Paranoia & Potere – Punkreas

Se si cerca in Italia una band punk-ska è difficile non notarli: hanno fatto pogare per quattro lustri e non accennano a fermarsi. Si formarono nel 1989 e nel 1995 avevano già pubblicato due album interi e svariate demo: inutile dire che si tratti dei Punkreas.
“Paranoia e Potere” è il secondo album del quintetto pubblicato dalla “T.V.O.R on vinyl”, risultato di incisione di studio che è riuscita a vendere la bellezza di 45.000 copie nel chiusissimo mercato italiano.

Sound grezzo e stilistico, influssi ska e hardcore, contenuti politicizzati e sociali, sorda ironia e voglia di contestare il sistema: in “Paranoia e Potere” si trova tutto questo. L’album si apre con “Falsi preoccupati” e con “I Chiromanti”, due pezzi irriverenti verso il mondo ecclesiastico e le sue politiche a volte dubbie e ipocrite (tema abbastanza recente?). “Sfratto” è un orecchiabile motivetto che segue la scia contestatrice delle due canzoni precedenti, spostando il tema sul sociale e sulle dure condizioni delle classi più basse della società, quelle che faticano anche solo a trovare un posto abbastanza decoroso per essere chiamato casa.

“L’orologio” e “Catena Perpetua” sono due pezzi da “pogare” forsennatamente (eccetto due o tre canzoni rock o ballad è difficile trovare incisioni di questo gruppo che non portino ad accettare l’irresistibile invito della bolgia) che non dimenticano però le origini contestatrici della band, sempre pronta a mostrare le contraddizioni di un mondo illogico. L’apice dell’album si vive con “Aca Toro” e “La Canzone del Bosco”, rispettivamente un pezzo punk-ska dal motivo spagnoleggiante e un pezzo punk rock molto potente. “Aca Toro” è una violenta protesta contro la barbarie della corrida che si apre con un richiamo alla tradizione musicale iberica, ma il basso in sottofondo e il virtuoso innesto di batteria stravolgono il ritmo del motivo con una scarica adrenalinica impareggiabile. “La Canzone del Bosco” sfrutta una metafora boschereccia dal sapore Orwelliano per denunciare i soprusi che le classi più deboli sono costrette a soffrire: una volta ritrovata una propria autocoscienza il popolo dei “barbagianni” non potrà che scacciare la civetta-dittatrice! Interessante anche la rimanente produzione della band lombarda che mostra il proprio talento nelle incisioni artigianali degli anni ‘90: “Tutti in pista”, “Marte”, “Anacronistico” e “Aidid”. A chiudere l’album si presta “Le Grandi Danze”, lungo pezzo folk –popolare trasformato ad inno verace e alternativo alla vita, un inno il cui messaggio sembra ispirarsi alla celeberrima “Canzona di Bacco” di Lorenzo il Magnifico, musicata alla Modena City Ramblers.

L’album presenta un’energia e una vitalità incredibili dovute soprattutto a un basso semplicemente eccezionale e alla batteria che scandisce tempi veloci; il livello tecnico è alto e non mancano né virtuosismi né momenti melodici in cui si mostra il lato più profondo della band. I testi, di lunghezza variabile, toccano i temi più disparati, ma restano fermi nell’intenzione di mostrare le contraddizioni e gli sprechi di una società in cui vige la legge del più forte. L’intera struttura retorica è sottilmente creata per celare significati profondi e per sottolineare i valori che nella loro semplicità diventano rivoluzionari. La particolarità di questo album è data da un nuovo approccio al mondo della musica alternativa: i versi di alcune canzoni sono frutto sapientemente dissimulato di un ottima cultura generale e i riferimenti ai “classici” si moltiplicano in un intreccio sotterraneo che fugge e ritorna in una spirale che lascia traspirare all’ascoltatore solo quello che il suo pregiudizio si aspetta di trovare.

Nonostante tutte queste premesse l’album mostra un gruppo ancora acerbo, estremo e lontano dal confronto. Non raggiunge il vertice del punk, ma è un interessante produzione giovanile che ai punk veri e puri non potrà non piacere. Da veri intenditori e amanti del genere.

MAX ZUMSTEIN



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