Dilettanti allo sbaraglio: il ministro Madia e i fannulloni

Un’ennesima conferma non era richiesta, ma purtroppo è arrivata: in Italia, chi è chiamato ad amministrare il bene pubblico spesso ha le stesse competenze di un qualsiasi cittadino che parla al bar. Il fenomeno, alla base dei mali del Belpaese, ha trovato un nuovo sponsor in Marianna Madia che martedì, dall’alto del suo anno e mezzo passato a dirigere il ministero per la semplificazione e la pubblica amministrazione, riferendosi a «recenti cronache» (gli assenteisti del comune di Sanremo), ha affermato che «un dipendente pubblico che dice che va a lavorare e poi non ci va, deve essere licenziato».

IL PRECEDENTE DI BRUNETTA.

Renato_Brunetta_1Bene! Brava! Bis! Peccato solo che la possibilità di mandare a casa i fannulloni faccia già parte della legge italiana dal 2009, da ben 6 (sei) anni. Lo ha subito ricordato uno dei predecessori di Madia al dicastero, Renato Brunetta, colui che introdusse la novità modificando il testo unico sul pubblico impiego contenuto nel decreto legislativo 165 del 30 marzo 2001 (qui trovate la sua ultima versione, con i singoli interventi che si sono succeduti nel corso del tempo).

Tra gli altri provvedimenti, la riforma del governo Berlusconi IV (decreto legislativo 150 del 27 ottobre 2009) introdusse alcune aggiunte all’art. 55, prevedendo la possibilità del licenziamento per una serie di casistiche. Tra queste, come riportato dall’art. 55-quater, si segnalano la «falsa attestazione della presenza in servizio, mediante l’alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente», la «giustificazione dell’assenza dal servizio mediante una certificazione medica falsa o che attesta falsamente uno stato di malattia», l’«assenza priva di valida giustificazione per un numero di giorni, anche non continuativi, superiore a tre nell’arco di un biennio o comunque per più di sette giorni nel corso degli ultimi dieci anni» e la «mancata ripresa del servizio, in caso di assenza ingiustificata, entro il termine fissato dall’amministrazione».

LA RIFORMA MADIA.

L’uscita dell’attuale ministro dell’altro giorno, già grave per l’ignoranza dei provvedimenti di chi l’ha preceduta, appare ancor più assurda se si ricorda che il parlamento, approvando lo scorso agosto la sua riforma della pubblica maria-anna-madia-matteo-renzi-riforma-pubblica-amministrazione-prepensionamenti-esuberi-tagli-mobilitamministrazione, ha dato all’esecutivo il compito di rivedere entro gennaio 2017 le procedure legate alle azioni disciplinari sul posto di lavoro. Un’ulteriore stretta, dunque. In particolare l’art. 17, comma 1, lettera s della legge (che trovate qui) ha incaricato il governo, e quindi soprattutto il dicastero di Madia, di introdurre «norme in materia di responsabilità disciplinare dei pubblici dipendenti finalizzate ad accelerare e rendere concreto e certo nei tempi di espletamento e di conclusione l’esercizio dell’azione disciplinare».

Dopo l’approvazione, mentre tutta la stampa metteva in risalto proprio l’incremento della possibilità di licenziare, Renzi twittava felice per la realizzazione di un altro punto del suo programma (consiglio non richiesto per il premier: in futuro, al posto di limitarsi ad attaccare i soliti «gufi», come ha fatto anche in questo caso, si preoccupi invece di accertarsi che i suoi ministri almeno conoscano per sommi capi il contenuto delle norme approvate, soprattutto se portano il loro cognome…).

SI NAVIGA A VISTA.

Possibile che Madia ignori anche i suoi stessi provvedimenti? Sì. Lo dimostra da un altro punto di vista l’intervista rilasciata lo scorso 24 ottobre a Il Messaggero. A proposito dei fatti di Sanremo, come via per risanare la piaga dell’assenteismo, il ministro ha saputo indicare solo una generica «trasparenza», esemplificata con la pubblicazione delle spese dei singoli ministeri e la possibilità di consultare tutti i dati della pubblica amministrazione: in che modo la diffusione online delle spese dovrebbe colpire chi non si reca a lavoro? Non è dato saperlo.

RIFORMA P.A, MADIA PRESENTA IL DDL DELEGACome nelle dichiarazioni di martedì, anche in questa intervista non c’è traccia dei decreti attuativi che la “sua” riforma le ha affidato sul tema: si trova solo il solito slogan ad effetto, volto a mascherare la totale impreparazione sull’argomento. Date queste premesse, non può sorprendere la totale assenza di riflessioni sulle difficoltà giuridiche che non hanno permesso neppure al guerriero Brunetta di cantare definitivamente vittoria, nonostante i suoi tornelli. Le ha messe ben in risalto Alessandra Borella due giorni fa su La Repubblica ricordando una serie di casi in cui la giustizia, nonostante l’assenteismo fosse conclamato, non ha potuto sancire il licenziamento del fannullone per l’esiguità dei danni che il suo comportamento aveva effettivamente provocato all’ente pubblico (si tratta del «principio di proporzionalità»).

Evidenziando, come altri, la necessità di interventi normativi assennati, l’articolo sottolinea chiaramente la complessità del tema, complessità che però non può essere una giustificazione per l’inadeguatezza di chi è stato formalmente incaricato di risolvere i problemi: intanto si nominino persone veramente competenti (ricordate la gaffe con Zanonato?), poi ne se ne riparla.

 

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About

Nato nel 1987 a Vicenza, consegue a Padova la laurea triennale in Lettere moderne, quella magistrale in Filologia medievale e il dottorato di ricerca in Filologia romanza. Creatore nel 2009 del blog bile.ilcannocchiale.it (sospeso nel 2011 per collaborare con "Wilditaly" e citato ne "I nuovi mostri" di Oliviero Beha nell’elenco delle "associazioni che a vario titolo rientrino nell’accezione culturale di chi promuove riflessioni sullo stato del Paese”), fino a gennaio 2011 ha fatto parte della redazione della rivista online "Conaltrimezzi", dirigendo le sezioni dedicate all’attualità e al mondo universitario. REDATTORE SEZIONE INTERNI


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