Quello di Padellaro è metodo Boffo?

Dalle colonne del «Fatto» di oggi, Sandra Amurri e il suo direttore Antonio Padellaro si difendono dall’accusa di essersi serviti del cosiddetto metodo Boffo per attaccare il deputato Pdl Remigio Ceroni, l’estensore della proposta di modifica del primo articolo della Costituzione.
Ne esce un’apologia di se stessi in cui risuona lo stridore di unghie sullo specchio. Negli ultimi due giorni, l’episodio è finito al centro di un vivace dibattito che vedeva schierati da un lato quelli che considerano il metodo Amurri-Padellaro equivalente al metodo usato a suo tempo da Vittorio Feltri e rilanciato da altri (leggasi Maurizio Belpietro), dall’altro quelli che dicono che nel caso di Ceroni si è semplicemente applicato il diritto di cronaca.
Quali sono le argomentazioni della difesa? Scrive la Amurri a pagina 7:
«Quando un parlamentare che fino a un giorno prima era un “signor nessuno” fa una battaglia politica, a prescindere che la faccia al servizio di Berlusconi o meno, è normale che ci si chieda chi sia quest’uomo, che si raccolgano notizie, che se ne tracci un ritratto. E quando si fa un ritratto si può scoprire di tutto. Anche, come in questo caso, che l’onorevole Ceroni ha usato violenza sulla moglie. A quel punto si ha il dovere di pubblicare la notizia seppure non c’entri nulla con la modifica della Costituzione da lui proposta. Lo abbiamo fatto con il dispiacere e la malinconia del cronista che indaga su fatti a volte illuminanti della personalità e del carattere».
Nel trafiletto a destra, argomenta ancora Padellaro:
«Il Fondatore [di Libero, ndr] si duole poi di un mio intervento a “Linea Diretta” su Rai3 quando ho dovuto spiegare al direttore dell’Occidentale (testata online vicina al Pdl) che mi accusava di “trattamento Boffo” la differenza tra le notizie del Fatto e la celebre patacca pubblicata dal Giornale. Feltri non potrà infatti negare che se la condanna per molestie di Boffo c’era veramente stata, il verbale che attenzionava il nostro collega imputandogli frequentazioni omosessuali era falso che più falso non si può».
E’ vero. Contrariamente a quanto si era affermato il 22 aprile scorso, il fatto di dare una notizia vecchia può essere giustificabile, se l’obiettivo è quello di ritrarre quello che fino ad un paio di giorni prima era un perfetto sconosciuto. Si rientra, insomma, nello spettro del diritto di cronaca, tanto più considerando che la notizia è probabilmente vera. Ma per aversi metodo Boffo, o macchina del fango che dir si voglia, non è mica necessario che le informazioni fornite siano false. Basta anche che notizie assolutamente vere siano confezionate in maniera tale da suggerire connessioni logiche totalmente arbitrarie con altri eventi (in psicologia, si potrebbe a tal proposito parlare di framing o cornice). In altre parole, la domanda che fa nascere il sospetto di trattamento Boffo è: che c’entra il fatto di aver picchiato la propria moglie col fatto di aver proposto la revisione dell’art. 1 della Carta?
Lo ha già detto la Amurri: nulla. Ma tale notizia può esser comunque indicativa del carattere del personaggio in questione. Giusto. Ma allora perché la stessa giornalista scrive, parafrasando un altro punto del medesimo articolo, che è irrilevante il motivo per cui Ceroni ha percosso la sua consorte? Si segua bene questo ragionamento.
La Amurri domanda, retoricamente:
«se la signora fosse stata sorpresa con un altro uomo, il marito sarebbe stato legittimato a menarla?».
Risposta ovvia: certo che no. Ma se l’obiettivo è come si è detto quello di ricostruire il profilo caratteriale di un “signor nessuno”, va da sé che il movente del gesto importi eccome, perché un conto è dire che Ceroni ha sorpreso la moglie con un altro e perciò è sbottato (evento sporadico e impetuoso), altra cosa è dire, per esempio, che Ceroni fosse un alcolista che tutte le sere picchia la moglie per noia e che quella sera l’ha picchiata più forte del solito (condotta abituale e probabilmente premeditata). Del resto, è la legge stessa in casi analoghi a riconoscere maggiore o minore gravità all’episodio in ragione dei motivi, per mezzo di aggravamenti e attenuazioni.
La coerenza interna del discorso della Amurri lascia molto a desiderare. In che modo un fatto dell’11 febbraio 1998, di cui non sono ben chiare le dinamiche, influenza la personalità dell’odierno Ceroni?
Insomma, che Ceroni picchiasse la moglie è quasi sicuro che non c’entri niente con la sua discutibilissima iniziativa politica. Però intanto il framing dei titoloni sparati in prima e sesta pagina venerdì scorso («Ieri picchiava la moglie, oggi riforma la Costituzione») suggeriscono l’esatto opposto, e cioè che vi sia un nesso acclarato. Molti lettori di quotidiani leggono solo i titoli, e questo i giornalisti lo sanno bene. Il titolo non è un fronzolo, ma è già un’informazione per questo tipo di lettore, e inoltre fornisce una specifica cornice interpretativa dell’articolo corrispondente anche a coloro che eventualmente se lo leggono tutto.
Anche questo è metodo Boffo. Il “fango”, qui, non sta nell’atto di dare notizie, peraltro veritiere, ma nel modo scelto per dare evidenza ad esse o ad un dettaglio di esse. La Amurri, ma soprattutto Padellaro, ne hanno fatto uso, c’è poco da obiettare. E loro, che hanno l’ambizione di contrastare le “derive” berlusconiane del Paese, dovrebbero cominciare mostrandosi migliori dei loro avversari, a partire dalla deontologia. Altrimenti, in maniera gattopardesca, qualsiasi cambiamento si risolverà in uno stratagemma disposto affinché tutto resti esattamente com’è.
LUCIANO IZZO


