Cuba

“Todos somos americanos”: il viaggio di Obama a Cuba

di Massimo Teodori *

Molto è stato detto del significato del viaggio di Barack Obama a Cuba dopo oltre un anno dalla ripresa dei rapporti tra gli Stati Uniti e il vecchio nemico comunista nel cortile di casa, viaggio che è stato interrotto per rispetto alla strage di Bruxelles. E’ caduto l’ultimo rimasuglio di quella Guerra fredda che da un quarto di secolo non ha più ragione di essere tra i due contendenti, i democratici occidentali e i comunisti sovietici. Ha aperto l’avvio degli scambi economici e commerciali che gioveranno ad entrambi gli Stati, la grande superpotenza e la piccola isola sottosviluppata. E’ anche probabile che la democratizzazione e il rispetto dei diritti umani da parte del regime a partito unico stentino a manifestarsi in maniera altrettanto rapida della liberalizzazione commerciale. Ed è inevitabile che l’appeasement tra i vecchi nemici porti al miglioramento dei rapporti tra gli Stati Uniti e il continente latino-americano, in particolare con quei Paesi che fino ad oggi hanno guardato con simpatia al socialismo populista cubano.

Quel che, invece, non è stato a sufficienza sottolineato è il valore generale che il viaggio e il discorso di Obama a l’Avana significano nella visione del presidente del ruolo dell’America nel mondo, così come si è andato delineando proprio con l’apertura delle relazioni con Cuba e l’avvio delle trattative sul nucleare con l’Iran. Il primo presidente afroamericano ha affermato che l’America non farà più il gendarme del mondo e che la pax americana non potrà più essere perseguita con la forza delle armi. In questo quadro Obama ha ribadito più volte che gli Stati Uniti hanno talvolta commesso degli errori quando hanno voluto affermare la loro supremazia con interventi bellici come in Vietnam e in Iraq. Questa la ragione per cui Obama ha più volte ribadito la linea “No Boots on the Ground” che ha rappresentato una svolta rispetto a tutti i presidenti, democratici e repubblicani, del dopoguerra. 

Il modo in cui è avvenuta la riapertura dei rapporti con Cuba ha superato le consuete modalità diplomatico-istituzionali che di solito hanno caratterizzato le trattative tra la grande potenza e gli Stati minori, tanto più se nemici storici. Il discorso di Obama al Teatro Nazionale di fronte a Raul Castro, nell’affermare Todos somos americanos ha riconosciuto esplicitamente la parità tra il grande e il piccolo Paese, cosa del tutto inconsueta per quell’America “esportatrice della democrazia” che fino a George W. Bush era stata il sigillo della nazione che si considerava “eccezionale” con un “Destino manifesto” da far valere a qualsiasi costo. In passato difficilmente si sono ascoltati discorsi di leader americani in cui si riconosceva che “ogni popolo ha il diritto all’autodeterminazione e alla sovranità”, anche questa esplicitazione del rispetto per i diversi è stato accompagnato dall’esortazione a far sì che i cubani potessero liberamente “parlare, riunirsi e votare per i loro leader”.

Un viaggio di Obama a Cuba, dunque, davvero “storico” che difficilmente potrà essere ignorato dal futuro presidente degli Stati Uniti, chiunque esso sia. Perché la svolta del riconoscimento dell’errore americano e la presa d’atto che il mondo d’oggi non è più quello di ieri, sono atteggiamenti pragmatici che hanno fondamento nei grandi principi contenuti nella Dichiarazione di Indipendenza del 1776 e nella Costituzione del 1787, due manifesti sacri per tutti gli americani.

* professore di Storia e istituzioni degli Stati Uniti, autore di “Storia degli Stati Uniti e sistema politico americano” e di “Obama il grande”.


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