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Master of Puppets – Metallica

Scritto da Max Zumstein il 22 - February - 2010 Letto 600 volte

“Miglior disco thrash metal mai pubblicato”.

Disclaimer:

Signore e Signori, i contenuti di questo album potrebbero risultare troppo intensi per i deboli di cuore e le persone facilmente impressionabili. Mettete i bambini a letto. Per ogni dubbio, consultare il foglietto illustrativo.

Foglietto illustrativo:

Il suddetto disco è altamente pericoloso: una volta ascoltato, non si può più tornare indietro. È suggerito un uso smodato e si consiglia caldamente di avere lo stereo con il volume al massimo.

Il 1986 è l’anno degli inizi: il mondo degli anime saluta la nascita di Dragon Ball, il mondo delle centrali saluta la sua più disastrosa esplosione (= Cernobyl), l’Italia partecipa per la prima volta al congresso mondiale dei paesi più industrializzati ed esce il fumetto numero 1 di Dylan Dog “L’alba dei morti viventi”. Anche il mondo della musica vive un momento epocale: viene pubblicato “Master of Puppet”, un LP che aveva 4 canzoni per lato. L’inquietante copertina, curata da Don Brautigam, era la raffigurazione di un cimitero in cui le croci bianchissime, disposte in prospettiva, sono sovrastate da un intenso e arcano tramonto: non poteva non affascinare e, allo stesso tempo, spaventare.

Il lato A si apriva con “Battery”: la forza di questo disco si vive fin dal primo minuto. L’apertura di chitarra acustica in un maestoso wall of sound si sfoga poi nei riff di una chitarra impazzita e nei “ganci” della batteria di Ulrich. Se Ennio Morricone avesse composto le colonne dei suoi film in versione Metal, probabilmente nelle scazzottate di Eastwood avrebbe inserito proprio questa canzone (il titolo è collegato difatti ai reati di violenza fisica). Seguiva poi la title track, “Master of Puppets”. Impossibile descriverla: è un mix di adrenalina e melodia, tempio degli dei del metal. I primi tre minuti, in puro trash, si concludono con il quasi growl di Hetfield, e lasciano improvvisamente l’ascoltatore a una pausa melodica in cui sarà impossibile non provare un brivido intenso, un percorso in climax che porterà a uno dei riff di chitarra più copiati del mondo. La storia è quella del rapporto tra pusher e dipendente bisognoso, metafora collegata alle divinità Ktulu presente anche nell’album “Ride of the lightning” nella canzone “The Call of Ktulu”. Le due tracce con cui si chiude il primo lato, “The Thing that Should never be” e “Welcome Home (Sanitarium)”, sono due semi-ballard heavy che rivelano la parte oscura della band. In modo particolare la seconda, che descrive la fuga mentale e dell’estraniarsi in una realtà parallela di un uomo rinchiuso in un ospedale psichiatrico, mondo violento e soffocante: “sleep my friend/and you will see/the dream is my reality/ they keep me locked up in this cage/ Can’t they see it’s why mt brain says RAGE/ SANITARIUM LEAVE ME BE”.

Il lato B invece con “Disposable Heroes”, capolavoro di batteria velocissimo al limite della frenesia, una aperta critica alla guerra resa con cambi di tempo, accelerazioni e climax che ricordano una mitragliatrice pesante. Seguiva “Leper Messiah” invece attacca i predicatori e i falsi messia che infestavano l’America degli anni 80 e 90 e all’evangelismo televisivo: il ritmo cadenzato e arrogante è un guanto di sfida, gli urli precisi e intensi ricordano proprio quelli dei demagoghi e dei trascinatori di piazza. “Orion” è l’epico canto del cigno del bassista del gruppo, Cliff Burton, prima della sua scomparsa: un pezzo strumentale complesso e difficile da lui composto, in cui ha infuso tutto il suo talento.

La chiusura dell’album ritorna sul genere Trash, dopo essersi spinta fino all’heavy metal mainstream, con la maligna e frenetica “Damage, Inc.”: dopo un inizio ovattato e carico di promesse, scoppia la tempesta di un pezzo che tratta di distruzione e violenza.

“Master of Puppets” vendette 15 milioni di copie e vinse 1 disco di platino e 6 d’oro. Nessuna band è ancora riuscita a ricreare un album così veloce, frenetico e stilisticamente perfetto. Neppure gli stessi Metallica.

MAX ZUMSTEIN

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