Polonia

Polonia, la silenziosa svolta nazionalista: gli effetti su immigrazione e U.E.

Tra 2 giorni a Bratislava, capitale della Slovacchia, si terrà il summit “informale” tra i 27 capi di Stato o di governo dei paesi europei. Sarà il primo incontro allargato (in seguito alle iniziative italo-franco-germaniche) dopo la Brexit: un momento decisivo per definire lo stato dell’Unione e rilanciarne il progetto, mai come ora in crisi.

Fonte: askanews.it

Fonte: askanews.it

L’uscita della Gran Bretagna, infatti, ha segnato uno spartiacque. Si rischia di aprire il vaso di pandora, scatenando tutti i populismi ed i nazionalismi che dalla Francia all’Ungheria minacciano muri, scismi e divisioni etnico-culturali. Ora, dunque, o si cambia o si muore, vinti dagli egoismi e dalle frammentazioni che impedirebbero una gestione comune e solidale dei grandi problemi del continente (primo tra tutti quello dell’immigrazione).

L’asse più critico nei confronti dell’integrazione (in tutti i sensi) è quello orientale, che dai media viene presentato a guida del presidente ungherese Orban, considerato il simbolo della chiusura e del rifiuto dell’accoglienza degli stranieri. Accanto a lui, da tempo, ci sono Slovacchia e Repubblica Ceca. Ma da un anno, oramai, c’è anche la Polonia.

La cosa ha un che di sorprendente. Per anni la Polonia è stata il simbolo del lavoro senza confini. Il suo popolo si è sempre dato da fare in giro per il mondo, dimostrandosi umile e volenteroso e cercando a tutti i costi di riscattare condizioni economiche non gradevoli inserendosi in società straniere. Oggi, invece, il primo ministro Beata Szydlo ripudia i siriani come sporchi portatori di malattie, dichiara di voler difendere l’identità ultracattolica del suo paese, rifiuta le ingerenze europee contro le politiche dittatoriali del suo governo ed è convinta di poter suggerire una riforma alle istituzioni europee.

“Forse è necessario iniziare a parlare di cambiamento dei trattati, la Polonia non ha paura di parlarne. Noi vogliamo non solo assumere la responsabilità, ma anche mostrare il modo in cui farlo” ha sottolineato la premier qualche giorno fa, dando la sponda a chi, come Orban, considera la Brexit il passepartout per una “contro-rivoluzione” culturale.

La Polonia è nel pieno di un cambiamento epocale di cui poco si è parlato su giornali e tv. Ma cosa l’ha resa così nazionalista ed autoritaria?

L’ECONOMIA E IL SUCCESSO DI “DIRITTO E GIUSTIZIA”

Nell’ultimo decennio l’economia polacca è cresciuta in modo impressionante. Dal 2004, anno del suo ingresso nella U.E, il suo Pil è praticamente raddoppiato, la ricchezza nazionale è in continua crescita (quest’anno dovrebbe avanzare del 3,4%) e la disoccupazione è notevolmente calata (si trova ora circa all’8,5% contro l’11,5% italiano). Tutto ciò le ha garantito il soprannome di “Tigre dell’Europa Centrale”.

Fonte: biografia24.pl

Jarosław Kaczyński. Fonte: biografia24.pl

Ma il dato formale nasconde una grande disuguaglianza. All’alto tasso di crescita non si è affiancata una equa distribuzione della ricchezza prodotta, garantendo grandi profitti per le imprese (sopratutto grazie all’export), ma mantenendo bassi i salari dei ceti più deboli. A tutto ciò si è accompagnata una spesa esigua per la protezione sociale.

In questo contesto è emerso il partito ultraconservatore PiS (in italiano “Diritto e Giustizia”), fondato nel 2001 a partire da una costola di “Azione Elettorale Solidarnosc” e dal partito cristiano “Accordo di Centro” da Lech Kaczyński, ex presidente della Corte Suprema di Controllo e Ministro della Giustizia e dal suo gemello Jarosław Kaczyński, attuale capo. La formazione nel 2004 è entrata nel Parlamento Europeo schierandosi con l’Alleanza dei Conservatori e Riformisti Europei (gruppo di destra dove sedevano anche i tories inglesi, in buona parte euroscettici o eurocritici).

Il PiS è un partito fortemente cattolico e nazionalista, che rivendica l’identità etnico-culturale cristiana del paese ed è avverso alle politiche di liberalizzazione civile (contro le droghe, l’eutanasia, le unioni gay e l’aborto). La sua ideologia politico-economica consiste nel promuovere una ricetta di forte garanzia della sicurezza pubblica (con aumento di pene, lotta alla corruzione e ritorno alla pena di morte) e di controllo statale delle aziende di importanza strategica, salvaguardando la piena “sovranità” alle istituzioni nazionali contro ogni progetto di federalismo o integrazione europea.

