pietro grasso

La candidatura di Pietro Grasso è la morte dei partiti

Come il nostro Giacomo Andreoli ha puntualmente raccontato sul nostro magazine, Pietro Grasso ha abbandonato la toga dell’uomo ligio delle istituzioni – in qualità di Presidente del Senato – per vestire quella del leader politico, o meglio del collante di tante forze nane di sinistra, altrimenti destinate all’ignoto.

Dell’iniziativa di domenica scorsa colpiscono due cose: quanto basti poco per riconquistare un popolo, o almeno per farlo accorrere una domenica mattina ad un palazzetto famoso a Roma per i grandi concerti. Le cronache degli ultimi giorni hanno descritto un Atlantico stracolmo di gente, al punto che molti dei partecipanti spingevano all’entrata. Grasso ha voluto dedicare proprio alla folla alcuni passaggi del suo discorso. “Non ci aspettavamo una partecipazione così affettuosa. Grazie“, ha detto.

L’altro aspetto che colpisce è che è stato necessario costruire un discorso impacciato, emozionato, non eccessivamente divisivo col sistema PD – non ha mai citato Renzi e le sue riforme più contestate: dal Jobs Act alla “Buona Scuola” – per appassionare così tanto un popolo spaurito, disperso, orfano di un soggetto politico.

Un popolo che in questi anni si è sentito dire che giustizia sociale vuol dire tagliare le tasse agli imprenditori affinché possano creare posti di lavoro, mai creati; che il successo individuale è tutto, un tratto distintivo di quanto valga una persona, mentre non lo sono la sua intelligenza, la sua caparbietà, il desiderio di emergere in un Paese mobile solo per i soliti noti o per i fortunati. E poi le tasse, con il ritornello che evaderle è una necessità perché lo Stato è tiranno; che è peggio avere un tossico per strada che un criminale reo di aver sversato rifiuti tossici nelle falde acquifere.

E’ bastato che Grasso tornasse a parlare di eguaglianza sociale, di importanza del collettivo, della centralità dell’istruzione per appassionare un popolo, facendo loro spellare le mani dagli applausi, la cui forza ha fatto rischiare di far cadere il soffitto dell’Atlantico.

Centrale il passaggio sulla mafia: quando Grasso ha citato Falcone, l’ovazione è stata impressionante. Ed è forse una delle cose più belle dell’impegno del (quasi ex) Presidente del Senato sul proscenio politico : che il tema “mafia” – quindi la sua lotta – diverrà centrale nel dibattito elettorale. Berlusconi non potrà farlo, per il PD non è un problema centrale, i Cinque Stelle non la menzionano per non perdere voti. Sarà quindi Grasso con la sua storia a doverla imporre nella propaganda dei prossimi mesi.

Anche se ha guidato la procura di Palermo in modo discutibile, l’inquilino di Palazzo Madama è sicuramente un uomo che ha combattuto il crimine organizzato come pochi e pertanto si può permettere di parlare della questione.

Quello che sconforta in tutta questa storia è che tre uomini politici nascenti di 40 anni – Pippo Civati, Nicola Fratoianni, Roberto Speranza – abbiano atteso (o chiesto aiuto) un uomo con quasi il doppio dei loro anni (ne ha 72) affinché fosse il leader del loro movimento. Loro hanno preferito non impegnarsi in prima persona, magari con un “triumvirato”, così da passare dalle parole ai fatti sulla questione che “l’uomo solo al comando non funziona” (cit.).

Inoltre il passo di Pietro Grasso rappresenta la morte dei partiti, per come li hanno sempre osannati gli esponenti della sinistra: l’ex procuratore antimafia non ha mai fatto politica attiva, non ha avuto tessere di partito, eppure ha scacciato via tutti coloro cresciuti nelle segreterie, abituati a tacere e a non essere imprevedibili nel proporre certi temi.
Abituati ad attendere a vita, a contarsi all’infinito, a rinchiudersi nei teatri il sabato mattina.
Dov’è la “proposta che viene dal partito” con la candidatura di Grasso? Dove sono tutti coloro che hanno militato in questi anni, dando corpo e senso a forze politiche plastiche?

Per giunta, la scelta di Grasso cala dall’alto, non è discussa dalla “base”, con un percorso partecipato che aveva promesso Civati. Come potrà un candidato del genere appassionare le periferie, che si sentono sempre più tagliate fuori e che ribollono di rabbia e di fascismo?
Grasso sarà capace di incanalare questa ribellione nelle sue vene? Saprà parlare a chi rischia di perdere la casa, a chi teme per il lavoro, a chi si è impoverito?

Per non parlare del fatto che bisognerà vedere quanti “impresentabili” a livello locale vorranno rifarsi una verginità politica con una figura come Grasso e che invece hanno fatto di tutto nella loro lunga stagione per far nascere i grillini e creare il mito Renzi.

Vedremo Pietro Grasso cosa riuscirà a fare. Speriamo qualcosa di decente.

 


About

Studia Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Roma Tre e ha scritto, fin dall’età di 17 anni, in vari giornali locali. Da qualche anno è rimasto folgorato dall’ambiente radiofonico e non se ne è più andato. Conduce ogni settimana un programma di attualità ed interviste su RadioLiberaTutti.it . REDATTORE SEZIONE POLITICA.


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