terrorismo

L’opinione di una studiosa sulla questione terrorismo

Isis, terrorismo, islam, jihad. Termini ricorrenti, come abbiamo avuto modo di vedere, nel mondo dell’informazione per eventi sempre più frequenti che si verificano sia in Medio Oriente che all’interno dei confini europei. 

Deborah Scolart. Fonte: umanistici.lms.uniroma3.it

Deborah Scolart. Fonte: umanistici.lms.uniroma3.it

Data la profonda complessità del mondo islamico e l’urgenza di riflettere sulla piaga del terrorismo che affligge i nostri giorni, abbiamo chiesto a Deborah Scolart (docente di Diritto Musulmano e dei Paesi Islamici presso l’Università di Roma Tor Vergata e Roma Tre) di fornirci una visione più ampia di questa parte di mondo, troppo spesso filtrata attraverso le nostre lenti deformanti.

Professoressa Scolart, secondo lei ci sono legami tra il proliferare negli ultimi decenni di organizzazioni terroristiche (di cui l’Isis è solo la forma più recente) e le ingerenze da parte delle potenze occidentali all’interno di quel territorio?

A mio avviso occorre essere cauti nell’attribuire colpe e/o responsabilità alle potenze occidentali. Il primo motivo è che, nel dire che il terrorismo è frutto dell’occidente, non si fa che replicare lo stereotipo secondo il quale nulla di originale può mai venire dal Terzo mondo (in questo caso islamico), nemmeno la violenza, che è puro e semplice risultato di qualcosa fatto dagli occidentali. Certamente, il processo di decolonizzazione non è mai giunto a piena maturazione, per insipienza politica dei leader locali e per le indubbie ragioni di ordine economico che hanno mantenute legate le economie delle ex-colonie alle strategie delle ex potenze coloniali.

Il secondo motivo è che, secondo me, il terrorismo islamico ha come principale obiettivo l’Islam stesso: mi sembra che sia in corso una lotta durissima non solo tra sciiti e sunniti per il controllo della mezzaluna fertile, ma più in generale tra musulmani su cosa l’Islam debba rappresentare nel XXI secolo. In questa prospettiva, i sostenitori di una visione conservatrice non possono che vedere con orrore un modello sociale ed economico come quello europeo e nord-americano, in cui liberismo economico, ampia libertà religiosa, uguaglianza di genere e via dicendo sono tratti dominanti con una forte carica attrattiva. Questi valori sono incompatibili con la visione proposta da movimenti e gruppi come Daesh (altro nome di ISIS, ndr).

Una questione molto dibattuta è quanto la violenza sia propria dell’Islam. Aldilà del ragionevole pensiero secondo cui l’Isis non rappresenta la maggioranza dei fedeli, qual è il vero senso del jihad? 

Fonte: UPI/Ismael Mohamad.

Fonte: UPI/Ismael Mohamad.

Innanzitutto c’è da dire che il jihad si distingue in difensivo e offensivo. Banalizzando moltissimo posso dire che quello difensivo può essere proclamato da qualsiasi fedele nel momento in cui delle forze nemiche invadono il territorio islamico, come successe in Iraq con l’invasione delle truppe americane. Quello offensivo o aggressivo, invece, può essere invocato solamente da un’autorità politica e militare, ovvero, secondo i giuristi classici, dal Califfo. Tuttavia potrebbe aprirsi un dibattito, in questo caso, su quanto sia effettivamente uno Stato l’ISIS e quanto al-Baghdadi possa essere un’autorità in grado di proclamare il jihad, dato che non rappresenta sicuramente tutti i musulmani e dunque non può parlare a nome dell’intera comunità da difendere; che al-Baghdadi o chi per lui possa dirsi a capo di stato non è del tutto infondato. E’ infatti opinione condivisa che, per aversi Stato, occorra un territorio su cui si esercita la sovranità, dei cittadini che riconoscono quella sovranità e un ordinamento giuridico e/o politico che amministra il territorio e i cittadini.

