv delle scorse europee, mostrandosi nei fatti più disunito del Pdl ai tempi del «che fai, mi cacci?» di Fini ringhiato in faccia a Berlusconi.

Dunque: immediata sconfitta parlamentare di un nuovo  soggetto politico (se proprio vogliamo considerare il nuovo che avanza il navigatissimo Gianfranco Fini); tramonto subitaneo di un’inedita alleanza antiberlusconiana (del resto, come ricordato da Angelo d’Orsi sul Fatto di giovedì, il vero Cln era guidato da ben altre personalità e non da ex alleati del duce). Alla prematura scomparsa di queste due novità sotto il cielo della politica che si stavano concretizzando nell’inizio di quest’anno si è aggiunto un fatto, il riconsolidamento della maggioranza. Il 14 dicembre il Cavaliere si salvò per tre voti, mantenendosi sulla soglia dei 315 deputati grazie ai cosiddetti «responsabili», i mostri di coerenza alla Moffa, Calearo, Scilipoti e Razzi, i nuovi capezzoni della politica italiana. Fino a questa settimana nulla era cambiato: 8 votazioni con la fiducia, 8 volte 315 deputati pronti e proni a tutto pur di mantenerlo in vita, anche a salvare l’impresentabile Sandro Bondi. A febbraio è risultato evidente come questi onorevoli dal Pdl non li schioderà più nessuno: hanno tutti votato e messo agli atti della Camera la balla del Berlusconi impegnato nello salvare – con immane spirito patriottico, s’intende – le relazione diplomatiche con l’Egitto perché, sì, per lui quella sera Ruby era davvero la nipote di Mubarak. Su gente che vota una puttanata del genere è chiaro che non si potrà mai fare affidamento. A questi eroi della Camera in queste ultime ore se ne stanno aggiungendo altri, come il sempre ottimo Paolo Guzzanti e gli ex fliniani Rosso e Bellotti, utili a rimpinguare la maggioranza in Parlamento e a tranquillizzare i malumori leghisti, ribaltando la situazione che si stava prospettando, facendoci tornare così allo status quo iniziale, con Berlusconi che può comodamente tornare a farsi gli affaracci suoi.

Volete una prova? Basta prendere l’unico vero atto del governo di questo inizio 2011, non per niente di questa settimana, l’approvazione di ieri da parte del Consiglio dei ministri della relazione sulla giustizia di Alfano, con lo schema per una riforma radicale del sistema: «Separazione delle carriere, sdoppiamento del Csm, sganciamento da quest’ultimo della funzione disciplinare e quindi istituzione di un’Alta corte di disciplina sui magistrati, responsabilità civile dei magistrati, impossibilità di ricorrere in appello da parte dei pubblici ministeri in caso di assoluzione dell’imputato in primo grado» (citiamo da La Stampa). Senza contare il ritorno in auge del processo breve e del ddl sulle intercettazioni nella sua versione originale, oltre che dell’immunità parlamentare e della riforma della Consulta rilanciata oggi dal premier in persona. L’obiettivo è chiaro ed è sempre quello: imbavagliare la magistratura e i giornali per lasciare in pace il solito noto, soprattutto ora che gli scudi sono finiti e i processi vecchi (e soprattutto quelli nuovi) stanno per ripartire. Al solito, insomma: appunto, «la solita ruotine alla quale ci hanno abituato i 17 anni di berlusconismo», alla quale siamo tristemente tornati.

Chiudiamo questo pezzo con una semplice spiegazione del perché di questo ritorno alle solite consuetudini dopo brevi periodi di illusione. Lo abbiamo già accennato prima: «Il sistema è troppo fatto a sua immagine e somiglianza». Lo hanno ben chiarito  più volte in questi giorni Fabio Granata e Gianfranco Fini: non è per via parlamentare che Berlusconi può cadere, perché i personaggi che affollano le camere bene o male sono tutti dipendenti dal destino del Cavaliere, l’unico che – come i fulminati sulla via di Damasco, interessati al vitalizio che da questo mandato parlamentare scatta solo al termine dei 5 anni – è interessato a finire a tutti i costi (letteralmente, per i compravenduti) la legislatura, per mettersi al riparo dalle sue grane giudiziarie. Anche a costo di mantenere nello stallo degli ultimi 17 anni il Paese.


About

Nato nel 1987 a Vicenza, consegue a Padova la laurea triennale in Lettere moderne, quella magistrale in Filologia medievale e il dottorato di ricerca in Filologia romanza. Creatore nel 2009 del blog bile.ilcannocchiale.it (sospeso nel 2011 per collaborare con “Wilditaly” e citato ne “I nuovi mostri” di Oliviero Beha nell’elenco delle “associazioni che a vario titolo rientrino nell’accezione culturale di chi promuove riflessioni sullo stato del Paese”), fino a gennaio 2011 ha fatto parte della redazione della rivista online “Conaltrimezzi”, dirigendo le sezioni dedicate all’attualità e al mondo universitario. REDATTORE SEZIONE INTERNI


'Lo stallo' have 2 comments

  1. 20 febbraio 2011 @ 2:00 pm Luciano Izzo

    Su un’affermazione non concordo: «E alla fine è ritornata, lei, la solita routine alla quale ci hanno abituato i 17 anni di berlusconismo».

    Non ci sono stati 17 anni di berlusconismo, abbiamo avuto 17 anni (interrotti) di Berlusconi. Il berlusconismo esisteva da prima, e ho ragione di pensare che sopravviverà a chi gli ha dato un nome. Chiarisco che secondo me il berlusconismo non c’entra neanche con le reti Mediaset, anche se hanno avuto il loro ruolo. Il berlusconismo in Italia c’è almeno dagli anni ’20, ha visto una pausa dopo il ’48 e lentamente ha riaperto gli occhi, fino a risvegliarsi prepotentemente fra il ’92 e il ’94. Il berlusconismo non è il fascismo, ma è comunque, per dirla come Montanelli, una «tentazione dei servi». Gli italiani per tendenza cercano un leader, nel bene e nel male: la differenza sostanziale tra la prima repubblica e la seconda, è che nella prima – faccio un esempio – Craxi era il partito, nella seconda il partito è Berlusconi (è esclusa la proprietà commutativa). Nella prima repubblica i partiti erano potenti, e all’interno c’erano delle correnti personalistiche (nel Psi c’erano i craxiani, nella Dc gli andreottiani), nella seconda le correnti non esistono più (se sei nel Pdl, sei berlusconiano, se sei nel Fli, sei finiano, punto). Il Pd è a parte, ma il Pd è solo un nome sfasciato entro il quale sopravvivono ancora i Ds, la Margherita & co.

  2. 20 febbraio 2011 @ 5:46 pm Alessandro Bampa

    Condivido in toto la tua spiegazione sulla differenza tra prima e seconda repubblica, non però l’individuare il berlusconismo con la “tentazione dei servi” montanelliana, certamente tipicamente italiana. Secondo me il berlusconismo non è altro che il piegare il potere politico (l’esecutivo e il legislativo) ai privati interessi del singolo, bloccando il Paese. Un fenomeno che per i mutamenti politici di questi ultimi 3 mesi sembrava al tramonto e che invece – con le sconfitte di queste novità (che ho solo registrato come tali e sulle quali potremmo discutere per giorni e giorni) e il ripopolarsi della corte dei servi di quest’ultima settimana – è tornato prepotentemente alla ribalta, in barba ai veri problemi dell’Italia, sacrificati sull’altare degli scandali giudiziari di Berlusconi.


Would you like to share your thoughts?

Your email address will not be published.

Shares