Nel giro di pochi anni il sostegno elettorale allo schieramento è aumentato vertiginosamente, trainato dalla popolazione anziana e rurale (fuori dalle grandi città, tra cui Varsavia, in maggioranza europeiste) al suono di un ritorno alle origini culturali e di maggior diffusione del benessere tra gli strati meno agiati della popolazione. Questo gli ha garantito di arrivare a formare un governo di minoranza nel 2005 (dopo aver totalizzato il 27% dei consensi) assieme alle formazioni  “Lega delle Famiglie Polacche” e “Autodifesa della Repubblica Polacca”. Ma la debolezza della coalizione ha fatto tornare il paese alle urne, garantendo il successo dei liberali guidati da Donald Tusk (l’attuale presidente del Consiglio Europeo).

Donald Tusk, Presidente del Consiglio Europeo. Fonte: armstrongeconomics.com

Donald Tusk, Presidente del Consiglio Europeo. Fonte: armstrongeconomics.com

Il PiS, così, è tornato a fare opposizione, perdendo parte dei consensi. Nel 2010, poi, il candidato in pectore Lech Kaczyński è rimasto vittima dell’incidente aereo della base aerea di Smolensk e il fratello, dai toni polemici, ha spaventato la maggior parte dell’elettorato polacco, non riuscendo a raggiungere la presidenza.

Infine, lo scorso anno (precisamente ad Ottobre 2015) è arrivata la svolta. Jarosław Kaczyński, dopo aver fatto eleggere un presidente della Repubblica del suo partito, Andrzej Duda, ha scelto di candidare al ruolo di premier una figura meno aggressiva della sua, quella della Szydlo, appunto. Accanto a questa decisione il suo PiS ha proposto una serie di interventi economici di “solidarietà”. Più welfare e politiche redistributive, insomma: bonus per i figli dopo il primogenito, medicine gratuite ai pensionati, abbassamento dell’età pensionabile, introduzione di un salario minimo orario, innalzamento della soglia di reddito esentasse e tassazione aggiuntiva su grande distribuzione, banche ed operatori finanziari.

Una rivoluzione “di sinistra” che ha convinto la maggioranza relativa dei votanti polacchi. Questi hanno premiato il partito, non a caso al posto di tutte le formazioni dichiaratamente progressiste (che non hanno superato la soglia di sbarramento), con il 37,58% dei consensi, garantendogli così, da soli, la maggioranza dei seggi parlamentari.

Questo gli ha dato pieno potere, ma, per fortuna, li ha resi incapaci di modificare la Costituzione (per cui ci vuole una maggioranza qualificata, più ampia).

LE RIFORME AUTORITARIE E IL CONTRASTO CON WALESA

Diciamo per fortuna perché il controaltare delle politiche sociali (ancora da realizzare a pieno) è stata una riorganizzazione autoritaria dei poteri dello Stato.

Primo bersaglio dell’azione dell’esecutivo, infatti, è  stata la Corte Costituzionale, organo in grado di bocciare le leggi ritenute non in conformità con la Costituzione, risolvere conflitti di competenze e decidere sui ricorsi dei cittadini. Nel giugno 2015 il Parlamento aveva nominato 5 nuovi giudici della Consulta. Il presidente della Repubblica Duda, però, aveva bloccato il loro giuramento sostenendo l’irregolarità della selezione. Lo stesso Tribunale era intervenuto dichiarando valide 3 nomine. Dopo la vittoria del PiS, però, il Parlamento (stavolta guidato dai nazionalisti) ha nominato altri 5 giudici e questa volta Duda ha permesso il loro giuramento. Con la Corte è stata subito guerra fredda.

Jaroslaw Kaczynski, a sinistra, leader del partito conservatore Diritto e Giustizia (PiS) e Beata Szydlo, candidata a primo ministro, festeggiano dopo l’annuncio della vittoria alle elezioni politiche (JANEK SKARZYNSKI/AFP/Getty Images)

Jaroslaw Kaczynski, a sinistra, leader del partito conservatore Diritto e Giustizia e Beata Szydlo, candidata a primo ministro, festeggiano dopo l’annuncio della vittoria alle elezioni politiche (AFP/Getty Images)

Poi è arrivata la riforma vera e propria, approvata definitivamente a luglio di quest’anno (dopo alcune correzioni), che prevede l’autorità governativa nella scelta di alcuni giudici e l’imposizione dell’ordine cronologico nella revisione dei diversi casi sottoposti alla consulta. In questo modo l’organo sarà meno autonomo ed è costretto ad aspettare anni prima di revisionare le leggi introdotte dal partito. Il Tribunale ad agosto ha dichiarato la legge incostituzionale e non ha riconosciuto i nuovi membri, ma le istituzioni non sono disposte a cedere. Kaczynski, infatti, ha sostenuto esplicitamente che il governo non riconosce il pronunciamento e che la corte sta agendo al di fuori delle sue competenze costituzionali. Insomma, a suo modo di vedere, starebbe favorendo il partito politico liberale Piattaforma civica, contro il principio di neutralità.

