Pearl Jam

Pearl Jam, l’abbraccio alla Città Eterna dopo 22 anni di assenza

Pearl JamDopo ben 22 di anni di assenza dai palchi di Roma, i Pearl Jam hanno finalmente fatto tappa allo Stadio Olimpico. Quando una band del genere manca da così tanto tempo dal palcoscenico, il concerto non è solo un evento live ma è una sorta di “ritrovarsi”. Tutto si trasforma in un appuntamento con la musica che mette a contatto sia i fan leggendari, quelli che hanno vissuto gli anni del disagio rigoroso, e sia i fan più giovani, molti dei quali negli anni ’90 probabilmente iniziavano a gattonare.

I PJ sono una di quelle band storiche che, realmente, hanno contribuito a cambiare la storia della musica e a plasmarne una parte. 22 anni di assenza dalla Capitale sono veramente tanti e il peso di questa assenza ha gravato sulle spalle di Vedder e soci per moltissimo tempo. Il concerto di ieri non poteva quindi che essere memorabile e con una set list che ricorderemo per molto tempo.

IL CONCERTO

Iniziamo dicendo che il concerto è stato favoloso. Sul palco abbiamo trovato una band in gran forma, con tanta voglia di suonare, di divertirsi e di far divertire.
Eddie Vedder, che fortunatamente ha ritrovato la voce dopo lo spavento dei giorni passati, è apparso in perfette condizioni e, addirittura, emozionato di ritrovarsi a Roma dopo tanto tempo.

Alle 21:15 si apre il concerto con Release seguita subito da Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town. Sinceramente (nonostante l’intensità dei brani) l’inizio è stato preoccupante. La qualità audio, infatti, non era delle migliori (almeno dalla posizione in cui ci trovavamo): distorsori troppo alti, bassi troppo saturi e la voce praticamente sotto a tutti gli strumenti; un disastro.

Fortunatamente, dopo poco, i problemi audio sono stati corretti e i volumi normalizzati. Solo a quel punto abbiamo potuto tirare un sospiro di sollievo e goderci in santa pace il grande ritorno dei Pearl Jam.

Alla fine dei giochi questi “ragazzetti” ci hanno tenuto incollati all’Olimpico per più di 3 ore. Non è stata solo grande musica, è stata una lezione di umanità, toccante e densa di significati.

Pearl Jam

Fonte: Onstage

LA SCALETTA

I Pearl Jam hanno portato sul palco una scaletta interminabile che ha toccato praticamente tutta la carriera dalla band: Jeremy, Better Man, Even Flow, Lightning Bolt, Can’t Deny Me, Daughter, State of Love and Trust, Black e via dicendo, ma non è stato solo questo.

Portare in scena una set list gratificante e intensa è un regalo che la band fa al proprio pubblico. Tutti possono “suonicchiare” per un’oretta e mezza e basta, ma un concerto come quello di ieri non è stato “solo” musica. Come detto è stato un “ritrovarsi” tra i Pearl Jam e il proprio pubblico, è stato un toccarsi a vicenda. E’ stata la prova, in sostanza, che Eddie Vedder e soci hanno qualcosa da dire, un messaggio forte.

Ecco, assistere a un concerto del genere non è solo puro “godimento uditivo”, perché i Pearl Jam sul palco sono delle veramente macchine. Partecipare a un evento e così è anche ascoltare un messaggio forte, un messaggio di pace e di impegno. Quale miglior canzone di Imagine di John Lennon per lanciare questo messaggio?

Imagine è stata una delle cover inserite dai Pearl Jam nella scaletta, forse la più intensa, lanciata al grido #apriteiporti, una richiesta di solidarietà e di uguaglianza che la band ha voluto ribadire sul palco dell’Olimpico in un momento politico teso per il nostro paese.
#apriteiporti  è stata un’invocazione, una dimostrazione di umanità fatta da persone vere e non da “semplici” artisti.

L’interpretazione è stata da brividi ed è stata una presa di posizione importante che qui in Italia pochi dei “grandi artisti” nostrani hanno preso.

Sono state più di 50mila le persone che hanno “occupato” l’Olimpico fino a mezzanotte e mezza (andando anche contro il regolamento del Comune di Roma) e più di 30 i brani eseguiti  dai Pearl Jam con Rockin’ in the Free World in chiusura, suonata quasi a oltranza con una bandiera della pace sulle spalle.

Pearl Jam

Fonte: Onstage

È stato un concerto lungo e denso di momenti importanti fatti di musica e parole. Un evento viscerale che ha avvicinato il pubblico all’artista in una maniera così profonda che, in alcuni momenti, lo scambio di energia è stato così intenso e così sincero da essere, addirittura, commovente.

I Pearl Jam sono una macchina da rock, delle divinità del palcoscenico che riescono a dominare sia nei momenti più tirati e graffianti che in quelli più riflessivi, quando l’acustico prende il posto delle sonorità abrasive del grunge per concedersi (e concedere al pubblico) un momento di rabbiosa dolcezza.

Cosa resta dopo più di tre ore di concerto?
La consapevolezza di aver assistito a un atto d’amore verso la musica e verso i propri fans. La consapevolezza che c’è un filo (logico e sentimentale) che unisce una band col proprio pubblico e che questo filo, nonostante lo spazio e il tempo, resta indissolubile. Infine una conferma: i Pearl Jam sono una di quelle realtà musicali che hanno ancora molto da dire e da dare. Per fortuna.

 

SE QUESTO ARTICOLO TI E’ PIACIUTO, SOSTIENI WILD ITALY CON UNA DONAZIONE!


About

La musica è la mia passione: sul palco dietro una batteria e sotto al palco in un mare sterminato di dischi. Laureato in Letteratura, Musica e Spettacolo e in Editoria e Scrittura a La Sapienza di Roma, passo il mio tempo tra fogli bianchi, gatti e bacchette spezzate. CAPOSERVIZIO MUSICA


'Pearl Jam, l’abbraccio alla Città Eterna dopo 22 anni di assenza' has no comments

Be the first to comment this post!

Would you like to share your thoughts?

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Shares