Napolitano alla prova dei fatti/1: la rielezione e le dimissioni

Con questo articolo, Wild Italy inaugura l’approfondimento sul novennato di Giorgio Napolitano. Nell’attesa dell’inizio delle votazioni per l’elezione del nuovo Capo dello Stato, abbiamo infatti deciso di ripercorrere le tappe che hanno scandito il suo doppio incarico prendendo in considerazione solamente le ++ Napolitano, da Pdl fatto istituzionalmente inquietante ++dichiarazioni ufficiali, reperibili da tutti attraverso gli archivi online della Presidenza della Repubblica (interrogabili qui e qui): riunite sulla base degli argomenti che più hanno caratterizzato questi nove anni, le sue uscite pubbliche permetteranno di delinearne la figura attraverso un punto di vista dato esclusivamente dai fatti.

Il primo capitolo che affrontiamo è dedicato al motivo per cui, a breve, i grandi elettori saranno chiamati a designare un nuovo Presidente della Repubblica a meno di due anni di distanza dall’ultima occasione, la rielezione di Napolitano del 20 aprile 2013: senza di essa, lo scenario oggi sarebbe totalmente differente e, verosimilmente, avremmo un Capo dello Stato nel pieno delle sue forze, in grado di condurre tranquillamente in porto i sette anni previsti dalla Costituzione per l’incarico più delicato dell’architettura istituzionale.

LA RIELEZIONE A TEMPO. La nuova chiamata al Colle non poteva garantire un mandato pieno. Lo sapevano tutti, anche e soprattutto Napolitano che, già nel discorso pronunciato per il nuovo insediamento, aveva chiarito come il suo fosse un incarico a termine: «se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato – affermò perentorio – non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al paese». Il messaggio veniva ribadito con la conclusione dell’intervento: «eserciterò […] con accresciuto senso del limite, oltre che con immutata imparzialità, [le funzioni] che la Costituzione mi attribuisce. E lo farò – sottolineava – fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno. Inizia oggi per me questo non previsto ulteriore impegno pubblico in una fase di vita già molto avanzata».

LA «SOLUZIONE PASTICCIATA». Pur riconoscendo l’onestà intellettuale di Napolitano, che ha sempre messo in rilievo il «rischio dimissioni» connaturato nella sua rielezione, gli storici del futuro non finiranno mai di rilevare- l’eccezionalità dell’affaire che lo ha riportato al Quirinale: la coincidenza tra il nome dell’undicesimo Presidente della Repubblica e il suo successore rappresenta un unicum nella storia italiana.

La straordinarietà di un’eventuale riconferma era ben nota allo stesso Capo dello Stato. Già il 17 dicembre 2012, durante il suo intervento alla Cerimonia per lo scambio degli auguri con le Alte Cariche dello Stato, si diceva convinto  che «la non rielezione, al termine del settennato, è l’alternativa che meglio si conforma al modello costituzionale di Presidente della Repubblica». Il concetto era stato ribadito il 21 febbraio 2013, in un comunicato volto a rispondere ai primi rumors concreti su una sua possibile rielezione: Napolitano rilevava come fossero già chiare «le ragioni istituzionali e personali per cui non ritiene sia ipotizzabile una riproposizione del suo nome per la Presidenza della Repubblica». Ancora il 7 marzo 2013, all’Accademia dei Lincei, sottolineava come «la conclusione, alla scadenza dei sette anni, del […] mandato di Presidente corrisponda pienamente alla concezione che i nostri padri costituenti ebbero della figura del Presidente della Repubblica nel nostro ordinamento, e corrisponde anche alle leggi della continuità delle nostre istituzioni e alle leggi del succedersi delle generazioni nella vita». Di nuovo il 14 aprile, a una settimana dal rinnovo del suo incarico, in un colloquio col direttore de La Stampa, arrivava a definire l’ipotesi una «non soluzione», che rientrerebbe nella categoria delle «soluzioni pasticciate» tipicamente «all’italiana»: restare – affermava sprezzante – «sarebbe ai limiti del ridicolo».

LE INDICAZIONI DI CIAMPI (E SEGNI). Napolitano del resto era confortato dalle parole molto nette pronunciate dal suo predecessore più diretto, Carlo Azeglio Ciampi, che si espresse in questo senso in due occasioni: prima, parlando col suo portavoce Paolo PeluffoSegni addirittura nel suo messaggio alla Camere, l’unico, propose di modificare la Costituzione per inserire l’ineleggibilità per due volte del capo dello Stato. I costituenti hanno previsto un periodo di sette anni, perché fosse abbastanza lungo da escludere la rielezione»); poi, con la nota ufficiale nicola-mancino-giorgio-napolitanodel 3 maggio 2006 («Non ritengo […] data l’età avanzata di poter contare sulle energie necessarie all’adempimento, per il lungo arco di tempo previsto, di tutte le gravose funzioni proprie del Capo dello Stato. A ciò si aggiunge una considerazione di carattere oggettivo, che ho maturato nel corso del mandato presidenziale: nessuno dei precedenti nove Presidenti della Repubblica è stato rieletto. Ritengo che questa sia divenuta una consuetudine significativa. È bene non infrangerla. A mio avviso, il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato»).