Nel frattempo, a gennaio 2016, veniva varata la nuova legge sui mezzi di informazione. Questa prevede la nomina diretta da parte del ministero del Tesoro dei dirigenti della tv e della radio pubblica (rispettivamente con quattro canali e duecento stazioni). “Le emittenti pubbliche erano inaffidabili” hanno spiegato i membri del PiS, specificando che “i media non potevano criticare costantemente i cambiamenti di legge” e se lo facevano andavano fermati. In questo modo tutti i media pubblici sono finiti sotto il controllo dell’esecutivo ed a nulla è servita la protesta di dirigenti e dipendenti (i capi di alcuni canali si sono dimessi mentre alcune radio hanno mandato in onda ininterrottamente l’inno europeo e l’inno polacco): dai principali mezzi d’informazione sono state epurate tutte le notizie e tutte le personalità scomode al potere.

Ora, poi, rischiano grosso anche i media privati a capitale straniero: il governo presto vuole nazionalizzarli. Ma la censura, intanto, si è mossa via web. Nuove leggi introdotte dal PiS, infatti, autorizzano la polizia e i servizi segreti a controllare per almeno sei mesi, senza mandato della magistratura, dove qualsiasi cittadino o residente in Polonia navighi in internet. E a capo dei servizi, nemmeno a dirlo, ci sono gli uomini vicini al partito.

Infine l’esecutivo si è attivato per un graduale divieto dell’aborto e una campagna contro “l’ideologia gender“, sminuendo il problema della violenza sulle donne. Sono stati infatti aboliti i sussidi che permettevano alle donne di ottenere la fecondazione in vitro negli ospedali pubblici, sono stati presi provvedimenti contro le scuole che educano alla sessualità e si è dichiarato di essere pronti a ritirare la sottoscrizione dalla Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica.

Lech Walesa. Fonte: thedailybeast.com

Lech Walesa. Fonte: thedailybeast.com

Tutto ciò ha fatto allarmare l’ex presidente progressista e premio Nobel per la Pace, Lech Walesa (il primo ad essere eletto dopo la caduta dell’Unione Sovietica e del suo regime in Polonia), che a partire dalle pagine di Gazeta Wyborcza, il giornale più autorevole del Paese e in seguito tramite i media stranieri (visto che era respinto da tv e radio polacche), ha denunciato l’operato del governo come un attacco alla Costituzione e alla democraziachiedendo alle autorità e ai governi europei di intervenire. In Italia è stato intervistato a luglio dai TG della Rai.

Il governo ha ribattuto facendo sostenere ai ricercatori dell’Istituto nazionale per la memoria, schierato dalla sua parte, che Walesa fu tra il 1970 e il 1976 una spia della SB, la polizia segreta della dittatura comunista. La notizia lo ha screditato, ma lui si è difeso sostenendo che i dossier in mano all’istituto erano stati costruiti dalle stesse polizie segrete per diffamare gli oppositori e che già nel 2000 un tribunale lo aveva assolto da accuse simili.

LE REAZIONI ED IL PERICOLO PER L’UNIONE

Al grido d’allarme di Walesa parte del popolo polacco è scesa in piazza, difendendo lui, il libero giornalismo e il Tribunale Costituzionale in numerose manifestazioni. Il PiS, tra l’altro, ha perso nei sondaggi numerosi consensi, che nascondono coloro che volevano le riforme sociali o la riscoperta dei “valori tradizionali” e non questa deriva centralista.

Il pericolo, secondo il premio Nobel, è che i conflitti con la gente comune possano inasprirsi, mettendo in ginocchio una democrazia già in confusione.

Intanto le istituzioni dell’Unione Europea,  mosse sopratutto da Tusk, hanno più volte criticato l’operato del PiS in materia di diritti civili e garanzie democratiche. A gennaio, inoltre, la Commissione europea ha lanciato una “valutazione preliminare nel quadro delle regole sullo stato di diritto”, un meccanismo usato per la prima volta che può portare (difficilmente) fino alla sospensione del diritto di voto del Paese in Consiglio.

