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Prosecco: una bolla destinata a scoppiare?

Tempo fa l’Italia si è unita in festa per una vittoria contro la Francia. Salti di gioia, titoli di quotidiani, sfottò ai francesi. Un delirio. No, questo non è l’ennesimo ricordo del decennale della vittoria del Mondiale di calcio del 2006. Faccio riferimento al sorpasso inatteso delle vendite all’estero di Prosecco su quelle di Champagne, che ha avuto uno spazio sui media nazionali solitamente destinato alle vittorie sportive. Ma è davvero tutto oro il prosecco che luccica?

Fonte: bbcgoodfood.com

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NON TUTTO LO SPUMANTE E’ PROSECCO

Innanzitutto chiariamo di cosa stiamo parlando. Prosecco è divenuto, nel linguaggio comune, sinonimo di spumante, di vino frizzante. In realtà, il Prosecco è una tipologia di spumante prodotta in alcune zone a cavallo tra Friuli e Veneto con il metodo charmat (per la fermentazione si utilizzano le autoclavi). È quindi molto meno costoso dello Champagne, prodotto in alcune zone vicino Parigi col metodo classico (la fermentazione avviene in bottiglia, periodicamente girata a mano). Il Prosecco, infine, si distingue in Prosecco Doc, prodotto con uve coltivate in pianura con grande intervento della meccanica e meno pregiato, e Docg, prodotto nelle sole zone di Valdobbiadene e Conegliano, in collina. Ma il sorpasso e il successo del prosecco si può definire stabile e duraturo? E ha davvero senso il paragone con lo Champagne?

I NUMERI

Secondo i dati Istat 2015, nel 2014 sono state vendute all’estero circa 320 milioni di bottiglie di prosecco contro i 307 di Champagne. Le vendite fuori confine erano in trend positivo da anni, ma nessuno si aspettava un sorpasso così veloce. Da vent’anni circa il Prosecco è nel pieno di un vero e proprio boom, con percentuali di crescita annua anche due cifre. I mercati principali sono quello svizzero, tedesco e inglese, ma da un paio di anni anche paesi lontani come Usa, Australia e Giappone stanno aumentando le importazioni del nostro spumante migliore.

Le esportazioni di Champagne subiscono invece crescite inferiori, e rimangono negli ultimi anni perlopiù stabili su una forbice di 305-315 milioni di bottiglie (dati  Comité Interprofessionnel du Vin de Champagne). Se guardiamo al valore della produzione, la lotta è impari: nel 2014 la produzione di Prosecco ha raggiunto un valore di 400 milioni di euro;  quella di Champagne di 4.74 miliardi di euro.

Fonte: lastampa.it

Fonte: lastampa.it

LE RAGIONI DI UN SUCCESSO

A cosa deve questo successo? Il Prosecco è un vino non impegnativo, che può essere accostato a quasi qualsiasi piatto e bevuto in ogni circostanza, non richiede corsi da sommelier per essere apprezzato e, soprattutto, non richiede una carta di credito con plafond a sei zeri per essere comprato (una bottiglia può costare dai 4 ai 15 euro, mentre per una di Champagne si possono spendere anche più di 100 euro). Da qua l’enorme successo.

Come da legge di mercato, però, se cresce la domanda crescono i prezzi. In questo caso, i prezzi dell’uva, ovvero i prezzi della materia prima. Il Prosecco può essere prodotto con uve coltivate in pianura o con quelle coltivate in collina. La distanza tra i prezzi delle due qualità fino a qualche anno fa era tale che un litro di Prosecco Doc (di pianura) costava circa un euro e mezzo meno di un Prosecco Docg (di collina): la differenza di qualità e di costo di produzione era riflessa nel costo al pubblico. Nel 2015 la differenza si è assottigliata fino a casi in cui un litro di Doc è stato venduto a circa 2,50 euro, pari quasi a un Prosecco Docg. A differenza di qualità e costo non corrisponde più una differenza di prezzo.

LA VERA LOTTA E’ IN CASA

La vera guerra delle bollicine non è quindi tra Prosecco e Champagne, ma tra Prosecco Doc e Prosecco Docg. Da una parte i produttori di un vino di qualità più bassa, che possono godere di strumenti meccanizzati per la coltivazione e di volumi più alti. Dall’altra le realtà che raccolgono le uve a mano, che producono volumi più bassi e che mettono sul mercato un vino di qualità superiore. Il problema nasce nel momento in cui il vino Doc arriva a costare quanto quello Docg, con un livellamento dei prezzi verso l’alto: se i due prodotti costano uguale, qual è la differenza? E se un prodotto ha minori costi di produzione, perché viene venduto allo stesso prezzo di quello che deve sopportare costi di produzione più alti?

Fonte: winemag.com

Fonte: winemag.com

La strada non è, a detta di molti, sostenibile. Il mercato non berrà sempre Prosecco. Nel momento in cui il Prosecco sullo scaffale del supermercato avrà prezzi tali da doverlo mettere in una vetrina chiuso col lucchetto accanto a uno Champagne, si troveranno altri prodotti che soddisferanno quell’esigenza di vino non impegnativo che ha fatto il successo del Prosecco nel mondo. Stiamo pur sempre parlando di Prosecco e non di Champagne, ovvero di un vino che fa anche del rapporto qualità-prezzo la sua forza.

L’aumento ingiustificato della cifra a cui viene venduto è indifendibile, e nel lungo periodo porterà a bottiglie “svendute” a prezzi inferiori al costo, con la conseguente crisi di un intero settore. La storia si ripete: negli anni ’80 il boom era stato vissuto dall’Asti Spumante: un buon vino, non troppo costoso e buono sia a tavola sia nelle occasioni più importanti. Quando i prezzi di Asti sono diventati insostenibili, il mercato ha virato su un prodotto simile ma con un miglior rapporto qualità prezzo: quale? Il Prosecco.

È quindi necessario che gli attori della filiera del Prosecco si siedano a un tavolo e discutano: da una parte i produttori Doc dovrebbero rendersi conto del rischio che stanno correndo e cercare di calmierare i prezzi; dall’altra i produttori di Docg potrebbero cercare di adottare iniziative comuni con i cugini meno pregiati, vedendoli non più come concorrenti ma come alleati. Un tavolo, guidato magari dalle Regioni o direttamente dal Ministero dello Sviluppo Economico, dove ci siano meno bottiglie aperte e più idee. Altrimenti, tra pochi anni non solo i Francesi ci supereranno di nuovo, ma non avranno neanche più un degno concorrente.

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About

Nato nel 1985, maturità scientifica e laurea in Economia Aziendale. Svolge per un anno attività di ricerca presso l’Università LIUC di Castellanza, pubblicando un paper relativo all’impatto di Expo sul commercio internazionale italiano. Si interessa di economia e cibo. Cerca di coniugare i due temi, e se non ci riesce si concentra sul secondo. Lavora in banca. Scarso runner, discreto sciatore e ottimo papà. COLLABORATORE SEZIONE ECONOMIA


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