lontano da qui

Lontano da qui, l’ultima paladina della poesia di Maggie Gyllenhaal

Lontano da qui è il dolore di un ideale di cui si è rimasti gli unici paladini. Una pellicola che avvolge con sensibilità la causa della protagonista, ma non si risparmia nel disegnarla con crudezza

 

lontano da quiIl mondo ha perso la propria poesia. I giovani non hanno più la vivida curiosità della ricerca, i telefonini hanno preso tutto lo spazio del tempo libero e i social network sembrano l’unica finestra su un’artisticità che rimane oramai piatta e digitale. Deve essere insostenibile, per un’anima nobile, dover assistere al decadimento di una società che non sa più osservare, non sa raccogliere la bellezza che, in maniera ancora flebile, cerca di farsi strada nel mondo.

Lontano da qui soffre. La sua protagonista soffre. Una donna spinta talmente tanto dalla speranza da alimentare, in sé, l’ossessione per le composizioni del bello. Perché è l’arte che l’individuo dovrebbe ricercare, è il genio che bisogna preservare e, per farlo, ognuno dovrebbe essere disposto a mettersi da parte. A rischiare se la situazione lo richiede. A portare tra le proprie mani il germoglio di nuova speranza, che il mondo sembra solo voler reprimere e schiacciare.

È il credo che diventa fine ultimo a sospingere la protagonista del durissimo, pur nella sua apparente delicatezza, Lontano da qui. È il percorso che fa della tutela dell’armonia incontaminata l’obiettivo primario, la mania che non sa arrestarsi davanti alla meraviglia. È la fissazione che non si accorge di essere diventata tale, talmente parte di una missione troppo grande e troppo impraticabile che porta al sopraggiungere di atti evasivi e che costringono a rivalutare i termini delle proprie priorità. Un tormento che si insinua in una profondità personale tanto da rendere l’ammirazione per ciò che la nostra società ha surclassato una vera e propria fisima, quella che inizia a far muovere il personaggio del film fuori di sé e a condurlo su di una via che mantiene imperterrito il proprio punto da conquistare, ma perdendo completamente la stabilità per poterlo raggiungere.

Tutta la decadente poesia del personaggio di Maggie Gyllenhaal

Lontano-da-quiLisa (Maggie Gyllenhaal) trova la poesia sul proprio posto di lavoro. Maestra d’asilo, due figli a casa che non mostrano interessi particolarmente ispirati e un corso di scrittura creativa per amanti della poesia in cui non è portata sono le occupazioni quotidiane della donna. Fin quando un bambino della propria classe non enuncia un proprio componimento. Non esprime i propri sentimenti in versi. Per Lisa il piccolo Jimmy (Parker Sevak) è un tesoro da salvaguardare. Una gemma rara di cui sembra l’unica interessata nel farla splendere.

La poesia è centrale nell’opera della regista e sceneggiatrice Sara Colangelo, che al suo secondo lungometraggio vince il premio per la Miglior Regia al Sundance Film Festival 2018. Ma è Lisa, l’insegnante di Maggie Gyllenhaal, l’anima delusa su cui aprirsi per penetrare a fondo in Lontano da qui. Un personaggio rotondo, uno spettro di declinazioni che, ad ogni suo lato, presenta una diversa luce sotto cui leggere la personalità e le molteplici diramazioni di Lisa come donna, madre, maestra e appassionata. Una protagonista che si distacca dallo schermo, occupa lo spazio dell’identità e fa mostra delle varie motivazioni e aspirazioni che la sostengono come individuo. Una costruzione che dalla scrittura di una finezza attenta e minuziosa passa alla complessità totale del personaggio, dandone una precisa connotazione pur nelle sue sfumate flessioni.

Gli ultimi paladini del bello

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Maggie Gyllenhaal, con quella sua decadenza intrinseca che le permette di riempire il dramma di venature ambigue e sensuali, è la perfetta incarnazione dell’umanità che si crogiola davanti alla rivoluzione tecnologica che ha smesso di lasciarsi ammaliare dalla bellezza. Che del pragmatico ha fatto il suo scopo e che non sa più come apprezzare e sostenere ciò che di ancora poetico c’è e vuole parlarci.

Lontano da qui è il dolore di un ideale di cui si è rimasti gli unici paladini, espresso con la suggestione elegiaca che tutto il film trasuda. Una pellicola che avvolge con sensibilità la causa della protagonista, ma non si risparmia nel disegnarla con la crudezza di chi oramai non sa più come resistere in questo mondo. Un’opera che si racchiude nell’incomprensione e indifferenza dei tempi, che una semplice maestra vuole tentare di risvegliare.

Lontano da qui sarà al cinema dal 13 dicembre distribuito da Officine Ubu.

 

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About

Martina Barone è nata a Roma nel 1996. Appena diplomata al Liceo Classico Pilo Albertelli, è pronta a seguire all’università corsi inerenti al cinema e tutti i suoi più vari aspetti. Ama la settima arte in tutte le sue forme, la sua capacità di trasporti in luoghi lontani e diversi e di farti immergere in storie sempre nuove. Ama poterne parlare e poterne scrivere. COLLABORATRICE SEZIONE CULTURA


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