Quer pasticciaccio brutto der Colosseo

Nel Paese che detiene il maggior numero di siti considerati «patrimonio dell’umanità», nessuno in linea teorica può dirsi contrario alla decisione dell’ultimo Consiglio dei Ministri: in attesa di leggere il testo del decreto legge (e con i moltissimi dubbi sul metodo: il provvedimento per l’approvazione richiede requisiti «di necessità e di urgenza» che qui sembrano mancare), bisogna riconoscere che equiparare l’apertura di musei e luoghi culturali a un vero e proprio servizio pubblico è semplicemente un atto dovuto nei confronti del rispetto della logica che vuole che l’Italia cominci a puntare effettivamente sulla sua vera ricchezza, la propria arte. Tuttavia, da qui a tacere della mistificazioneOmniroma_Image__0015_180915_MGTHUMB-INTERNA della realtà da cui tale azione è scaturita e dei dubbi che la strada intrapresa sia proprio quella di una valorizzazione del patrimonio culturale, ce ne passa. La politica prenda pure a pretesto per un intervento normativo una figuraccia mondiale come quella della chiusura del Colosseo e di altri monumenti romani per tre ore senza che ne fosse data comunicazione adeguata ai turisti; ma scaricarne le colpe sui lavoratori, lavandosene totalmente le mani e approfittando della situazione addirittura per presentarsi come i proverbiali salvatori della Patria, questo no, soprattutto se le azioni sembrano nascondere ben altro.

I FATTI.

Nell’ultimo scandalo romano il solo colpevole è la classe politica. I lavoratori impiegati all’interno dei siti rimasti chiusi, infatti, hanno solo usufruito di un diritto garantito dallo Statuto dei lavoratori, ovvero l’assemblea sindacale. Le procedure previste dalla legge approvata dal Parlamento nel 1970 e dal regolamento interno della Soprintendenza che gestisce i siti sono state pienamente rispettate. Lo dimostrano, oltre alle dichiarazioni dei dirigenti, i documenti: la data e l’orario della riunione e la possibilità che i monumenti potessero restare chiusi erano stati comunicati dalle rappresentanze sindacali unitarie al Ministero dei beni e delle attività culturali l’11 settembre, una settimana prima dell’assemblea. Dunque, se i turisti si sono comunque presentati di fronte ai cancelli dei musei, la colpa è solo degli uffici del Ministero, che non sono riusciti a informare adeguatamente e per tempo l’utenza attraverso tutti i mezzi disponibili (icartellonfopoint, siti istituzionali, etc.), ma si sono invece limitati a dare comunicazione dei possibili disservizi il giorno prima della riunione ad alcuni organi di stampa (peraltro esclusivamente italiani, come dimostra la sezione romana del Corriere, che il giorno prima dell’assemblea aveva avuto modo di anticipare la possibile chiusura dei siti) e non hanno inoltre provveduto in alcun modo a sostituire il personale impegnato nell’assemblea. Le responsabilità della politica non finiscono qui. Le code dei turisti (tratti in inganno anche dal pessimo inglese di alcuni cartelli, che annunciavano la fine dell’assemblea per le «11 pm», ovvero le 23) hanno infatti fatto passare in secondo piano i motivi che hanno spinto i lavoratori a riunirsi; in particolare, per citare il comunicato stampa dei sindacati, «il mancato pagamento delle indennità di turnazione e delle prestazioni per le aperture straordinarie (primo maggio, aperture serali, etc.), dopo quasi un anno solare di inutile attesa», «la mancata apertura di una trattativa […] per il rinnovo del contratto dei lavoratori pubblici bloccato […] da molti anni nonostante la recente sentenza della Corte Costituzionale», «la decisione tutta politica di costituire, in accordo con il Comune di Roma e senza un minimo confronto con le parti sociali, una sovrastruttura burocratica come il Consorzio per la gestione dell’Area Centrale» e infine «la mancata apertura di un confronto sull’organizzazione del lavoro all’interno della Soprintendenza».

IL VERO OBIETTIVO: I DIRITTI DEI LAVORATORI.

I politici, gli unici responsabili dell’accaduto per l’indolenza dimostrata rispetto ai problemi che essi stessi hanno creato, creano e continuano a creare, non si sono però limitati a nascondere la testa sotto la sabbia e hanno attribuito, di fatto ribaltando la realtà, la camusso-renziconfusione provocata dalla loro catena di omissioni ai lavoratori; o, meglio, additando i sindacati, ai diritti dei lavoratori. Per raggiungere l’obiettivo (l’indebolimento delle tutele di chi lavora), come spesso successo in passato, ci si è limitati a giocare con le parole, semplificando enormemente i ragionamenti e passando sotto silenzio alcuni fatti: riducendo la questione a un tweet che contrappone il «governo della volta buona» ai «sindacalisti contro l’Italia», Renzi in particolare è ricorso alla ormai solita opposizione tra “l’Italia che ce la fa” e i “gufi rosiconi anti-italiani” per far apparire un’assemblea sindacale un vero e proprio sciopero e per depotenziare così le sole armi dei lavoratori per far sentire la propria voce, le uniche che ancora oggi funzionano (proprio venerdì il Governo ha sbloccato i salari accessori dei dipendenti del Ministero diretto da Franceschini); tramite il Consiglio dei Ministri, a convincere l’italiano medio della bontà dell’azione, è bastato poi celare il vero obiettivo dietro propositi nobili come il rilancio del patrimonio artistico, dimenticando di ricordare quanto l’Italia abbia tagliato negli ultimi anni sulla cultura (ottima al riguardo la seconda parte dell’ultimo articolo di Gian Antonio Stella) o come l’abbia in più casi mercificata.

Qui non si tratta di difendere i sindacati attuali, nella maggioranza dei casi troppo lontani dai lavoratori anche per gli scandali che continuano a esplodere al loro interno; piuttosto, si vogliono evidenziare le storture di un sistema in cui, furbescamente, si continuano a dipingere le vittime come carnefici, e viceversa.

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About

Nato nel 1987 a Vicenza, consegue a Padova la laurea triennale in Lettere moderne, quella magistrale in Filologia medievale e il dottorato di ricerca in Filologia romanza. Creatore nel 2009 del blog bile.ilcannocchiale.it (sospeso nel 2011 per collaborare con "Wilditaly" e citato ne "I nuovi mostri" di Oliviero Beha nell’elenco delle "associazioni che a vario titolo rientrino nell’accezione culturale di chi promuove riflessioni sullo stato del Paese”), fino a gennaio 2011 ha fatto parte della redazione della rivista online "Conaltrimezzi", dirigendo le sezioni dedicate all’attualità e al mondo universitario. REDATTORE SEZIONE INTERNI


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