Ndrangheta, la sentenza del processo “Crimine” fa esultare i famigliari degli imputati

Tristezza? Amarezza? Delusione? Non saprei come chiamare la sensazione che sicuramente non solo io provo in questo momento. A Reggio Calabria doveva essere una giornata storica per la lotta alla ‘Ndrangheta (definita da molti come “la più potente mafia del mondo”), ma, con il passare delle ore, la mattinata si è tramutata in un castello di carta che piano piano ho visto crollare sotto i miei occhi.

Era il 16 dicembre 1987, quando 360 persone vennero condannate a Palermo ad un totale di 2665 anni di carcere – ergastoli esclusi – al maxiprocesso istituito dal pool Antimafia. Ciò che accadde in seguito è noto agli onori ( o orrori?) della cronaca. L’importanza però di quelle prime condanne e di quel complessissimo impianto accusatorio, permisero di dare un colpo violentissimo a Cosa Nostra.

Oggi si doveva verificare lo stesso episodio, un iter comunque analogo. Purtroppo così non è stato. L’intero impianto accusatorio dell’inchiesta “Il Crimine” che ha portato, nel luglio 2010 – assieme all’inchiesta “Infinito” di Milano – all’arresto di quasi trecento ‘ndranghetisti (o presunti tali) è stato smontato. Le pene richieste dai pubblici ministeri, sono state dimezzate o – in alcuni casi –  totalmente respinte. Un esempio palese è quello di Domenico Oppesidano – considerato il Capo Crimine, il capo della “Provincia”, che regge le decisioni più importanti della ‘ndrangheta dal 1991 – per il quale erano stati chiesti 20 anni di reclusione ma comminati, questa mattina, solo 10.

Il conteggio finale è di 90 condanne e ben 34 assoluzioni. La pena più alta, 14 anni e 8 mesi, è stata inflitta a Giuseppe Commisso , detto ‘U Mastru, capo del Clan Comisso e dell’intera locale di Siderno a cui sembra facessero far riferimento quasi altre 100 locali – in un intercettazione ‘U Mastru parla di 96 locali da gestire – e che fu incaricato dalla ‘ndrangheta di dirimere le questioni fra le locali del sud e quelle del nord, con particolare attenzione alla Lombardia. I suoi capi di accusa però, lo vedono coinvolto anche in altre ramificazioni e rami di criminalità organizzata che arrivano fino in Canada, Stati Uniti e Australia.

La “diretta” Twitter, grazie a @LiberaReggio, ci ha tenuti aggiornati minuto per minuto. Ciò che però faceva più impressione, a quanto pare, era il giubilio dei familiari degli imputati: applausi dalle gabbie, urla, ringraziamenti alla Madonna, fino a paragonare l’entusiasmo sprigionato con “il Barcellona di ieri sera!”.
Sempre Twitter, e Libera Reggio, ci riportano un commento di un parente che, uscendo dall’aula bunker, commentava il fatto che, dalle richieste dei Pm, le sentenze stavano andando bene a TUTTI. Sono piccoli particolari, lo sappiamo. Ma sono particolari senza dubbio interessanti.

C’è dunque da fare una riflessione, anzi due:

– o i Pm che hanno compiuto le indagini – Michele Prestipino e Nicola Gratteri, i sostituti Antonio De Bernardo, Maria Luisa Miranda e Giovanni Musarò, ecc – si sono letteralmente presi un abbaglio e quindi la struttura organizzativa della ‘Ndrangheta non è affatto come l’avevano disegnata;
– o siamo difronte a degli emulatori di Corrado Carnevale (chiamato l’ammazza sentenze).

Non disperiamo, e – come sempre – confidiamo nella giustizia. Sarà necessaria però, a questo punto, la lettura delle motivazioni non dimenticandoci che siamo solo al primo grado di giusizio e i Pm non si fermeranno sicuramente qui.

Noi continueremo a seguire la vicenda e a tenervi informati.  Già domani, 9 marzo, ci aspetta un’altra giornata importantissima: la sentenza della Corte di Cassazione sul processo al Senatore Marcello Dell’Utri, già condannato a 7 anni di carcere in Appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Come si dice in questi casi: “restate sintonizzati!”

GIAMPAOLO ROSSI

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About

Residente a Belluno, studia all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna alla facoltà di Lettere, con indirizzo storico, per poi specializzarsi in giornalismo. giampross@katamail.com


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