giulio vasaturo

Cosa cambia dopo Mafia Capitale? Intervista all’avvocato Giulio Vasaturo (Libera contro le Mafie)

“Mafia, un fenomeno tanto orrendo da essere estraneo a noi nel tempo e nello spazio”, scriveva lo storico ed accademico Paolo Prodi.

Fonte: il Fatto Quotidiano

Secondo quanto emerge dal dossier “Liberaidee, promosso dall’associazione Libera sulla percezione delle mafie e della corruzione nel nostro Paese, il 74,9% degli intervistati indica la Mafia come un fenomeno globale, spesso traducibile in distante e lontano e solo il 38% dichiara che la mafia dove abita è un fenomeno preoccupante e la sua presenza socialmente pericolosa. La restante parte si divide tra coloro che la ritengono una realtà marginale e coloro che la ritengono preoccupante ma non socialmente pericolosa.

“Dai risultati della ricerca si evidenzia una resistenza preoccupante ad assumere le mafie come questione nazionale, soprattutto perché i dati raccolti ci dicono che proviene, principalmente, dalle regioni che determinano l’economia nazionale. Diversamente, gli intervistati si sono detti allarmati per l’aumento del fenomeno della corruzione”, spiega Don Ciotti presidente dell’Associazione, durante la presentazione del rapporto.

Il riconoscimento dell’aggravante mafiosa emanato dalla Terza Corte d’Appello di Roma, l’11 settembre scorso, al termine del maxi processo su “Mafia Capitale”, rappresenta – in tal senso – sicuramente un punto di svolta, sia dal punto di vista giudiziario che mediatico, sulla percezione delle mafie. Secondo la commissione parlamentare Antimafia la decisione presa dai magistrati costituisce infatti un passo importante per comprendere e riconoscere le mafie nelle loro rapide evoluzioni. Una questione “che non riguarda l’autorità giudiziaria – specifica – ma la cittadinanza nel suo complesso, oggi come in passato, incapace di percepire la pervasività e la pericolosità delle mafie fin quando il territorio non ne risulta totalmente compromesso”.

Parole decise anche da parte del procuratore capo Giuseppe Pignatone, che, subito dopo l’emissione della sentenza, puntualizza: “A Roma c’è stata una mafia autoctona, orinale ed originaria, per nulla paragonabile a Cosa Nostra, alla ‘ndrangheta e alla camorra. Roma non è Palermo, quello di Mafia Capitale, era un gruppo che utilizzava il metodo mafioso, questo come gli altri gruppi inquisiti o condannati per associazione mafiosa, dai Fasciani, agli Spada, ai Casamonica”.

Per capire bene in che modo la conclusione del processo possa costituire un precedente nell’ambito degli aggiustamenti dei modelli descrittivi della mafia, abbiamo raggiunto telefonicamente l’avvocato Giulio Vasaturo, legale di parte civile dell’associazione Libera Antimafia, il quale – senza tanti giri di parole – ci racconta: “Le mafie sono tanto più forti proprio laddove riescono a farci credere di non esistere più”.

Lei era presente in aula durante la lettura della sentenza d’Appello, si aspettava un simile colpo di scena?

L’immagine suggestiva del “colpo di scena” presuppone, implicitamente, l’aspettativa diffusa di un finale diverso. Per formazione personale, non ho mai pensato al processo penale come ad un itinerario dagli esiti facilmente prevedibili. Con questo spirito, ho accolto con eguale serenità sia la sentenza di primo grado, di cui non ho condiviso la ricostruzione propriamente giuridica, che la pronuncia di appello la quale, a mio avviso, riconosce ineccepibilmente, in diritto, la valenza dell’impianto accusatorio. Ora attendiamo fiduciosi il giudizio di Cassazione. 

Con la sentenza Mondo di Mezzo, per la prima volta nella storia italiana, viene riconosciuta l’aggravante mafiosa a politici, imprenditori, funzionari non provenienti dalle regioni storicamente coinvolte con le mafie. Abbiamo motivo di credere che questa decisione possa dare il via ad una nuova concezione di modello mafioso?

In realtà, già in passato diverse sentenze dei tribunali dell’Italia settentrionale hanno riconosciuto la presenza ed il radicamento delle organizzazioni mafiose nel centro-nord. La pronuncia della Corte di Appello di Roma, in questo senso, si colloca nel solco di un orientamento giurisprudenziale già consolidatosi attraverso importanti pronunce delle Corti di Torino, Firenze, Genova, Milano. Il processo Aemilia contro la ‘ndrangheta ha dimostrato, da ultimo, come la realtà delle mafie costituisca oramai un problema generalizzato di tutto il Paese, non più circoscrivibile in talune aree geografiche. In quest’ottica, registro con apprezzamento una maggiore presa di coscienza, nell’opinione pubblica, della pervasività della criminalità mafiosa che agisce certamente con forme e modalità nuove ma, quasi sempre, secondo rituali e prassi gerarchiche arcaiche.

