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Milano: hanno fatto le primarie ma si sono scordati il contesto

di Giulio Cavalli *

Ma esattamente che primarie ha vinto Giuseppe Sala a Milano? Sì, certo, dice il PD che fossero le primarie del centrosinistra per trovare il candidato sindaco alle prossime amministrative di quest’anno ma, sul concreto, chi ha corso in queste primarie e soprattutto chi non ha corso?

Sono rimasti fuori i componenti della cosiddetta “sinistra più dura”: in soldoni non hanno partecipato (mostrando anche un certo schifìo) Rifondazione Comunista, i civatiani di Possibile e anche molti nella base di SEL oltre che i “sinistri” non aderenti a nessun partito. Attenzione, non parliamo semplicemente dei “disadattati da centri sociali” inventati da Salvini o da Libero: a Milano esiste una sinistra sociale (con ampi pezzi anche di borghesia) che ha sviluppato negli anni un insostenibile fastidio per il moderatismo spinto che ha ammaliato alcuni tra i dirigenti del Partito Democratico. E non sono né pochi e nemmeno ininfluenti anzi, a ben vedere, sono quelli che hanno dato la spinta propulsiva alla fragorosa vittoria di Giuliano Pisapia nel 2011 prima nelle primarie (quelle sì di centrosinistra) e poi come sindaco di Milano.

Sono, per dire, gli stessi che non sono stati intercettati nelle ultime elezioni regionali quando Umberto Ambrosoli, persona stimabile ma certo non “sinistra”, è riuscito a perdere la corsa per la Lombardia nonostante il centrodestra di Formigoni si fosse sbriciolato sotto le pesanti accuse di mafia e corruzione. Gli “esclusi” con nonchalance nelle primarie milanesi sono quel quid che serve per riuscire a vincere in una città tradizionalmente di centrodestra. Anche se questo sembra interessare poco o niente a Sala e ai suoi. Ma vabbè.

A questo si aggiunga la normale, prevedibile anzi scontata delusione di chi ha deciso di impegnarsi per la campagna di Francesca Balzani e Pier Francesco Majorino ma non voterà per nessun motivo al mondo un uomo con il profilo e la storia di Giuseppe Sala. Nonostante gli appelli di queste ultime ore sarebbe il caso di ricordare che il cosiddetto patto dei lealtà sottoscritto dai partecipanti alle primarie non ricade automaticamente obbligatorio sugli elettori: chi si è preso la briga di votare un candidato in questi giorni di primarie non è detto che voglia prendersene la briga nel caso di elezioni in cui nessun candidato riesca ad intercettare le proprie idee. È naturale, è banale ma sembra che non ci stia pensando nessuno.

E quindi? Quindi Giuseppe Sala (e la sua corte) ora dovrà decidere se cercare i voti per l’eventuale vittoria alle prossime amministrative tra i “duri e puri” che l’hanno osteggiato per tutta la campagna elettorale oppure se frugare tra i berlusconiani delusi, gli ex morattiani che non apprezzano la rudezza di Salvini oppure i semplici conservatori. Viene da sé quale delle due vie sia la più percorribile.

Le primarie di Milano (e ancor di più il suo risultato) hanno disegnato una sfida che non ha unione di intenti nel contesto generale: a Giuseppe Sala manca banalmente la chiave di lettura collettiva per riuscire a parlare a tutti. E Majorino, la Balzani e anche SEL possono solo sbiadirsi. Ma questa volta non diventeranno arancioni. No.

* Attore, scrittore, regista teatrale ed ex consigliere regionale della Lombardia


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