Mea Culpa

L‘orologio segnava le ventidue e trentuno, ticchettando ritmicamente dalla sua nicchia nel muro. Sotto di lui, nella conca ricavata tra l’armadio e la biblioteca – quella splendida conca che tanto amava – Giulia si stringeva il polso con la mano destra. Un piccolo taglio riluceva rosso e perfetto nella luce calda della camera, mentre il compasso era buttato accanto a lei. Fissava la ferita con sguardo attonito, i grandi occhi azzurri vitrei e altrove. Quando aveva cominciato? Da qualche tempo in realtà, pochi mesi. E vi trovava un gran sollievo. La faceva stare Immagine_1morbosamente bene. Perché dopo ogni taglio si sentiva leggera, rigenerata. Era colpa sua. Sapeva che era così, Luca glielo ripeteva sempre. Era asfissiante, morbosa, fastidiosa. Non lo lasciava vivere in pace. Non lo lasciava respirare, gli creava sempre disagi. Pochi minuti prima l’ultimo di una lunga serie.

Quel pomeriggio, quando dopo scuola si erano sentiti, lei aveva notato in lui qualcosa di strano, sembrava seccato, infastidito, ma quando gli aveva chiesto cosa avesse lui le aveva risposto un lapidario “niente, niente”. E lei aveva lasciato perdere. Aveva passato il pomeriggio divisa tra la versione di greco e gli esercizi di inglese, finendo solo all’ora di cena. Tre messaggi a orari diversi gli aveva scritto, ma lui non aveva risposto a nessuno di essi. Così dopo cena, verso le ventuno l’aveva chiamato. Luca, di un anno più grande di lei e con la media altissima, era il suo primo ragazzo. Era bravissimo nel calcio e proprio vedendo una sua partita lei si era infatuata di lui, del suo volto angelico e dei profondi occhi azzurri. Era compagno di squadra di un suo compagno di classe, e dopo un anno che lei sospirava dietro di lui si erano finalmente messi insieme e tra poco avrebbero festeggiato l’anno. Tuttavia, dopo il terzo mese in cui Luca era stato il più bello dei principi azzurri, erano cominciate le problematiche. Inizialmente pensò fosse nervoso per il nuovo anno scolastico, una maturità classica non è cosa da poco, lo sapeva bene anche lei. Voleva aiutarlo e non si arrabbiava mai se lui le rispondeva male o spariva per un giorno intero. Non ci rimaneva male neanche quando lui scappava a casa dopo le lezioni senza aspettarla, sapeva che aveva da studiare.

Ma poi verso Capodanno le cose erano peggiorate ancora. E proprio le sera del 31 Dicembre, quando Giulia si era presentata alla festa a casa del migliore amico di Luca con il corto tubino rosso e i tacchi alti neri. Luca si era arrabbiato e non le aveva parlato per tutta la serata, sostenendo che ancora una volta la ragazza avesse voluto mettersi al centro dell’attenzione per oscurare le amiche meno belle di lei. E già l’aveva costretto a passare Capodanno lontano dai suoi amici -Il gruppo dei suoi amici di calcio erano andati in Spagna quell’anno e Luca sarebbe voluto andare con loro, ma Giulia aveva insistito a passarlo insieme- e per di più faceva di tutto per attirare gli sguardi degli altri ragazzi e deprimere le ragazze.

Poi era stata la volta di San Valentino. Da sempre Giulia aveva amato quella ricorrenza, forse proprio perché non avendo mai avuto un ragazzo non l’aveva mai festeggiata, ma Luca si arrabbiò anche per questo. Sosteneva che fosse una festa stupida e commerciale, fatta solo per spillare soldi, festeggiata da ragazzini immaturi. Glielo aveva urlato al telefono, attaccandoglielo poi in faccia. Quel pomeriggio Giulia pianse per buona parte del tempo e restò ammutolita quando Elena, la sua migliore amica, le chiese diretta ma con una punta di rabbia perché non lo lasciasse. Luca si era rivelato molto diverso da quello che lei pensava, ed era davvero un idiota.Immagine_2

Ma Giulia non ci riusciva.