Mafia e corruzione operano entrambi nel mercato illegale, dove il rispetto delle regole è legato al potere dell’intimidazione: lei ritiene siano due facce della stessa medaglia?

Giulio Vasaturo

Sì. Ne sono assolutamente convinto. La corruzione costituisce, oggi, uno dei fondamentali canali di riciclaggio dei proventi che le mafie ricavano dalle attività estorsive e dai traffici tradizionali di droga. Attraverso il ricorso alla corruzione, i mafiosi riescono a penetrare agevolmente, soprattutto in ambito locale, la Pubblica Amministrazione, ad eleggere direttamente i propri referenti politico-istituzionali, a condizionare gli appalti pubblici e ad esercitare un controllo capillare su un territorio. La teoria del “mondo di mezzo”, eloquentemente declinata dal principale imputato del processo “Mafia Capitale”, esprime in maniera nitida la ricerca incessante di un luogo ideale di scambio e di incontro fra criminalità organizzata e politica. 

Gli elementi costitutivi del reato di associazione mafiosa sono applicabili anche ad altri tipi di organizzazione o ci sono degli ostacoli normativi?

Le più recenti modifiche normative delineano la comune matrice mafiosa di tutte le organizzazioni criminali, anche straniere, “comunque localmente denominate” che si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che le caratterizza, per commettere i più gravi delitti. Abbiamo senz’altro una delle legislazioni più avanzate nella lotta alla criminalità organizzata. Credo che gli ostacoli maggiori al contrasto alle mafie non vadano rinvenuti nella normativa attuale, pur suscettibile di alcuni miglioramenti, ma nella mentalità di chi tende a sottovalutare l’entità di questa vera e propria piaga che attanaglia il Paese.

C’è il rischio che questa sentenza possa estendere le maglie delle “mafiosità” ad altri illeciti, correndo il pericolo di perdere la capacità di distinguere la specificità del fenomeno mafioso con l’effetto di indebolire anziché rafforzare le attività di contrasto reale alle mafie?

Mi sento di escludere questa interpretazione. La sentenza della Corte di Appello di Roma recepisce in pieno le indicazioni della Cassazione in materia di mafie autoctone e delocalizzate. Non bisogna avere alcuna remora nel qualificare, anche giuridicamente, le condotte e le organizzazioni connotate dagli elementi di cui all’art. 416 bis del codice penale come propriamente mafiose. Per respingere l’offensiva mafiosa dobbiamo avere la forza di affrontare questa realtà criminale senza minimalismi culturali e senza ricorrere ad eufemismi giuridici.

Fonte: ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Secondo il rapporto “Liberaidee” solo una piccola parte degli intervistati vede la mafia come una presenza preoccupante e pericolosa. Questa sorta di accettazione dipende secondo lei da una radicata sfiducia della popolazione nelle istituzioni oppure al riconoscimento della mafia come operatrice del mercato, a tutti gli effetti?

Sono rimasto anch’io profondamente colpito dal quadro che emerge dalla interessantissima ricerca di Libera. Temo che l’opinione pubblica sia condizionata dai “discorsi d’odio” che agitano quella parte della politica, dei blog e della stampa che enfatizza i fenomeni di degrado e disagio delle nostre città, dimenticando del tutto la presenza più raffinata ma non meno visibile delle vecchie e nuove mafie.

Infine avvocato, qualche consiglio pratico per chi è vittima di estorsione: cosa deve fare un commerciante che si oppone al pagamento del pizzo. In che modo lo tutela la legge? 

Bisogna ribadire con forza che la denuncia rimane il principale strumento a disposizione dei cittadini per affrancarsi dal giogo delle mafie e per restituire a se stessi ed ai propri cari quella dignità che le organizzazioni criminali calpestano. Mai come oggi si può ben dire che le istituzioni giudiziarie, gli apparati di polizia, la società civile responsabile sono al fianco di tutti coloro che intendono sottrarsi alle vessazioni dei clan. Sono numerose le associazioni antiracket a cui ci si può rivolgere per trovare, da subito, assistenza e supporto nella denuncia. La legge garantisce la massima tutela a chi è vittima nell’organico della Pubblica Amministrazione di chi, con coraggio, fornisce un contributo utile per consentire l’accertamento dei reati di mafia.

 

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Nata a Roma nel 1978, dopo il diploma si trasferisce a Londra dove vive sei anni. Nel 2015 consegue il titolo di Web journalist freelance. Da sempre appassionata di giornalismo politico-sociale, concretizza il suo interesse collaborando con diverse testate giornalistiche, tra cui Wild Italy, nella SEZIONE SPECIALI.


'Cosa cambia dopo Mafia Capitale? Intervista all’avvocato Giulio Vasaturo (Libera contro le Mafie)' have 1 comment

  1. 21 Novembre 2018 @ 4:21 pm Dario

    Bella intervista . Asciutta e rigorosa. Informa e non suggerisce. Brava giornalista e bravo intervistato.


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