L’EMERGENZA INESISTENTE. Nonostante questo precedente molto vicino nel tempo e le sue stesse parole, la rielezione di Napolitano divenne comunque realtà: dopo la bocciatura di Prodi al quarto scrutinio con i 101 traditori del Pd, la mattina del 20 aprile si caratterizzò per il pellegrinaggio al Colle da parte di tutte le principali forze politiche presenti in Parlamento (esclusi il M5S e Sel), pellegrinaggio che, nel pomeriggio, portò Napolitano con un comunicato a «dover offrire la disponibilità che […] è stata richiesta» per il «sentimento di non poter[si] sottrarre a un’assunzione di responsabilità verso la nazione». Ritrattando tutte le dichiarazioni fatte fino a quel momento, Napolitano accettò la proposta soprattutto – come affermato durante il già richiamato discorso di insediamento – per fronteggiare «un rischio senza precedenti» e «ormai incombente», ovvero l’«avvitarsi del Parlamento in seduta comune nell’inconcludenza, nella impotenza ad adempiere al supremo compito costituzionale dell’elezione del Capo dello Stato».

Appena riconfermato, il Presidente ha dipinto così lo stallo che si stava concretizzando dopo quattro votazioni. Rispetto a questa ricostruzione, resta tuttavia da capire come sia stato possibile che Pertini e Scalfaro siano stati eletti al sedicesimo scrutinio, SaragatNapolitano al ventunesimo e Leone al ventitreesimo: perché all’epoca nessuno invocò uno stato emergenziale tale da motivare una forzatura della Costituzione come la rielezione? E perché Napolitano, in Parlamento da quando aveva 28 anni, non ha tenuto a ricordare questi precedenti, additando la confusione generata da sole cinque fumate nere come «senza precedenti»?

LE DIMISSIONI E IL LEGAME COL PROGRAMMA POLITICO. A questa prima, grossa incongruenza del prolungamento del suo mandato se ne affianca necessariamente un’altra, ovvero la sua interruzione. Anche le dimissioni rappresentano infatti una novità nella storia repubblicana, se non in assoluto, quantomeno per le loro motivazioni. Non potendo contare quelle di Pertini, Scalfaro e Ciampi (di pura cortesia, volte unicamente a permettere l’insediamento del successore già eletto), per il passato si devono annoverare solo quelle di De Nicola nel 1947 (per un solo giorno, a seguito degli scontri interni all’Assemblea costituente), di Segni nel 1964 (per un ictus, e solo in seconda battuta per il suo possibile coinvolgimento nel Piano Solo), di Leone nel 1978 (per lo scandalo Lockeed e il «sequestro Moro») e di Cossiga nel 1992 (per Gladio e il crollo della Dc successivo all’inizio di Mani pulite): al di là di quelle di De Nicola (durate solo un giorno per l’immediata rielezione e da ricondurre comunque a un periodo precedente l’entrata in funzione del Parlamento), tutte trovano una motivazione esterna alla volontà dei Presidenti, colpiti da problemi di salute o sostanzialmente sfiduciati dal Parlamento. Per quanto riguarda le dimissioni di Napolitano, invece, oltre al «fattore età», certamente significativo, ha pesato soprattutto il peso dato al languire delle riforme, la conditio sine qua non posta col discorso del re-insediamento per accettare il reincarico, come abbiamo già visto.

L’elemento  taciuto nelle motivazioni ufficiali date col suo ultimo discorso di fine anno, ma testimoniato chiaramente dai lanci delle agenzie dell’inizio dello scorso novembre e dalla nota del Quirinale a essi dedicata (come del resto avevamo già fatto) permette di evidenziare la nascita di un rapporto 'RE GIORGIO'GIURA E BACCHETTA PARTITI, ORA GOVERNO E RIFORMEtra la vita del Quirinale e quella del Parlamento e del Governo che ribalta completamente le gerarchie istituzionali fin qui conosciute: decisivo con la sua rielezione nel dare il via al Governo Letta (in carica dal 28 aprile 2013, ad appena sei giorni dal discorso di insediamento che indicava nuovamente la strada delle cosiddette «larghe intese» per porre fine alla – presunta – emergenza istituzionale), Napolitano si dimette per la mancata concretizzazione dell’auspicata spinta riformatrice. Per la prima volta, quindi, la durata della carica della Presidenza della Repubblica è stata legata alla realizzazione di un programma politico, elemento totalmente al di fuori dal dettato costituzionale, che dà al Capo dello Stato, rappresentante di tutti i cittadini, il ruolo di arbitro, e non di parte in causa.

Già con questi dati – tutti certificati dalle dichiarazioni dell’interessato – siamo posti di fronte a due notevoli forzature, ancora oggi tutte da valutare nella loro potenzialità. Con la prossima puntata di questo approfondimento, proveremo a evidenziare le altre.

LEGGI LA SECONDA PUNTATA DELL’APPROFONDIMENTO: LE INNOVAZIONI DELLE PROCEDURE REPUBBLICANE

LEGGI LA TERZA PUNTATA DELL’APPROFONDIMENTO: IL RAPPORTO CON BERLUSCONI

LEGGI LA QUARTA PUNTATA DELL’APPROFONDIMENTO: IL FACTOTUM

Alessandro Bampa

Nato nel 1987 a Vicenza, consegue a Padova la laurea triennale in Lettere moderne, quella magistrale in Filologia medievale e il dottorato di ricerca in Filologia romanza. Creatore nel 2009 del blog bile.ilcannocchiale.it (sospeso nel 2011 per collaborare con "Wilditaly" e citato ne "I nuovi mostri" di Oliviero Beha nell’elenco delle "associazioni che a vario titolo rientrino nell’accezione culturale di chi promuove riflessioni sullo stato del Paese”), fino a gennaio 2011 ha fatto parte della redazione della rivista online "Conaltrimezzi", dirigendo le sezioni dedicate all’attualità e al mondo universitario. REDATTORE SEZIONE INTERNI

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