Rohingya

In Myanmar continua la pulizia etnica contro i Rohingya

Secondo le prove raccolte da Amnesty International, ripetuti atti di violenza, uccisioni e stupri ancora dilagano nel nord di Rakhine per mano dell’esercito del Myanmar a danno del gruppo etnico dei Rohingya. Sono state ascoltate le testimonianze di 19 rifugiati appena giunti in Bangladesh, i quali hanno raccontato di sparizioni di giovani donne e bambine, prese dalle milizie e mai più viste, di violenze sessuali e torture subite. A questi atti inumani si aggiunge la fame. Non solo, l’esercito birmano ha vietato ai Rohingya di accedere ai campi di riso e ha imposto severe restrizioni nell’ingresso di aiuti umanitari nello Stato. Per non parlare dei furti di bestiame e degli incendi dei campi.

Chi sono i Rohingya e perché si parla di pulizia etnica

Le milizie stanno portando avanti una vera e propria pulizia etnica da agosto 2017. Per le persone rimaste a vivere in quei territori è diventato impossibile continuare a vivere. Le motivazioni, se così vogliamo chiamarle, dello scoppio di questa grave crisi umanitaria risiedono principalmente nel fatto che i Rohingya siano un gruppo etnico di fede musulmana, che vive principalmente nello Stato di Rakhine in Myanmar, al confine con il Bangladesh, ove, però, la maggior parte della popolazione è di religione buddhista. Pertanto il governo birmano non riconosce ai Rakhine musulmani la cittadinanza a causa delle leggi in materia che prevedono la concessione della nazionalità sulla base della razza. Di conseguenza, in virtù del loro stato di apolidi e della minore presenza sul territorio sono da sempre discriminati e marginalizzati e non godono pienamente dei diritti umani basilari, fra cui l’accesso alle cure e all’istruzione.

Il 25 agosto 2017 la situazione è vertiginosamente precipitata. Si sono succeduti una serie di brutali attacchi organizzati e sistematici da parte delle forze di sicurezza del Myanmar, con l’appoggio di gruppi armati di rakhine buddhisti, allo scopo non solo di cacciare i Rohingya fuori dallo Stato, ma anche di impedirne il ritorno. Villaggi, case, campi, abitazioni sono stati distrutti, violenze di ogni genere e omicidi sono stati commessi.

L’esodo verso il Bangladesh

Secondo il report pubblicato nel settembre del 2017 dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, già prima del 25 agosto l’esercito birmano aveva provveduto ad arrestare e detenere arbitrariamente la leadership culturale, religiosa e politica dei Rohingya, a bloccare l’accesso al cibo e ai mezzi di sostentamento, a commettere uccisioni, stupri e torture.

Ad agosto, tuttavia, quando la situazione è divenuta insostenibile è iniziato un lungo esodo in massa verso il Bangladesh. La fuga non è ancora terminata e a causa della sua portata e continuità non troverà adeguata soluzione nell’immediato. Infatti, nonostante l’afflusso di aiuti internazionali verso lo Stato bengalese, la maggior parte dei rifugiati vive in strutture sovraffollate e fatiscenti, in cui spesso i bisogni primari non sono soddisfatti. Per citare qualche cifra, si stima che ad oggi siano oltre 688.000 le persone che hanno varcato il confine bengalese. Medici Senza Frontiere ha denunciato almeno 6700 morti nel solo primo mese iniziale (da agosto a settembre 2017), fra cui 730 bambini al di sotto dei 5 anni. Le cause principali di decesso sono le violenze subite: persone colpite da arma da fuoco, dall’esplosione di mine, bruciate vive o percosse.

La comunità internazionale ancora una volta sembra sprovvista di strumenti utili a fronteggiare la situazione. Gli aiuti internazionali non sono sufficienti, se non si agisce in Myanmar per porre fine a questa atrocità.

Il piano di rimpatrio non sembra la soluzione ottimale

Nel novembre 2017 è stato stipulato un accordo fra Bangladesh e Myanmar per il rimpatrio dei Rohingya entro due anni e la prima ondata di ritorni era prevista il 23 gennaio 2018. Eppure sembra che il piano non andrà in porto in tempi brevi. Infatti, come il Ministro degli Esteri bengalese, AH Mahmood Ali, ha dichiarato, le autorità del Bangladesh per il momento hanno rinviato il rimpatrio dei musulmani rohingya in Birmania, in quanto quest’ultimo avverrà solo su base volontaria e nel pieno rispetto dei desideri dei rifugiati. Stante così le cose, si costituirebbe più come un ritorno forzato.  Non è plausibile ritenere, dati i continui atti di violenza perpetrati, che vi siano le condizioni idonee affinché il rimpatrio non comporti seri rischi alla vita e che, dunque, sia conforme alle norme del diritto internazionale.

Se le milizie birmane o, come si fanno chiamare, l’Esercito di salvezza Arakhan, continueranno a portare avanti la pulizia etnica in corso, resteranno intatte le condizioni che impediscono il ritorno in completa sicurezza.

 

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About

Nata a Roma nel 1993, consegue la laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università La Sapienza di Roma con una tesi sulla governance globale nell’accesso ai farmaci essenziali. Da sempre interessata ai temi dei diritti umani, coltiva la passione anche per i viaggi e la fotografia. COLLABORATRICE SEZIONE ESTERI


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