'Quello di Padellaro è metodo Boffo?' have 9 comments

  1. 24 aprile 2011 @ 2:43 pm Giampaolo Rossi

    Hai ragione… purtroppo “Il Fatto” si sta rivelando un quotidiano come tutti gli altri. Non è la prima volta, già con Razzi e Scilipoti avevano fatto così. Casualmente si accorgono di qualcuno solo quando questo fa qualcosa di “sbagliato”.

    Non fanno ne più e ne meno di quello che fa e ha fatto Il Giornale. Certo, seppur veritiere.

  2. 24 aprile 2011 @ 6:32 pm Luciano Izzo

    Bisognerebbe creare un giornale che pur non risparmiando critiche a nessuno eviti per statuto di abbandonarsi a simili cadute di stile. Magari, potremmo farlo noi… 😉

  3. 24 aprile 2011 @ 6:42 pm Giampaolo Rossi

    Si, magari…………. 😀

    Le critiche vanno fatte a 360° a chiunque. Bisognerebbe imparare a fare le famose interviste incazzate. Quelle alla Fallaci, per capirci, che diede all’ayatollah Khomeini del “tiranno” durante l’intervista e si tolse violetemente il Chador che era stata costretta ad indossare per essere ricevuta. È troppo facile intervistare chi la pens come noi. Bisognerebbe imparare a scontrarsi con gli altri, per cominciare a far emergere tutte le idee. “Il Fatto”, non mi risulta abbia mai fatto un’intervista simile, se non quella a Dell’Utri in cui la Borromeo gli fece uscire di bocca parole pesantissime. Dopo quell’episodio nulla.

    Non è giornalismo quello del “Fatto”. È fango gettato in aria come Il Giornale & Co. Ovviamente si intende fango tirato solo quando fa comodo, visto ce finchè Scilipoti e Razi erano dentro l’IDV, nessuno sapeva nulla dei loro carichi pendenti.

  4. 18 maggio 2011 @ 2:46 pm Matteo Roselli

    Come ogni giornale “Il fatto” ha commesso i suoi errori. Però attualmente ritengo che sia l’unico giornale non soggetto a pressioni politiche in quanto non rappresenta nessun partito e non riceve alcun finanziamento pubblico.

    Personalmente ritengo che sia fondamentale la verità nelle affermazioni di un giornalista. E quindi nonostante il metodo sia simile è necessario far chiarezza sulla differenza più importante: la distinzione tra ciò che è vero e ciò che è falso che è una delle basi totalizzanti del giornalismo. Poi certamente è altrettanto importante legare le accuse alla situazione in maniera adeguata. Quindi la Amurri e Padellaro hanno sbagliato.

  5. 19 maggio 2011 @ 11:16 am Giampaolo Rossi

    Secondo me Matteo un giornale può anche prendersi il finanziamento dello stato (cosa assolutamente da abolire sia chiaro) ma se fa buona informazione. Questo è il caso di nessun quotidiano presente in Italia.

    Il Fatto era partito molto bene, io lo leggevo ogni giorno e mi piaceva, ma poi ha avuto degli atteggiamenti che hanno scavallato quella che io ritengo essere informazione. Sono indipendenti, anche se una forte corrente IDV c’è, e non prendono soldi… ma siamo sicuri che siano così indipendenti anche dalle loro idee? Un giornalista serio deve scrivere senza fare riferimento alle sue ideologie, alle sue simpatie e alle sue amicizie. La sola verità a costo di essere scomoda anche per se stesso. Perchè se giustifico l’antiberlusconismo spasmodico del Fatto è altrettanto giustificabile il mieloso berlusconismo di Ferrara, Feltri, Sallusti & Co.

