Riflettere sul lato oscuro del web 2.0

Internet è un po’ come l’energia dell’atomo: è una risorsa dalle grandi potenzialità, ma che va sfruttata con giudizio e senso critico, e – perché no – con un pizzico di parsimonia. Quello del web 2.0 è un tema su cui, a mio avviso, a distanza di anni non sono stati ancora posti tutti gli accenti necessari.

Parto subito dicendo che sono tendenzialmente pessimista (ma si dice che il pessimismo è ottimismo realista), e d’altro canto chiarisco che, sebbene io guardi alla rete con diffidenza e, talvolta, perfino storcendo il naso, non la addito certo come fosse un’invenzione dell’anticristo. D’altra parte, per una questione di coerenza, non mi servirei mai di uno strumento che io per primo non ritengo benefico almeno in minima parte. E, di fatto, sono d’accordo con la stragrande maggioranza delle buone “recensioni” finora fatte sull’argomento. In teoria.

Nella pratica le cose sono leggermente diverse. Distinguo, qui, fra il web 2.0 inteso come tecnologia e il web 2.0 nel senso della sua utenza. Nel primo caso, di cui non tratterò in questa sede, il dibattito è tuttora aperto, e si infiamma non appena si toccano i tasti del diritto alla privacy e della possibilità, concreta, della mercificazione dei dati sensibili.

Nel secondo caso si sollevano perplessità meno tecniche ma, forse, più sottili.

L’assunto è che, quando parliamo di web 2.0, stiamo parliamo di un media che, sotto l’aspetto funzionale, risulta essere più efficiente di tutti gli altri. E questo sia per la sua multimedialità, sia per la sua interattività, che rende confusa, obsoleta, la distinzione classica fra produttore e consumatore. Si parla, insomma, di un veicolo potenzialmente in grado di trasportare la nostra capacità comunicativa e conoscitiva oltre un limite che, finora, abbiamo sempre dovuto rispettare.

L’ampliamento degli orizzonti che ne consegue si mostra ai più come una grande opportunità. Alcuni vi rinvengono, addirittura, una svolta epocale, una rivoluzione che rievoca atmosfere new age. Si parla, a tal proposito, di Generazione Y o anche di Net Generation. Io, personalmente, preferisco tenere i piedi per terra, e intravedo in questo fenomeno sì delle immense possibilità, ma anche tutto un corredo di responsabilità che vi sono inscindibilmente connesse. Ed è proprio su tali premesse che si insinua un dubbio: davvero l’Uomo, qui inteso come soggetto antropologico, è pronto ad affrontare la sfida di farsi carico di un siffatto potere? E ancora, quali potrebbero essere gli effetti di un uso sconsiderato dello stesso?

La reazione a tale domanda mi è sembrata spesso ambigua. Coloro che disegnano il web 2.0 come una innovazione senza precedenti, difendendolo a spada tratta come l’invenzione che lancerà l’umanità in una nuova, luminosa era, sovente peccano della contraddizione di sminuire questo tipo di preoccupazioni, pur continuando serenamente a descrivere tale sistema come la molla inarrestabile del progresso. Il loro “silenzio” sembra sostenere che il web 2.0 avrebbe solo ed esclusivamente lati positivi.

Ora, io non amo gli allarmismi e detesto visceralmente il giornalismo di sensazione. Tanto meno è mia abitudine scendere nella piazza di paese a profetizzare l’apocalisse prossima ventura. Però sono preoccupato da una vasta gamma di effetti collaterali, che hanno iniziato a proliferare man mano che la diffusione di Internet diventava capillare, e stanno adesso cominciando a invadere anche i media tradizionali, storicamente più inclini ad avallare posizioni accademiche, o se vogliamo più avversi alle novità.

Leggende metropolitane, revisionismi spinti ai confini della fantapolitica e della fantascienza, teorie del complotto, e chi più ne ha più ne metta. Questi sono solo alcuni dei frutti indesiderabili dell’era dell’informazione globale. Per non parlare poi dell’immaturità con la quale ancora si esprimono e si portano avanti le proprie idee, legata a reminiscenze di antiche rivalità ed agli schemi preconfezionati della destra e della sinistra, cui si affiancano, senza per questo introdurre alcun apporto di novità, le nuove spinte antipolitiche e i linguaggi cardine che spontaneamente s’impongono, come delle mode, per mezzo dei giornali, delle televisioni e, sopresa, anche dei blog, in perfetta e sia pur camuffata soluzione di continuità coi media tradizionali.

C’è carenza, ancora, di una reale condivisione delle idee; essa è apparente perché a mancare è una seria volontà di mettere in discussione se stessi. Che condivisione, che discussione c’è, infatti, nell’adagiarsi con pigro attivismo al dibattito con individui che sappiamo già essere d’accordo con noi in tutto?

LUCIANO IZZO



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