Peppino Impastato

La mafia italiana è la sesta al mondo, ma la più conosciuta perché se ne parla. Non è la prima volta che l’amato premier sostiene l’inopportunità di parlare di mafia. I libri, i film, le fiction che si occupano della materia non fanno che danno, pubblicizzando un fenomeno che, se taciuto, si potrebbe tranquillamente ignorare. Potremmo provare a ignorare anche i morti di mafia, può essere che risolviamo qualcosa. Siamo la società dell’apparire, per cui una realtà è tale se visibile, se se ne parla.

Non è poi un concetto così strano, in fondo è il medesimo su cui Giuseppe Impastato basa tutta la propria esistenza. Solo esattamente al contrario.

Peppino Impastato nasce a Cinisi, nel palermitano, nel 1948, in una famiglia strettamente legata agli ambienti mafiosi. Una sua zia ha sposato il boss Cesare Manzella, impegnato nel traffico di droga; il padre è amico di Tano Badalamenti, il boss che vive a soli cento passi (il film di Giordana dovrebbe essere d’obbligo in tutte le scuole) da casa Impastato. Peppino, però, si stacca ben presto dalla tradizione di famiglia, e il padre lo allontana da casa più volte, prende le distanze da questo figlio che si comporta in modo tanto strano, e vuole che la cosa sia chiara a tutto il paese.

Cosa fa Peppino di tanto sconveniente? Aderisce ancora giovanissimo a movimenti politici di sinistra (quella vera); fonda il circolo Cultura e Musica, che con le sue proposte diventa per i giovani di Cinisi un importante riferimento, culturale ma anche politico, quando per politica si intende interesse alla vita pubblica; e soprattutto, nel 1977 accende con il suo gruppo i microfoni di RadioAut, emittente autofinanziata da cui fa controinformazione e si scaglia a colpi di satira contro i boss e i politici locali.

Nel 1978 si candida alle elezioni comunali nelle liste di Democrazia Proletaria, infrangendo così un altro tabù in un paese in cui da sempre si deve votare democristiano.

Pochi giorni prima delle elezioni, esattamente il 9 maggio, il suo corpo, o quel che ne resta, viene trovato sulla linea ferroviaria Palermo-Trapani. Che il ritrovamento avvenga nel giorno in cui le BR fanno rinvenire il cadavere di Aldo Moro certo non aiuta la diffusione della notizia, che passa in secondo piano, e in secondo piano resterà per parecchi anni. Qualcuno ipotizza che la coincidenza in realtà non sia tale, che ci sia stato un passaggio d’informazioni e un accordo, uno scambio di favori tra la mafia e l’organizzazione terroristica. Comunque sia, all’inizio si parla di suicidio (gli scritti su un quaderno trovato nella sua stanza sembra confermare l’ipotesi) o di un “incidente” durante la preparazione di un attentato. Non si indaga sulla pietra sporca di sangue trovata vicino al luogo dell’incidente, e neppure sull’esplosivo usato.

Ci vorranno ben ventitré anni perché Peppino Impastato diventi una vittima di mafia. Ventitré anni e la forza, la tenacia del fratello e della madre (il padre era già morto in circostanze poco chiare di ritorno da un viaggio in America in cui avrebbe incontrato un boss mafioso, favore a Badalamenti per tenere in vita il figlio) che subito si allontanano dagli ambienti mafiosi e fanno l’impossibile per tenere viva la memoria del familiare.

L’iter processuale è infinito e complicato. Dopo l’archiviazione nel 1992, l’inchiesta è riaperta nel 1996, e l’anno successivo viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, condannato all’ergastolo nel 2002.

Insomma, Peppino Impastato è morto perché parlava. Raccontava quello che vedeva.

Trentadue anni dopo un altro giovane, questa volta napoletano, vive sotto scorta per aver raccontato quello che vede e quello che sa (non che s’inventa) sulla camorra. E qualcuno sostiene che dovrebbe tacere per non dare una brutta immagine dell’Italia.

SCRITTO DA STEFANIA PER Voglio Resistere



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