L’Obbligo

corpo-di-donna“Signora Mastroangelo, si sente bene?”

Cristina sussultò alla voce del commesso. Si voltò e lo fissò in silenzio, i lineamenti tesi. Il ragazzo aveva sui venticinque anni e da qualche mese era il nuovo inserviente del supermercato. Era un ragazzo simpatico dal viso rotondo e gli occhi blu, non era particolarmente carino ma molto cordiale ed educato nonostante il marcato accento romano.

“Va tutto bene Marco”, rispose alla fine la donna, forzando un sorriso.

Sentiva una goccia di sudore scenderle lungo la schiena e sapeva che non era per il caldo di maggio, anche se quell’anno il tempo era particolarmente torrido.

Marco la guardò qualche secondo, cercando di capire cosa c’era che non lo convinceva nella moglie del rispettabile avvocato Mastroangelo, tuttavia non trovando nulla fece spallucce e si congedò da lei. Cristina si lasciò sfuggire un lungo sospiro, tornando ad esaminare le zucchine nella cesta senza però realmente vederle.

Ultimamente aveva paura di incontrare le persone. O meglio, era terrorizzata a intrattenere con loro una qualsiasi conversazione. Aveva il terrore che riuscissero a capire, parlando anche solo pochi minuti con lei, ciò che voleva a tutti costi tenere segreto. Si portò meccanicamente una mano alla spalla contraendo la bocca in una smorfia di dolore: le faceva ancora molto male, nonostante il colpo l’avesse ricevuto ormai da quasi dodici ore.

In quei giorni, infatti, suo marito era particolarmente nervoso per via di una causa, ed era più violento che mai. Ogni volta che ci pensava quasi gli veniva da ridere: chi mai avrebbe potuto pensare che il rispettabilissimo avvocato Mastroangelo, quel bell’uomo dagli occhi vispi e l’aspetto giovanile, quel marito devoto e padre esemplare, che riusciva sempre a trovare il tempo per fare commissioni alla moglie e per vedere le recite della figlia, proprio lui fosse tra i più violenti degli uomini. Forse che amasse sua figlia e fosse un buon padre era vero, mai aveva alzato una solo mano su Chiara, né voleva che la ragazzina assistesse alle loro discussioni, ma come marito era il peggiore che avesse mai potuto avere.

Le commissioni che faceva erano solo perché non gli andava mai bene come le faceva Cristina e poi preferiva che lei uscisse il meno possibile di casa, perché odiava che la moglie (e su questo anche la figlia) girasse troppo senza di lui. Cristina era sempre stata una bella donna, un po’ oca –Donna-tristequesto soleva dire – che amava fare la civetta e filtrare con ogni maschio che le capitava. Era un pessimo esempio per sua figlia e necessitava di un controllo costante. D’altronde la conosceva ormai da quasi vent’anni, da quando si erano fidanzati a diciotto e a diciannove lei era rimasta incinta, suscitando abbastanza scandalo a Frosinone, loro paese natale. I loro genitori li avevano costretti a sposarsi, ma mentre Cristina aveva accettato di buon grado la situazione – lo diceva, lui, che non era particolarmente intelligente – lui un po’ meno in quanto già da ragazzo aveva un discreto successo e frequentava più di una ragazza per volta. Ma sposandosi tutto quello sarebbe finito e per di più avrebbe avuto anche la responsabilità di un figlio.

Purtroppo il danno era fatto e per far cessare i pettegolezzi si erano trasferiti a Roma, dove già Roberto Mastroangelo frequentava l’università per diventare avvocato. Genio indiscusso nel suo campo, provava grande rabbia nel non potersi divertire come tutti i suoi compagni di corso per colpa di Cristina e della bambina. Non che lei, in verità, lo vincolasse particolarmente: gli consentiva di fare tutto quello che voleva, uscire ed entrare come preferiva, invitare colleghi se voleva, partecipare alle serate mondane. In realtà era lui che si auto-vincolava, che non voleva mai moglie e figlia tra i piedi. Cristina era la classica ragazza remissiva, di quell’ingenuità che apparentemente può sembrare – ma non è – stupidità. Fingeva di non vedere tutte le scappatelle del marito pur di salvare il matrimonio e pur di non perderlo. Non si lamentava mai, neppure quando lui dalle offese verbali passò a quelle fisiche.

Cominciò con le spinte. Quando Chiara aveva due anni lui si stava per laureare ed era particolarmente nervoso. Un volta la spinse tanto forte da farla cadere contro il tavolino del salotto, sbattendo la testa e provocandole una ferita, tale che dovette portarla all’ospedale. Ma Cristina disse che era inciampata in un giocattolo lasciato in mezzo da sua figlia.