  6. 20 maggio 2011 @ 2:20 pm Luciano Izzo

    Giampaolo,

    come al solito mi trovo d’accordissimo con te. Un solo appunto: non sono d’accordo con l’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali. I giornalisti, per mantenersi e per raggiungere l’eccellenza, hanno bisogno di soldi, come tutti noi. Chiudere il rubinetto pubblico significherebbe costringere le loro penne a dipendere di più dalle sponsorizzazioni private, il che li esporrebbe (e in parte già li espone allo stato attuale dei fatti) allo strapotere contrattuale dei finanziatori più illustri.

    Io credo che il fatto di poter contare su di una informazione libera dipenda in larga parte dal fatto che tale informazione sia finanziata a prescindere dalle simpatie. Se io dipendo economicamente da una persona di cui dovrei per diritto di cronaca parlar male, probabilmente finirò col parlarne bene. E questo non per codardia, ma per il solo fatto che se mi comportassi diversamente chiuderei bottega.

  7. 21 maggio 2011 @ 3:45 am Giampaolo Rossi

    Si ma tutto questo da cosa dipende? Dal fatto che in Italia non esistono degli editori PURI! ovvero persone che hanno un capitale che investono solo per il puro scopo di fare informazione. Lontano da ideologie e da interessi dietro. Un giornale come il Corriere della Sera, è autorevole quanto si vuole, ma ha un cdm talmente vasto che non se ne capisce nulla. L”editore fa il giornale per fare informazione, non per fare soldi. Quello è un risultato che arriva se il prodotto è buono. Ma se non si da motivo di rischiare e di dire ai giornalisti di sbattersi per trovare notizie che da altre parti non si trovano e quindi fare un’informazione nuova e diversa dalla concorrenza, non si arriva da nessuna parte. Certo, il giornalista ha bisogno di soldi per fare inchieste, ma se l’editore è bravo e fa un giornale coi controcazzi se lo può permettere e può permettersi di avere della pubblicità che, se poi lascia il posto perchè è stata attaccata, fa niente, ce n’è subito un’alro disposto a darti la stessa cifra, perchè il quotidiano di qualità è letto da migliaia di persone… quindi più visibilità e quindi lo spazio pubblicitario ha un valore più alto.
    E in tutto questo, mi chiedo, a cosa servono i finanziamenti pubblici? a dare i soldi ai quotidiani amici del governo o per chiedere che facciano qualche piccolo sconto in ambito di severità contro i potenti. E se il quotidiano va di merda, mi dispiace, vuol dire che è un cattivo prodotto e quindi non vende e quindi chiudi. È la legge del mercato… preferisco avere 5 quotidiani come il Washington Post o il New York Times autofinanziati ma che fanno fra la migliore informazione del mondo, che fogli da carta igenica come Il Riformista o l’Avanti! Capisci? Perchè con le mie tasse devo finanziare pure i giornali? Allora me li dai gratis quelli che prendono il finanziamento pubblico, perchè li pago già.
    Ma è solo una questione di editori. Lo dicono tutti i professori di giornalismo.

  8. 21 maggio 2011 @ 3:47 am Giampaolo Rossi

    e ricordiamoci che se uno fa l’editore e basta, non può essere attaccato per come gestisce una azienda esterna, perchè lui fa l’editore di lavoro e al masso lo si può contestare perchè non paga i giornalisti. Capisci quello che intendo?

  9. 21 maggio 2011 @ 9:46 am Luciano Izzo

    Sì, capisco, e devo dire che anch’io sarei contento di veder comparire anche in Italia un editore economicamente “potente”, in grado di fare informazione per informare.

    Ma al tempo stesso mi attengo a due fatti che credo caratterizzino il presente del giornalismo nel nostro Paese: il primo è che questo editore è il grande assente, e che senza gli attuali finanziamenti pubblici i quotidiani dipenderebbero dai loro inserzionisti anziché dai loro lettori. Il secondo è che non tutti sono lettori, e non tutti i lettori sono buoni: un giornale è anche un veicolo pedagogico oltre che un prodotto, e ciò significa che non è detto che un giornale che dipenda solo dai suoi lettori sia un buon giornale.

    Ipoteticamente, un giornale potrebbe mettersi a parlare alla pancia degli italiani anziché alla loro testa, il che gli garantirebbe un lauto ritorno finanziario senza implicare la qualità del “prodotto”.


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