Mondadori e Rizzoli: editore unico o pluralismo?

di Carlo Magnani *

Il proposito del gruppo Mondadori, cioè Fininvest, di acquisire l’editoriale Rizzoli per realizzare un colosso del mondo librario fa giustamente discutere l’opinione pubblica, e non solo gli operatori del settore. Scrittori, editori, organi di informazione ma anche i semplici lettori esprimono preoccupazioni per la inedita costituzione di un polo editoriale e culturale tanto forte da sfiorare quasi il monopolio (40% del mercato, cioè un gigante e tanti nani).

La questione in gioco è in realtà piuttosto antica, e riguarda il rapporto tra un interesse diffuso come quello della cultura e le regole del mercato. Si tratta di una relazione niente affatto esente da contraddizioni. La cultura costituisce un bene protetto dalla Costituzione, così come la libera iniziativa economica del resto. Questa relazione già così difficile da comporre in una situazione normale diventa ancora più complicata nel contesto italiano: i nomi dei soggetti commerciali coinvolti, infatti, non possono non rimandare a precedenti incroci verificatisi nel passato, i fondamentali anni ’80, sul settore limitrofo della stampa periodica e in quello della informazione radiotelevisiva. Ancora Fininvest che va alla caccia di qualche concorrente più debole per rafforzare la propria posizione di mercato; tralasciando poi tutte le vicende politiche e giudiziarie che derivano dall’accordo che ha consentito di portare il marchio Mondadori presso Arcore, cioè il “lodo Mondadori”.

Il principio costituzionale coinvolto è quello del pluralismo delle tendenze culturali, che è fondativo e strutturante per la democrazia costituzionale, come ha più volte sancito la Corte costituzionale a proposito della informazione. Processi imprenditoriali che minacciano la presenza su un determinato mercato di quanti più operatori possibile sono tendenzialmente visti di cattivo occhio dalla ideologia del libero scambio.

Ma quando ad essere oggetto di fenomeni di concentrazione sono beni delicati, come l’informazione o la cultura o il sapere scientifico che passano attraverso l’editoria, non è in gioco solo la razionalità di un dato settore commerciale. Insomma, pare difficilmente contestabile che un conto è il mercato di beni a scarso contenuto ideologico, altro è quello di prodotti che inseriscono l’attività di impresa a stretto contatto con le dinamiche più profonde della democrazia. L’opinione pubblica ed il consenso si costruiscono infatti attraverso quell’insieme di strumenti materiali o elettronici che maneggiamo tutti i giorni. L’offerta di prodotti culturali non può essere ridotta alla mera dinamica della logica di mercato, perché vi è in ballo la capacità di una comunità di dare voce e rappresentazione a tutte le tendenze sociali o politiche o ideologiche che la attraversano.

Il nostro paese ha conosciuto già casi di concentrazione di potere mediatico, ad esempio nella radiotelevisione con il duopolio Rai-Fininvest, e non si vede francamente il bisogno di raggruppare ulteriormente sotto uno stesso editore, che già si è rafforzato nel recente passato, altre sigle. Non è solo la libera concorrenza a subire importanti danni – si pensi al ruolo dei piccoli editori che verrebbero sempre più emarginati e schiacciati, anche nel cruciale momento nella distribuzione. Ma è il principio del pluralismo delle voci che rischia di rimetterci maggiormente. La conoscenza scientifica e la libertà di espressione artistica richiedono un contesto di libertà.

La legislazione italiana pare priva di strumenti per evitare la formazione di posizioni dominanti che non siano quelli (pochi) della vigilanza di Borsa o della concorrenza del mercato. Forse bisognerebbe davvero provare ad individuare clausole di protezione del pluralismo culturale a favore della democrazia della conoscenza.

* docente di Diritto dell’informazione e della comunicazione, Università “Carlo Bo’ ” di Urbino.


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