Visti i scarsi risultati dell’iniziativa, però, la Commissione è nuovamente intervenuta a giugno, chiedendo spiegazioni precise circa i mancati miglioramenti richiesti e minacciando di attuare la seconda fase del meccanismo. Questa mossa ha garantito una serie di emendamenti alla riforma sul Tribunale costituzionale (senza i quali l’organo sarebbe stato del tutto paralizzato), ma questo, come detto, non ha impedito la dichiarazione di incostituzionalità e non ha spento le polemiche. Insomma l’apparato burocratico europeo ha prodotto ancora una volta piccoli ed insufficienti risultati.

Beata Maria Szydło, primo ministro della Polonia, e Viktor Orbán, primo ministro dell'Ungheria. Fonte: magyarhirlap.hu

Beata Maria Szydło, primo ministro della Polonia, e Viktor Orbán, primo ministro dell’Ungheria. Fonte: magyarhirlap.hu

Dopotutto, infatti, il vicepresidente della Commissione ha parlato di un “dialogo costruttivo” con la premier Szydlo e di necessaria prudenza prima di compiere azioni radicali.

Così disposta, però, la Polonia rischia di essere un pericolo per l’Unione. Il Paese (che non vuole la moneta unica) chiede di dare maggiori poteri ai parlamenti nazionali e si oppone ad ogni meccanismo di redistribuzione dei migranti nel continente.

Dopo aver sostenuto che rifugiati siriani potrebbero portare malattie e parassiti, Kaczynski ha sostenuto che la Polonia non accetterà i rifugiati perché rappresentano una minaccia per la sicurezza e che si opporrà a qualsiasi legge che imponga ai Paesi membri dell’Ue di pagare multe per ogni rifugiato non accettato. Le sanzioni, a suo parere, abolirebbero la sovranità degli Stati membri, sopratutto i più deboli, mentre il problema “dovrebbe essere risolto assistendo i rifugiati fuori dall’Ue”.

Il sostegno dell’Ungheria di Orban (Kaczynski dichiara di ispirarsi al suo modello di governo e riceve complimenti dall’altro) e degli altri paesi del “blocco orientale”, poi, rende la situazione delicata. In ballo non c’è solo la questione dell’immigrazione, ma anche la risposta europea al terrorismo e alle sfide economiche globali. Il PiS, come Orban, osteggia gli islamici e vuole restituire ai paesi del continente la loro identità di bianchi cristiani. Questo e il rifiuto di integrazione politica democratica mette la Polonia dalla parte di chi vuole indebolire il progetto europeo (anche se non può dichiaratamente schierarsi con i nazionalisti come Le Pen perché i sussidi dall’U.E. gli servono ancora, eccome).

Alla domanda del giornalista di Andrea Tarquini di Repubblica, circa un modo per fermare il PiS e i suoi sostenitori, Walesa ha risposto: “Ce la faremo solo se capiremo che Orbán o Kaczynski non sono necessariamente un pericolo eterno, ma nemmeno nascono dal nulla. Sono risultati del malcontento. E la protesta dei cittadini scontenti della realtà di per sé è giustificata. La gente vuole soluzioni migliori a concreti problemi quotidiani. Ecco cosa spinge a votare per quelli là e a mandarli al potere. Noi ragionevoli dovremmo organizzarci e trovare soluzioni concrete migliori”.

SE QUESTO ARTICOLO TI È PIACIUTO, SOSTIENI WILD ITALY CON UNA DONAZIONE!


About

Nato a Roma nel 1995, dopo aver conseguito la maturità scientifica, si è laureato in Filosofia presso l'Università degli Studi Roma 3. Articolista di cronaca e politica per il litorale romano, si interessa particolarmente di Ostia e Anzio. Gestisce un blog: https://ilblogdelleidee.wordpress.com/. INTERNI ED ESTERI


'Polonia, la silenziosa svolta nazionalista: gli effetti su immigrazione e U.E.' have 1 comment

  1. 14 Settembre 2016 @ 10:21 pm Il Curioso

    Raccapricciante: il programma del PiS sembra una sorta di catto-fascismo post-moderno.
    E come se le Lega Nord,Comunione e Liberazione, e Casapound governassero come un solo partito, è terribile.
    Oggi la liberaldemocrazia è attaccata da due fronti: esterno dagli “islamofascisti” ed interno dai populisti spesso con toni da nazionalisti cristiani e xenofobi…
    Questo momento storico sarà uno di quelli belli duri …


Would you like to share your thoughts?

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Shares