Questi elementi sembrano esistere nel caso di Daesh, ma non bisogna stupirsi del fatto che l’intera comunità internazionale non riconosca Daesh come Stato e questo almeno per due ragioni: la prima è che il territorio che esso governa è usurpato, sottratto violentemente a due Stati sovrani (Siria e Iraq) che, ad oggi, non hanno accettato la situazione e combattono per riportare sotto il proprio controllo quelle aree; la seconda è che è possibile dubitare del fatto che i cittadini dei territori controllati da Daesh riconoscano veramente la sua sovranità e non solo la subiscano in conseguenza dello stato di guerra in cui si trovano costretti a vivere. Se al-Baghdadi oggi, come Osama bin Laden ieri, non è veramente un capo di stato, nemmeno nella prospettiva islamica (tanto è vero che finora lo hanno riconosciuto tale solo altri gruppi terroristici ), ben difficilmente può dirsi investito della legittimazione per dichiarare il jihad offensivo e quindi si può dubitare della liceità della sua condotta anche sotto il profilo del diritto islamico. 

Quanto alla violenza nell’Islam: certamente è una dimensione presente, come a ben vedere è presente in tutte le religioni. Una cosa che ogni tanto sfugge pure agli stessi musulmani è che l’islam è anche frutto non solo del Corano ma della sua stessa storia, e che questa storia lo legittima e lo traghetta da un secolo all’altro, da un territorio all’altro. Dire dunque che Muhammad era un profeta guerriero ha certamente senso, ma ha altrettanto senso chiedersi se, in che misura e con quali fini l’Islam (con ciò intendendo l’insieme dei popoli che in questa religione si riconoscono) è stato guerriero; questa dimensione non ha certo caratterizzato tutti i suoi 14 secoli di storia.

Quando dunque alcuni movimenti si richiamano a un certo modello di vita islamica  lo fanno rinnegando la propria storia e la stratificazione di pensiero religioso, filosofico e giuridico che su quella storia si è costruito.

Fonte: REUTERS/Gonzalo Fuentes

Fonte: REUTERS/Gonzalo Fuentes

Dal nostro punto di vista di europei, i militanti dell’ISIS sono dei brutali assassini il cui unico scopo è distruggere il nostro stile di vita e la nostra civiltà “superiore”; tuttavia alcuni studiosi, perlopiù sociologi, si sono adoperati per calarsi nella mentalità di chi aderisce a questo movimento, magari persone che si sono sentite rifiutate dalla società a cui appartenevano (spesso europea) e che hanno trovato uno scopo nella lotta armata, i cosiddetti foreign fighters. Perché questa frattura? Quali sono gli ideali proposti dall’Isis che possono fare presa su un cittadino europeo di origini mediorientali?

La storia di aiutare i siriani fa ridere amaro, se vuoi aiutare qualcuno di solito non lo fai uccidendo altri innocenti ma cerchi di darti da fare perché chi soffre abbia cibo, medicine, un posto sicuro dove ripararsi. Far saltare per aria civili inermi (europei, kenyoti, turchi, africani e via dicendo) mi pare tutto tranne che un aiuto. Dunque la spinta è qualcosa di diverso. Posso immaginare che il modello proposto da ISIS abbia un suo fascino: “vieni con me, vivrai in un mondo realmente fedele agli ideali della religione e non corrotto come quello occidentale privo di valori” (ovviamente, sarebbe il caso di riflettere su quali siano questi valori, ma non è questa la sede). Se poi per seguire questo modello uno riceve anche una sorta di legittimazione all’uso sfrenato della violenza e una piena deresponsabilizzazione (i mali di cui soffri non dipendono in alcun modo da te ma da forze aliene e nemiche che dobbiamo distruggere) ecco servito il piatto dei foreign fighters, gente cresciuta in Europa ma che non si riconosce nelle libertà dell’Europa e meno che meno nei doveri ad esse associati. Essere donne e uomini liberi, veramente liberi, è faticosissimo perché significa dover decidere per sé, autonomamente, assumendosene la responsabilità, e non è cosa che piaccia a molti.  Quindi ISIS/Daesh, che si presenta con un piano chiaro, ha una sua indubbia forza attrattiva: qualcuno dice cosa fare e come farlo, e nobilita il tutto richiamando la forza della religione e la sempreverde battaglia contro il colonialismo vecchio e nuovo che serve ad avere argomenti per sputare nel piatto in cui si mangia (l’Europa, appunto).

 

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About

Nato a Roma nel 1992, consegue studi classici ad Anzio e attualmente frequenta un corso di laurea di secondo livello in Storia e politica internazionale, presso l'Università di Roma Tre. Scrive per Wild Italy dal 2015, la sua aspirazione più grande è lavorare scrivendo e divertendosi, con il costante obiettivo di cambiare prospettiva. COLLABORATORE SEZIONE POLITICA E SEZIONE CINEMA


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