Polveroni di Stato

L’unica cosa che non serve alla ricerca della verità sulle stragi del 1992 è un polverone gratuito. Ovviamente, come nella miglior tradizione dei misteri italiani, è puntualmente arrivato. Al posto di parlare delle richieste di rinvio a giudizio avanzate dalla procura di Palermo per la trattativa tra Stato e mafia, i prossimi giorni li passeremo a discorrere dello «scandalo delle intercettazioni», della «privacy violata», dell’«abuso di potere delle toghe» e del «circo mediatico-giudiziario». Ad annunciarlo è stato il Presidente della Repubblica, col suo comunicato sulla morte di Loris D’Ambrosio.

Napolitano ha tenuto ad informarci del suo «rammarico per una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose cui era stato di recente pubblicamente esposto, senza alcun rispetto per la sua storia e la sua sensibilità di magistrato intemerato, che ha fatto onore all’amministrazione della giustizia del nostro Paese». Sorvoliamo sul principio tutto italiano del “qualunque cosa tu abbia fatto recentemente, se il tuo passato è stato cristallino sei inattaccabile” e soffermiamoci sulla «campagna violenta», riassumendo prima brevemente i fatti.

Il riferimento è evidentemente alle intercettazioni tra l’ex ministro e vicepresidente del Csm Mancino e il consigliere giuridico di sua maestà Napolitano, intercettazioni pubblicate da Il Fatto quotidiano che hanno svelato i tentativi di scippare dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia la procura di Palermo: in soldoni (rinvio ai post del blog «Il colle vuole bloccare le inchieste sulla “trattativa”» e «Trattativa: 10 domande a Napolitano» ), l’indagato Mancino ha chiesto e il pronto D’Ambrosio ha funto da intermediario presso Napolitano, accogliente come non mai. Ne è risultata una concertazione tra l’ex ministro in attesa del rinvio a giudizio per falsa testimonianza e il Colle che ha portato a contattare la Direzione Nazionale Antimafia e la Cassazione per cercare di ottenere – nella versione ufficiale difesa dal Colle – un «maggiore coordinamento» tra le procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta (leggi: avocazione dell’inchiesta dei pm palermitani). Il piano non è andato in porto, resta però il dato di fatto di un tentativo d’interferenza.

A leggere le intercettazioni, D’Ambrosio non ci ha fatto una bella figura: o con Mancino ha solo finto (non si sa bene per quale motivo) di aver parlato con Napolitano, millantando un appoggio del primo cittadino italiano, oppure – come si è poi saputo dai continui moniti del Colle e dal suo sollevamento del conflitto di attribuzione di fronte alla Consulta, che hanno confermato spudoratamente tutta la storiaccia – lo ha fatto effettivamente.

Questi i fatti. Oggi D’Ambrosio è deceduto in seguito a problemi cardiaci che Napolitano – checché ne dirà o diranno – ha implicitamente connesso a quella che i berlusconiani definirebbero la «gogna mediatica» di queste settimane (a tal proposito, leggetevi l’esilarante articolo di Marina Berlusconi su Il Giornale: lei, da piccola accompagnata a scuola da tale Mangano Vittorio, della mafia oggi ha paura). Lo stress che i fatti riportati devono avergli provocato è innegabile, ma non lo si può certo imputare a chi questi fatti li ha portati alla luce. Eppure le parole di Napolitano («insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose») paiono voler dire proprio questo.

Urge ora fermarsi a riflettere sulla portata di queste affermazioni, ricordando in primis come, dal momento che l’ingiuria è un reato (art. 594 del codice penale) e il Presidente è un pubblico ufficiale, o Napolitano denuncia chiaramente ciò che sa, oppure incorre nell’omessa denuncia, sanzionata dall’art. 361 del codice penale. Pensa che sia colpa dei pm? Perché allora li ha portati davanti alla Consulta solo per difendere le sue non meglio precisate prerogative e non anche quelle di D’Ambrosio? Forse perché il suo consigliere giuridico non aveva alcuna guarentigia e quindi i pm potevano tranquillamente intercettarlo (peraltro indirettamente)… Pensa allora che la causa sia da cercare tra i mezzi d’informazione? Ma, al di là de Il Fatto e del tg di Mentana, quale altro media ha trattato la questione come meritava, ovvero come uno scandalo? Al di là della cronaca dei fatti (comunque sempre limata: la trattativa, sia chiaro, è sempre solo «supposta»), gli altri mezzi d’informazione non hanno fatto altro che difendere il Colle, bombardando la procura e i giornalisti non schierati (memorabili, quanto penosi, Scalfari e Galli della Loggia).

E allora, di che cosa stiamo parlando? La sensazione è quella di un tentativo di alzare l’ennesimo polverone, utile per far dimenticare l’essenza degli intrighi italiani in favore dei potenti di turno (ricordiamoci che questa è la settimana che ha visto il coinvolgimento giudiziario a vario titolo dei presidenti delle regioni Sicilia, Calabria, Puglia, Emilia Romagna e Lombardia), per silenziare le inchieste scomode (magari col trasferimento o con l’apertura da parte del Csm di una pratica contro i magistrati più pericolosi, come Ingroia e Scarpinato) e per delegittimarle a priori (come nel caso dell’inchiesta sulla trattativa). La domanda da farsi – e che facciamo anche a Ilda Boccassini dopo le strane parole di oggi – è solo una: ci interessa davvero sapere se lo Stato venti anni fa ha sacrificato oneste vite umane per salvare qualche politico compromesso con la mafia? O vogliamo farci nuovamente distrarre?


About

Nato nel 1987 a Vicenza, consegue a Padova la laurea triennale in Lettere moderne, quella magistrale in Filologia medievale e il dottorato di ricerca in Filologia romanza. Creatore nel 2009 del blog bile.ilcannocchiale.it (sospeso nel 2011 per collaborare con "Wilditaly" e citato ne "I nuovi mostri" di Oliviero Beha nell’elenco delle "associazioni che a vario titolo rientrino nell’accezione culturale di chi promuove riflessioni sullo stato del Paese”), fino a gennaio 2011 ha fatto parte della redazione della rivista online "Conaltrimezzi", dirigendo le sezioni dedicate all’attualità e al mondo universitario. REDATTORE SEZIONE INTERNI


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