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Never Mind The Bollocks, here’s the Sex Pistols

Scritto da Max Zumstein il 14 - February - 2010 Letto 665 volte

“Non erano musicisti, erano teppisti con l’ambizione della malvagità e uno stile che mi divertiva: volevo che diventassero giovani sexy assassini della cultura Pop!” Con loro il punk trovò i primissimi rappresentanti, creati dal genio del loro manager McLaren, uno dei padri ideologici del movimento ribelle e arrabbiato.

Siamo nel lontanissimo 1977, data ufficiale dell’addio al movimento hippy e all’ottimismo “cronico” che aveva caratterizzato il ventennio precedente. La crisi economica, la disoccupazione, l’assenza di prospettive, la ribellione e la rabbiosa contestazione di una massa di emarginati dimenticati verso da una società perbenista e ipocrita sono il contesto che portò Vicious, Cook, Rotten e Jones all’apice della notorietà, nonostante le doti musicali scarsissime sia sul piano tecnico che sul piano stilistico: ma grazie alla loro efficace e innovativa visione della musica (speranza di qualunque musicista senza abilità musicale) diventarono la miccia di una bomba i cui echi si sentono ancora oggi.

La storia di questo album è controversa e percorre la storia della band stessa. Il titolo-presentazione è un calcio negli attributi: Never mind the Bollocks, here’s the Sex Pistols. Erano parole scritte a caratteri cubitali sulla copertina gialla (ideata da Jamie Reid) che portarono i negozianti a rifiutarsi di vendere questo anarchico Lp. Il biglietto da visita dei Sex Pistols è “Holidays in the sun”, dichiarazione di guerra dal ritmo cadenzato e provocante, seguita da canzoni che oggi desterebbero ancora scandalo: “Bodies” (tema: aborto), “No feelings” e “Lair”.

La quinta e la ottava canzone sono storia: “God save the Queen” e “Anarchy in the UK” sono urli rabbiosi e disperati che inquadrano e davano voce alle precarie condizioni del proletariato e degli strati più esterni e problematici della società. Sono canzoni anarchiche e politicizzate, i cui nemici sono le regole, la società, il conformismo e la regina stessa; sono radicali, anticonformiste e creatrici degli slogan del punk: “No future for you” e “I don’t know what I want but I know how I’ll get it”. “God save the Queen” richiama nel titolo l’inno nazionale inglese e con acido sarcasmo si apre con la più forte irriverenza a cui l’Inghilterra non osava neppure pensare: “God save the Queen/ and the fascist regime/ they made you a moron/ potential H-bomb”. Venne suonata la prima volta il 27 maggio 1977 su un battello sul Tamigi in occasione del giubileo della Regina Elisabetta: loro vennero arrestati, la canzone venne censurata e loro raggiunsero la seconda posizione delle classifiche nazionali, diventando moda (I dati molto probabilmente vennero ritoccati dal governo per non far raggiungere loro la vetta delle classifiche). “Anarchy in the Uk” venne scritta nel 1976 e causò al gruppo una denuncia in parlamento, una censura della Bbc e la sollevazione dell’opinione pubblica: avevano colpito nel segno. Come tutte le altre canzoni dell’album, è veloce, breve e fatta da tre accordi semplici ed efficaci da ascoltare e suonare a tutto volume. Degne di nota, anche se tecnicamente molto easy sono “Problems”, “Pretty Vacant” ed “EMI”. Le altre, sempre ribelli e controcorrente sono “Seventeen”, “Submission” e “New York”.

Dopo l’album, questi “pupazzetti” creati dal manager e buttati per strada, inebriati dal successo si divisero e furono un fallimento: la storia di Rotten ne è l’esempio.

“Ma un meraviglioso fallimento, migliore di qualunque innocuo successo.” Loro infatti tre anni dopo l’album scomparvero, ma il punk rimase.

MAX ZUMSTEIN

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