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Mike, Indro ed Enzo: stesso destino, stesso commiato

Scritto da Francesco Angeli il 18 - September - 2009 Letto 460 volte

A una decina di giorni dalla scomparsa di Mike Bongiorno non ho potuto non soffermarmi su un amareggiato confronto. Sempre lui il protagonista… non so se valga neanche la pena menzionarlo affianco a questi tre nomi. Risentendo il discorso di Silvio Berlusconi ho potuto costatare, nuovamente, la scarsa memoria del premier e la sua amareggiante capacità di pubblicizzazione. 

“Non posso dimenticare una vita di lavoro e di amicizia comune, di entusiasmi e passioni che ci hanno visto insieme. […] Hai interpretato un ruolo che resterà nella storia del nostro paese”; così parlava il Presidente del Consiglio al funerale di Mike Bongiorno. Tempo prima però il presentatore si era sfogato in un’intervista a Fabio Fazio, dopo che Mediaset non gli aveva rinnovato il contratto: “Non mi hanno chiamato neanche per un saluto, per dire grazie per tutti questi anni che hai fatto qui con noi”. Ricordando, inoltre, ciò che Berlusconi gli aveva detto: “Mike staremo insieme tutta la vita”, “se vuoi ti faccio il contratto a vita”… a queste parole si possono accostare facilmente altre del commiato funebre: “[Mike ndr] non si dimenticava il compleanno di nessuno e a me quando faceva gli auguri io gli rispondevo che l’unica data che volevo dimenticare era quella del compleanno.” Eppure questo meccanismo non doveva essere reciproco. Bongiorno evidenzia che in cinque mesi non era riuscito a parlare col premier, vendendo messo addirittura in una lunga lista d’attesa per gli auguri di Natale. Lui, che “era” la televisione, che “era” la Rai, che “era” Mediaset.

Eppure avevo subito intuito che Berlusconi avrebbe sfruttato perfettamente questa morte. Glissando abilmente sull’ essere amico di tutti, ma amico di nessuno. Questo mi ha spinto infatti a pubblicare immediatamente, appena appresa la scomparsa di Mike Bongiorno, le sue dichiarazioni a “Che tempo che fa” sul mio profilo facebook. La storia insegna e sapevo che l’epilogo sarebbe stato simile, se non uguale, a quello toccato ad altri due big della storia e del giornalismo italiano: Indro Montanelli ed Enzo Biagi.

Non si dimentica facilmente l’editto bulgaro. Da Sofia l’allora perpetuo Premier Silvio Berlusconi, nel discutere le imminenti nomine Rai, dichiarò come “uso criminoso” quello che alcuni presentatori, tra cui Biagi, stavano facendo della tv pubblica, raccomandando poi che sarebbe stato “un preciso dovere della nuova dirigenza” Rai non permettere più quello uso della televisione. E, infatti, Enzo Biagi sparirà dalla televisione, licenziato con ricevuta di ritorno. Dopo la sua morte (novembre 2007) Berlusconi avrà da dire, smentendosi: “Io non ho mai detto che Biagi e gli altri non dovessero continuare in RAI. Io ho detto che non dovevano utilizzare la RAI per fare trasmissioni faziose. Forse ho calcato la mano ma il servizio pubblico è pagato da tutti, anche da chi non la pensa come Biagi o gli altri.”. E poi, nel 2008: “Mi sono battuto perché Enzo Biagi non lasciasse la televisione, ma alla fine prevalse in Biagi il desiderio di poter essere liquidato con un compenso molto elevato.”

E poi c’era il grande Indro, il più grande giornalista della storia Italiana. Montanelli, direttore de Il Giornale (quello vero però, non la triste copia dei nostri giorni), messo alle strette su un cambio di linea editoriale da applicare dopo che, nel 1994, Berlusconi scese in politica, non poté che dimettersi. In una lettera di Indro a Silvio: “Ho creduto di metterti in guardia da quello che mi sembra un grosso azzardo [la discesa in campo]. A questa mia franchezza hai risposto venendo in assemblea di redazione a proporre un rilancio del Giornale purché adottasse una linea politica diversa per sostanza e per forma da quella seguita da me: e con questo hai sbarrato la strada ad ogni possibile intesa.”. Una libertà privata, quella di stampa. E un secco distacco tra i due. Nel 2001 la tragica scomparsa di Montanelli e le sempre amareggianti dichiarazioni di Berlusconi: “Piango l’amico con cui ho condiviso molte battaglie e al quale sono rimasto legato anche quando espresso dissenso dalle mie posizioni, con lo spirito di libertà che ha sempre animato il suo lavoro e che ho sempre rispettato”.

Purtroppo i defunti non possono parlare. Purtroppo…

FRANCESCO ANGELI

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