Province: sotto sotto chi non le abolirebbe?

Con la conclusione del secondo conflitto mondiale l’Assemblea Costituente cominciò a lavorare alla Costituzione che avrebbe dato un nuovo ordinamento al Paese. All’articolo 114 – venendo al tema di oggi – si ricorda come lanostra Repubblica sia divisa in Comuni, Province e Regioni. Nonostante ciò, in pochi ricordano il ruolo marginale che spettava al secondo ente appena citato. La sua istituzione doveva considerarsi provvisoria, in attesa di una norma più approfondita, che eliminasse il divario creato dalla mancanza di un mediatore tra le piccole realtà comunali e le grandi autonomie regionali.

Questa svista collettiva fece sì che, con il passare degli anni, le province acquisissero un ruolo politico sempre maggiore, diventando un centro di potere e un serbatoio di voti non indifferente.

Dal 1948 (anno dell’entrata in vigore della Costituzione, ndr) passiamo al 2008, anno delle ultime elezioni politiche: durante l’intera campagna elettorale abbiamo sentito ripetere, a quasi tutti i leader dei più importanti partiti (Berlusconi, Casini, e anche l’allora segretario del Pd, Walter Veltroni), che le province andavano soppresse, chi invocando l’inconsistenza dei loro compiti e chi criticando gli enormi sprechi che caratterizzavano l’ente (dalle continue consulenze alle pure logiche clientelistiche, che avevano ben poco a che fare con il bene del paese). Nonostante gli impegni presi precedentemente alle Politiche di tre anni fa, una votazione con maggioranza “bulgara”, unanime, rimandò “sine die” l’emendamento presentato dall’Idv sulla loro eliminazione.

La seconda votazione ha avuto luogo lo scorso 15 giugno e il risultato è stato analogo: grazie al voto contrario di Pdl e Lega e all’astensione del Partito Democratico, la bozza di legge presentata dal partito di Di Pietro è stata definitivamente bocciata dall’aula di Montecitorio. L’onorevole Franceschini ha giustificato la scelta del partito prendendo la parola poco prima delle votazioni e sostenendo che l’emendamento Idv cancellerebbe semplicemente il nome dell’ente dalla Costituzione, lasciando << intatto il problema del trasferimento delle competenze e di cosa fare dopo per risparmiare e dare efficienza >>. La domanda che sorge spontanea è quali siano le competenze delle province, poiché abbiamo tutti sotto i nostri occhi un caso emblematico di sprechi e mancanza di veri incarichi , ovvero la nuova provincia pugliese di Barletta-Andria-Trani (denominata BAT, la quale è stata oggetto d’inchiesta sul penultimo numero de l’Espresso).

L’onorevole ha voluto ribadire il concetto in un intervista rilasciata a Repubblica ieri (8 luglio, ndr), in cui sembrava (in maniera ancor più marcata) arrampicarsi sugli specchi, con sottigliezze di natura estetica come << Il ruolo e la soppressione delle province fanno parte di un tema che si chiama riorganizzazione delle stato, non del tema costi della politica>>, al fine di giustificare quella logica clientelistica già sopra citata.

Sulla stessa lunghezza d’onda si è mosso Marco Stradiotto, senatore del Partito Democratico ospite alla Festa de l’Unita di Giussago (Venezia) per parlare di Federalismo fiscale: quando il sottoscritto (e non solo) lo ha interpellato sulla questione delle province ha rimarcato l’importanza di un lucido dialogo, aggiungendo che sarebbe possibile eliminare le province solamente in una parte del territorio, ovvero quella in cui i comuni affidati che la compongono non sono molti (l’esempio era la provincia di Venezia, che ne conta 44), accorpabili quindi in consorzi; opzione considerata insensata per province come Torino che – a detta del senatore – ne conta quasi 600 (secondo Comuni-Italiani.it sono invece 315). L’argomentazione di Stradiotto va però a cozzare con la dichiarazione di Franceschini a Repubblica, secondo cui il punto 4 della campagna elettorale (durante le ultime politiche) ribadiva l’eliminazione delle province << laddove si costituiscono città metropolitane >>.

Ennesima spiegazione sul perché il maggior partito di opposizione si sia astenuto durante la votazione dello scorso 15 giugno mi è stata fornita ieri sera da un signore incontrato poco prima dell’intervento pubblico sopracitato: il centrosinistra, durante l’ultima tornata elettorale, è riuscito a strappare al centro-destra (nel solo Friuli Venezia Giulia) due province: Gorizia e Trieste; la supposizione risponde ad una logica da Prima Repubblica, e sostiene che faccia comodo aver posizionato i “propri uomini” in centri di potere minori (sulla scala geografica) solo all’ente regionale, in mano agli avversari politici (Renzo Tondo, Pdl).

Anche se così non fosse, sono dell’idea che l’opposizione non si sarebbe dovuta astenere non tanto per dare un segnale forte al paese (come sostenuto dal giornalista di Repubblica durante l’intervista all’on. Franceschini), ma quanto più per poggiare la prima pietra di un dialogo partecipato da costruire su tale argomento.

PIETRO CANCIAN



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