Napolitano, il garante della partitocrazia

In questi giorni tutti i quotidiani hanno dedicato molto spazio al nuovo super-monito di Napolitano contro la «patologia dell’antipolitica». Rispetto al testo della conferenza tenuta presso l’Accademia dei Lincei, piuttosto che cercare di identificare meglio gli obiettivi mai nominati della filippica (da subito individuati nel Movimento 5 Stelle e nella Lega), risulta molto più interessante provare a seguirne lo svolgimento. Il pensiero alla base della catilinaria dice infatti moltissimo sulla concezione della democrazia di Napolitano: l’attacco diretto contro napolitano grillol’antipolitica – individuata, da un lato, nei «tentativi sistematici e [negli] esercizi continui di stravolgimento e impedimento dell’attività politica e legislativa di ambedue le Camere» e, dall’altro, nelle «[s]valutazioni sommarie [e nelle] posizioni liquidatorie [che] hanno sempre di più negli ultimi tempi messo in questione anche le istituzioni, le politiche [e] le rappresentanze europee» – è frutto di una riflessione molto precisa, degna di assoluta attenzione.

L’intervento di Napolitano ha risposto all’invito dell’Accademia a parlare della «crisi dei valori da superare» e delle «speranze da coltivare per l’Italia e l’Europa di domani». Il Capo dello Stato ha denunciato in particolare «il declinare, se non il dissolversi, di valori e di costumi che avevano retto a lungo», nel secondo Dopoguerra, dopo la loro «eclisse» dettata dal Nazifascismo. Il discorso ha messo in rilievo soprattutto come tale «oscuramento dei parametri essenziali del comune vivere civile» riguardi in primis «il rispetto della cultura e la cultura del rispetto», «innanzitutto delle istituzioni e delle persone». Il Presidente ha individuato i prodromi di tale degenerazione nel periodo culminato in Mani Pulite, quando la società civile impose «due imperativi», «[f]ar pulizia nel mondo della politica e riformare regole e istituzioni indubbiamente logoratesi o risultate inadeguate». Tale assunto di fondo risulta facilmente condivisibile: il boom elettorale della Lega risale proprio all’inizio degli anni Novanta (quando i bossiani sventolavano il cappio in Parlamento proprio di fronte a un esterrefatto Napolitano); quello di Grillo sarebbe stato impossibile senza le continue «nuove Tangentopoli» del Duemila (pensate ad esempio alla famigerata «Cricca»).

La chiave di volta per comprendere gli attacchi del Capo dello Stato contro l’antipolitica è data solo dal passaggio successivo, in cui Napolitano ha riconosciuto alle Istituzioni il raggiungimento, a caldo, quando Mani Pulite mieteva ancora le sue vittime, di «risultati non certo irrilevanti»: l’intervento ha ricordato a questo riguardo il «rimescolamento assai vasto dei gruppi dirigenti dei partiti, addirittura […] la scomparsa o dispersione di alcuni di essi, e […] la riforma delle leggi elettorali per il Parlamento e per i Comuni», cui sono seguiti, pur con «ritardi» e «riluttanze», «impegni concreti e ulteriori passi sulla via del rinnovamento, inteso ad esempio come superamento di posizioni di privilegio nell’ambito pubblico».napo parlamento

La conferenza è proseguita attaccando a testa bassa i responsabili del salto di qualità – in negativo – dei nostri tempi, ovvero gli «infiniti canali di comunicazione, a cominciare da giornali tradizionalmente paludati», gli «opinion makers lanciatisi senza scrupoli a cavalcare l’onda, per [sic] impetuosa e fangosa che si stesse facendo», e alcuni dei «soggetti politici […] provenienti dalle tradizioni del primo cinquantennio della vita repubblicana»: con loro «la critica della politica e dei partiti, preziosa e feconda nel suo rigore, purché non priva di obbiettività, senso della misura, capacità di distinguere ed esprimere giudizi differenziati, è degenerata in antipolitica, cioè […] in patologia eversiva».

Ritornati al punto di partenza del pensiero del Capo dello Stato, occorre rilevare come esso, pur cercando di comprendere le cause del movimento antipolitico, risulti nella sostanza una difesa d’ufficio della partitocrazia italiana: nonostante l’invito a non «assimilare [all’antipolitica] tutte le pulsioni di malessere sociale, di senso dell’ingiustizia, di rivolta morale, di ansia di cambiamento con cui le forze politiche e di governo in Italia debbono fare seriamente i conti», col suo discorso Napolitano è risultato soprattutto l’avvocato delle forme partitiche, almeno di quelle che hanno tenuto in mano l’Italia negli ultimi venti anni. Esso sono state difese strenuamente, nonostante il loro fallimento sia, nei fatti, incontestabile, come dimostrano la crisi economica e politica in cui versiamo da almeno sei anni. Consigliando di accontentarsi solo di un paio di riforme elettorali e del gattopardismo che ha caratterizzato il post-Tangentopoli attraverso il rimescolamento delle carte messo in atto dai vecchi e nuovi gruppi politici (Pds, poi Margherita e Ds e infine Pd da un lato; Forza Italia dall’altro), Napolitano ha inoltre negato qualsiasi valore democratico a tutti gli oppositori del sistema, senza alcuna distinzione tra le libere organizzazioni politiche e i giornalisti.

In sostanza, rispetto alla critica mossa solo nel finale contro i «portatori di false speranze» (individuati dai soliti “gufi” nei renziani), domina in questo discorso una concezione dello Stato legata esclusivamente alla partitocrazia. napo giovaneAncorato a un passato che non esiste più, quello del secondo Dopoguerra, il Presidente della Repubblica con la sua conferenza all’Accademia dei Lincei ha dimostrato soprattutto l’incapacità di affrontare una realtà diversa da quella in cui è cresciuto come uomo, quella in cui i partiti italiani non possono più rappresentare – se mai sono stati in grado di farlo – l’infallibilità.

Tale incapacità emerge dalle poche parole dedicate dal discorso a «Mafia capitale»: secondo Napolitano, «non deve mai apparire dubbia la volontà di prevenire e colpire infiltrazioni criminali e pratiche corruttive nella vita politica e amministrativa che si riproducono attraverso i più diversi canali come in questo momento è emerso dai clamorosi accertamenti della magistratura nella stessa capitale». Duole dirlo, ma lo strettissimo legame tra il passato recente e la situazione attuale – clamorosamente dimenticato dall’analisi del Presidente – dimostra l’esatto contrario.


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Nato nel 1987 a Vicenza, consegue a Padova la laurea triennale in Lettere moderne, quella magistrale in Filologia medievale e il dottorato di ricerca in Filologia romanza. Creatore nel 2009 del blog bile.ilcannocchiale.it (sospeso nel 2011 per collaborare con "Wilditaly" e citato ne "I nuovi mostri" di Oliviero Beha nell’elenco delle "associazioni che a vario titolo rientrino nell’accezione culturale di chi promuove riflessioni sullo stato del Paese”), fino a gennaio 2011 ha fatto parte della redazione della rivista online "Conaltrimezzi", dirigendo le sezioni dedicate all’attualità e al mondo universitario. REDATTORE SEZIONE INTERNI


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