Never Mind The Bollocks, here’s the Sex Pistols

“Non erano musicisti, erano teppisti con l’ambizione della malvagità e uno stile che mi divertiva: volevo che diventassero giovani sexy assassini della cultura Pop!”. Con loro il punk trovò i primissimi rappresentanti, creati dal genio del loro manager McLaren, uno dei padri ideologici del movimento ribelle e arrabbiato.

Siamo nel lontanissimo 1977, data ufficiale dell’addio al movimento hippy e all’ottimismo “cronico” che aveva caratterizzato il ventennio precedente. La crisi economica, la disoccupazione, l’assenza di prospettive, la ribellione e la rabbiosa contestazione di una massa di emarginati dimenticati verso da una società perbenista e ipocrita sono il contesto che portò Vicious, Cook, Rotten e Jones all’apice della notorietà, nonostante le doti musicali scarsissime sia sul piano tecnico che sul piano stilistico. Grazie alla loro efficace e innovativa visione della musica (speranza di qualunque musicista senza abilità musicale) diventarono la miccia di una bomba i cui echi si sentono ancora oggi.

La storia di questo album è controversa e percorre la storia della band stessa. Il titolo-presentazione è un calcio negli attributi: Never mind the Bollocks, here’s the Sex Pistols. Erano parole scritte a caratteri cubitali sulla copertina gialla (ideata da Jamie Reid) che portarono i negozianti a rifiutarsi di vendere questo anarchico Lp. Il biglietto da visita dei Sex Pistols è “Holidays in the sun”, dichiarazione di guerra dal ritmo cadenzato e provocante, seguita da canzoni che oggi desterebbero ancora scandalo: “Bodies” (tema: aborto), “No feelings” e “Lair”.

La quinta e la ottava canzone sono storia: “God save the Queen” e “Anarchy in the UK” sono urli rabbiosi e disperati che inquadrano e davano voce alle precarie condizioni del proletariato e degli strati più esterni e problematici della società. Sono canzoni anarchiche e politicizzate, i cui nemici sono le regole, la società, il conformismo e la regina stessa; sono radicali, anticonformiste e creatrici degli slogan del punk: “No future for you” e “I don’t know what I want but I know how I’ll get it”. “God save the Queen” richiama nel titolo l’inno nazionale inglese e con acido sarcasmo si apre con la più forte irriverenza a cui l’Inghilterra non osava neppure pensare: “God save the Queen/ and the fascist regime/ they made you a moron/ potential H-bomb”. Venne suonata la prima volta il 27 maggio 1977 su un battello sul Tamigi in occasione del giubileo della Regina Elisabetta: vennero arrestati, la canzone venne censurata e loro raggiunsero la seconda posizione delle classifiche nazionali, diventando un vero e proprio fenomeno di tendenza (i dati molto probabilmente vennero ritoccati dal governo per non far raggiungere loro la vetta delle classifiche). “Anarchy in the Uk” venne scritta nel 1976 e causò al gruppo una denuncia in Parlamento, una censura della Bbc e la sollevazione dell’opinione pubblica: avevano colpito nel segno. Come tutte le altre canzoni dell’album, è veloce, breve e fatta da tre accordi semplici ed efficaci da ascoltare e suonare a tutto volume. Degne di nota, anche se tecnicamente molto easy sono “Problems”, “Pretty Vacant” ed “EMI”. Le altre, sempre ribelli e controcorrente sono “Seventeen”, “Submission” e “New York”.

Dopo l’album, questi “pupazzetti” creati dal manager e buttati per strada, inebriati dal successo si divisero e furono un fallimento: la storia di Rotten ne è l’esempio.

“Ma un meraviglioso fallimento, migliore di qualunque innocuo successo”. Il gruppo, infatti, tre anni dopo l’uscita del cd scomparve, ma il punk rimase.

MAX ZUMSTEIN



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