Sebbene capisse – o meglio lo capì quando le botte di Roberto si fecero più volontarie e mirate, ovvero quando Chiara ebbe compiuto cinque anni – che suo marito era un pericolo, non riusciva a separarsi. Non ce la faceva. Lo amava troppo, era troppo legata a lui. Anche se ormai provava disgusto quelle poche volte che facevano sesso, anche se ormai non sentiva quasi più la sua mancanza.

“Ce ne hai messo di tempo”. Ancora, nel giro di poco tempo, Cristina sussultò.

violence_by_bsaidiEra appena rientrata a casa e Chiara era ancora a scuola, quando la voce di suo marito le giunse alle orecchie.

Capì subito che era nervoso, ma si sforzò di fare finta di niente.

“C’era molta fila al supermercato. Ti va la pasta per pranzo?”. Si voltò forse un po’ troppo di fretta appoggiando le buste sul tavolo. Roberto le fu accanto afferrandola violentemente per un braccio e voltandola.

“La fila? Cosa cazzo dici, che sono passato mezz’ora fa davanti e non c’era nessuno? Eh, stronza, con chi ti sei vista? E cos’è questo trucco?”, ansimava, stringendo il polso.

“Dovevi vederti con qualcuno, maledetta puttana che non sei altro!”

Lei tentò di negare ma lui la schiaffeggiò fortissimo, facendole perdere l’equilibrio senza però lasciare la presa. Cristina voleva dirgli che il trucco che portava – molto fondotinta, cipria, ombretto e rimmel – serviva per coprire il livido che le aveva fatto il giorno prima intorno all’occhio, ma lui non gliene lasciò il tempo: la sollevò per i capelli, tirandoli forte e strappandole gemiti di dolore, sbattendola poi contro il tavolino e picchiando con forza sul costato e l’addome. Era quella la sua tattica in estate: cercava di colpirla il meno possibile sulle braccia, perché qualcuno avrebbe potuto notare i lividi, e si sfogava su quelle parti del corpo che nessuno vedeva a parte lui: busto e gambe. Niente viso, almeno per quel che riusciva a controllarsi.

“Io mi faccio il culo per te e quella ragazzina e tu fai la baldracca!”, continuò, prendendola a calci allo stomaco.

“S-scusami… Non era mia intenzione davvero… Non ho incontrato nessuno, lo giuro!”, si difese, cercando di proteggersi.

“Mi pigli pure per il culo, troia?”, le urlò, dandole l’ultimo calcio e andandosene poi in camera da letto.

Cristina rimase ancora distesa sentendo un’esplosione di dolore per tutto il corpo. Temeva di avere qualche costola rotta, ma aveva troppa paura di andare all’ospedale: sarebbe stata la seconda volta quella settimana e i medici già la prima l’avevano guardata in modo strano. Né poteva andare in uno più lontano, perché suo marito non voleva che prendesse la macchina e lei stava troppo male per prendere i mezzi. Lentamente fece leva sulle mani e si mise seduta, sentendo poi la porta che si violenza-donneapriva. Roberto era sulla soglia e aspettava l’ascensore.

“Dove vai?”, domandò flebilmente lei.

“Fuori. Mi fai schifo e devo prendere un po’ d’aria”. Disse solo, chiudendo poi la porta senza sbatterla perché doveva star attento che nessuno si accorgesse che avessero litigato.

Cristina rimase nel silenzio, provando un grande senso di vuoto. Eppure, si rese conto inconsciamente, non era un vuoto spiacevole. Sempre meglio che pieno delle urla di suo marito.

Si alzò lentamente e si avviò zoppicando verso il bagno, lì dove tenevano tutti i medicinali. Aprì il piccolo sportelletto e cominciò a spogliarsi, provando dolore a ogni movimento. Aveva dei brutti lividi sulle costole ma per fortuna non sembravano rotte. Si passò la pomata e fasciò il polso che lui le aveva girato, struccandosi poi e pettinandosi per non farsi trovare ammaccata da sua figlia che di lì a poco sarebbe tornata. Una volta completata quell’operazione si guardò allo specchio e scoppiò a piangere: l’occhio, senza trucco, appariva chiaramente pesto e se anche copriva i lividi sul corpo il polso fasciato era un altro chiaro segnale. Sembrava la caricatura di una donna.

 

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Studentessa di Editoria e Scrittura presso la Sapienza di Roma. COLLABORATRICE SEZIONE CULTURA.


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