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Nevermind – Nirvana

Scritto da Max Zumstein il 12 - May - 2010 Letto 1,170 volte

Nell’insieme infinito degli avvenimenti, pochissimi sono in grado di cambiare di il corso della storia. Loro furono come un fulmine: si crearono, cambiarono il mondo, scomparvero. Ma gli echi del tuono, del loro tuono da 42 minuti e 38 secondi, si sentono fino ad oggi. La cosa incredibile è che, fosse stato per quel trio, non sarebbe dovuto cambiare nulla. But it’s real, it is… “Nevermind”.
Inutile dire chi sono il chitarrista/voce Kurt Cobain, il bassista Krist Novoselic e il batterista Dave Grohl; non serve conoscere il nome dell’album, ne che è stato pubblicato nel 1991 dalla Geffen Records. Si può arrivare anche a non amare il rock, a non saper neppure come si scrive. Basta vedere la copertina per capire: un neonato sommerso in acqua che, sorridente, insegue una banconota da un dollaro attaccata ad un amo. I Nirvana sono la band che è riuscita a produrre un album che, con un disco d’oro, uno diamante e 10 di platino, arrivando al 17° posto della classifica della rivista “Rolling Stone”, ha creato un genere: il grunge.

L’archetipo sono i riff iniziali di “Smell Like Teen Spirit” : celeberrimi, abusati, quasi rubati alla “Louie Louie” di Richard Berry.Il principio è la chitarra, grezza e irrisoluta. Poi la batteria, quasi picchiata, e il basso, che riportano ad una calma alternative rock solo apparente: finita la prima strofa, Kurt esplode in riff quasi selvaggi, portando ad una spirale di scale e registri metal e soft rock. In questo brano si rivivono pienamente il disagio e le contraddizioni di un uomo, un genio, incapace di relazionarsi con il mondo. Lo stesso titolo della canzone mostra i tratti dell’Io di Kurt Cobain: credendo che la scritta sul muro, fatta dalla “Bikini Kill” Hanna Kathleen durante una festa, volesse esaltare il suo spirito ribelle e giovanile, il chitarrista decise di utilizzarla per la sua canzone senza sapere che in realtà il “Teen Spirit” era un deodorante in voga tra i teenager. Il testo è l’apripista dell’intero album, incipit e presentazione con cui il trio usava irrompere all’arrivo nelle feste: “Hello (x16) […] Here we are now/ Entertain us”. Il tempo di riprendere fiato ed ecco che l’album prosegue con “In Bloom”, pezzo da capogiro che sposa gli stili di “Come as you are” e “Smell like teen spirit”, e spedisce in luna di miele le casse dello stereo durante l’amarissimo assolo centrale di chitarra.

E poi arriva il momento epico. Giro di basso malinconico che ha fatto storia, batteria pronta e marziale, la voce calda e gutturale di Kurt pronta a ispirarsi alla “Just an Old-Fashioned Love Song” di Paul Williams: “Come as you are” inizia proprio così. La seconda strofa si incentra su “And I swear that I don’t have a gun”, momento chiave di esasperazione rassegnata e sublime ripreso immediatamente dal ripetersi ossessivo di “Memoria” e dall’orgia edonistica in puro stile grunge prima della terza strofa. Un pezzo da svenimento, direbbe qualcuno. Anche di più: è da ascoltare e basta, almeno una volta nella vita. Non serve aggiungere altro, sarebbero parole utili solo per riempire il vuoto.

Le altre due grandi hit dell’album, almeno secondo le vendite, sono “Polly” e “Lithium”, pezzi criptici e melodici che hanno sbancato per il loro essere soft (stilisticamente parlando) nonostante mostrino con forza il disagio emotivo e l’instabilità psicologica di un personaggio alquanto labile. “Territorial Pissings”, invece, è un pezzo che non ha avuto giustizia: testo esplosivo, ritmo esagerato e prova di voce di Kurt, che nel finale arriva ad esprimere il proprio Io attraverso la ripetizione patologica dell’ultimo verso (“Gotta find a way/ a better way / when I’m there”) esasperato in urla animalesche e disperate. L’ultimo pezzo davvero da evidenziare è “Endless, Nameless”, la hide track di “Something in the way”. Le altre canzoni, tutte in perfetto stile rock/grunge, sono “Drain You”, “Lounge Act” e “Stay away”.

Registrato a Seattle, città di boscaioli ed operai il cui american dream si è trasformato in disagio ed alienazione, l’album rispecchia appieno il malessere di Kurt e la sua confusione. Il ragazzo di Aberdeen era diventato un icona, improvvisamente, ed essere un mito, per un musicista volubile e contraddittorio, può essere fatale. Questa scarica di 12 canzoni (13, se si considera l’hide track “Endless, Nameless”) può anche non piacere ai critici più fini: le accuse di plagio, i presunti “inciuci” con le case discografiche, la pubblicità esagerata e la commercializzazione dei sentimenti a buon mercato sono spettri onnipresenti e sfuggevoli che macchiano questo capolavoro. Illazioni? Potrebbero non esserlo, considerando anche le somiglianze del basso di “Come as you are” e di “Eighties” dei Killing Joke; la sottile linea rossa tra plagio e contaminazione artistica è oscura e ingannevole. Tuttavia il disco rimane una delle vette più alte e sublimi della musica rock anni ’90. Ogni collezione discografica decente dovrebbe averne una copia ben custodita.

MAX ZUMSTEIN

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