OTRA VEZ CHAVEZ: dietro le quinte delle elezioni in Venezuela

Il 7 ottobre si sono svolte le elezioni politiche in Venezuela. Il popolo venezuelano si è presentato in una tiepida mattinata primaverile ad uno degli appuntamenti elettorali più importanti della propria storia sotto i riflettori di tutto il mondo. Su due cose si concordava: punto primo, la vittoria Chavez non era questa volta scontata, punto secondo: in molti non si sarebbero recati ai seggi.

L’ 8 Ottobre Caracas viene risvegliata da risposte nette e decise: Chavez ha ottentuto il terzo mandato con un largo 54% di preferenze, il terzo popolo (così erano chiamati coloro i quali dichiaravano il proprio astensionismo) si è rivelato un “popolino” ben al di sotto delle percentuali che ci si attendeva, l’ opposizione di Capriles è rimasta all’angolo col volto livido e un deludente 44%.

Porque una vez mas Chavez? Perché è stato rieletto?

Chavez è uno dei leader mondiali più controversi degli ultimi vent’anni; basso e tarchiato, con i lineamenti del volto ancor più ruvidi dopo che il cancro ha rischiato di metterlo al tappeto, propone un modello di sviluppo socialista tanto utopico ed idealista quanto zeppo di paradossi. Si dichiara apertamente nemico dell’ occidente ed in particolare del neoliberismo a stelle e strisce. Gli Usa, dal canto loro, di certo non hanno mai risposto con attestati di stima e hanno più volte tentato di isolare la pericolosa mina vagante sudamericana.

I motivi per cui  Washington odia così profondamente il PSUV Chavista sono molti, in primo luogo la politica estera venezuelana, in secondo ma non di minor conto, la politica economica di Caracas.

Per quanto riguarda il primo argomento, Chavez semplicemente odia gli Usa, non l’ ha mai nascosto ed ogni volta che gli si è presentata un’ occasione buona, ha cercato di far inciampare la politica americana. Esempi? Beh, sono tantissimi: Gli Usa riescono a imporre un embargo internazionale su Cuba, Chavez si schiera al fianco dell’ amico Castro e pompa petroli per L’ Havana. Gli Usa appoggiano all’ONU una proposta di cattura internazionale per Gheddafi, Chavez gli offre di costruire un governo libico in esilio nel suo paese.

L’elenco è tanto lungo da farcene estrapolare una conclusione chiara: tute le mosse estere della politica Chavista sono orientate ad intralciare quelle statunitensi. Il più delle volte però, ciò  si dimostra un ostruzionismo insensato e l’ opinione pubblica internazionale, spesso troppo clemente, diventa un pericoloso boomerang nella politica interna di Chavez. Mi riferisco ad esempio ai rapporti apertamente amichevoli con i governi di Teheran e Pyongyang che erano sembrati avere un forte peso nelle poco rosee proiezioni dei sondaggi pre elettorali.

Per quanto riguarda la politica economica, essa si dimostra una spina altrettanto pericolosa per il mondo occidentale. Chavez infatti, una volta eletto nel 1998 con una campagna elettorale – che si può senza doppi sensi definire”cattocomunista” – ha mantenuto fede ad uno dei punti forti del suo programma, dando vita alla “Petrolera venezolana“, ossia la risultante della nazionalizzazione delle sconfinate risorse petrolifere del paese. Vedere i manager delle corporations multinazionali che, zaino sulle spalle e fazzoletto al naso se ne tornavano alla base prendendo a calci dei sassolini, non ha sicuramente fatto impazzire di gioia gli operatori economici dell’ altro emisfero.

Detto questo, se è certo che il Venezuela potrà contare ancora una volta su un governo solido e stabile(tentati colpi di stato stile 2003 esclusi), le prospettive del paese sono tutt’altro che definite e confortanti. Il Venezuela, al pari di tutti gli stati che si possono definire come il lascito del triste sogno Sovietico, era e rimane una nazione di paradossi e profondi nodi critici. Caracas continua ad essere nella top ten delle città più pericolose del mondo, nell’entroterra montuoso le crisi idriche si ripetono a cadenza stagionale e un litro d’ acqua costa in molte zone più di un litro di benzina. Nonostante alcuni sensibili progressi per quanto riguarda l’istruzione media e la sanità (qui soprattutto grazie al supporto di Cuba), la disoccupazione continua ad essere a livelli stellari e le classifiche internazionali collocano il paese tra i primi posti negli indici di corruzione.

Il popolo ha scelto Chavez un ‘altra volta, non sappiamo quanto la scelta sia stata libera o quanto abbia influito la martellante propaganda che da vent’anni rimbomba nel paese. Non sappiamo se i venezuelani abbiano così scelto perché davvero convinti delle politiche del proprio leader o perché quest’ ultimo, da grande statista, ha saputo inculcare l’ idea che non esistano alternative al “Socialismo Bolivariano”. Resta però, come sempre, un protagonista dietro le quinte in grado di dare un giudizio serio ed equilibrato: la Storia. La Storia, ahimè caro Chavez, grida che il Venezuela del 2012 – tutto sommato – non è “ne meglio ne peggio di quello del 1998”. La triste epigrafe di una politica che ha fallito. Su tutti i fronti.

LEONARDO MARCHESINI

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