Perché ancora non riusciva a dimenticare quanto l’anno prima l’avesse amato, perché in cui tre mesi era stata davvero felice ed era convinta che superato quel piccolo periodo dovuto al nervosismo per la maturità sarebbe tornato il solito Luca. E si sarebbe anche scusato riconoscendo in lei la ragazza migliore che potesse mai aver avuto.

Ma i mesi passavano e Luca si accaniva sempre di più su di lei. Perché era troppo truccata per andare a scuola ed era vergognosa, perché non pensava altro che a studiare anche quando lui aveva tempo per vedersi, perché pretendeva troppo da lui quando aveva tanti problemi. Perché non voleva fare sesso, quando era la cosa più normale del mondo, e lei era un’anormale -le disse un giorno, quando Giulia rifiutò categoricamente di avere rapporti per la terza volta- e faceva sentire lui fuori luogo, inopportuno e malato, quando l’unica malata era lei. Perché a diciassette anni si dovrebbe voler scopare ogni giorno, mentre lei la rifuggiva come la cosa peggiore del mondo, e dopo sei mesi ancora non l’avevano fatto. E la sua media stava calando e la colpa era la sua, perché per pensare a tutti i problemi che lei gli causava e parlare con lei non si concentrava nello studio. Così, dopo la maturità, Luca volle farlo per forza. Perché aveva preso punti più bassi di quanto credeva (sapeva di aver fatto un discreto orale ma allo scritto aveva preso trentaquattro) e la colpa era solo di Giulia che lo faceva sentire così.

Tornarono a casa in silenzio, lui nero come la pece, lei che cercava in tutti i modi di convincerlo che era andata bene. E sentiva dentro di lei un nodo, sapeva che in fondo Luca era sì nervoso per l’esame, ma in verità ce l’aveva con lei. Lo sapeva. Ormai l’aveva capito benissimo. Luca aveva tanti motivi diversi per essere sempre arrabbiato, ma dietro a tutto c’era sempre lei. E glielo aveva detto più di una volta. Ma lei non riusciva comunque a lasciarlo, anche perché era convinta che sarebbe stato così con tutti. Era una stupida malata di mente, una ragazzina infantile e viziata e nessuno l’avrebbe mai sopportata. Lui era un santo a farlo e lei non poteva sperare in niente di meglio, a meno che non fosse cambiata. Ma tanto non ci riusciva e lui si era rassegnato, perché in fondo l’amava anche se lo faceva stare male. Si era rassegnato a stare con una mezza psicopatica, avrebbe portato quel fardello e l’avrebbe aiutata a migliorare. E Giulia si era convinta di questo. In fondo Luca glielo diceva in continuazione, l’aggrediva e nessuno diceva il contrario, quindi doveva aver ragione lui.

E quel giorno di Giugno, dopo l’ennesima litigata, alla fine aveva accettato di far sesso con lui, anche se poi, un volta a casa, aveva vomitato anche l’anima.

Immagine_4Ma aveva sperato che ora il loro rapporto fosse diverso, che si sarebbe risollevato. Ma così non era stato. E col passare del tempo divenne ancor più irritabile. E lei iniziò a punirsi. Perché giusto che scontasse qualcosa, visto che dietro a tutti i suoi problemi c’era sempre lei. Così dopo uno dei tanti litigi, qualche mese prima, aveva afferrato il compasso nel suo astuccio e aveva affondato la punta nella mano. E vi aveva trovato sollievo. Iniziò graffiando il braccio sul davanti, lontano dalle vene perché ne aveva un po’ paura. Ma a ginnastica qualcuno notò quegli strani graffi. E lei incolpò il gatto. Neppure Elena sapeva il suo piccolo segreto. Non era sicura che avrebbe capito. Aveva intuito che la sua amica non provasse grande simpatia per Luca, eppure non le diceva nulla apertamente. Nessuno lo faceva, solo gli amici del ragazzo, ripetendole sempre le stesse domande: Perché era così rompiscatole? Perché non lo lasciava mai in pace? Stava sempre a chiamarlo e sempre con lui. Era troppo paranoica ed esasperava Luca con quelle continue domande. E dal compasso passò al taglierino. Meritava molto di più.

In fondo gli stava rovinando la vita.

 

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Studentessa di Editoria e Scrittura presso la Sapienza di Roma. COLLABORATRICE SEZIONE CULTURA.


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