Riforma della Corte Costituzionale: cosa potrebbe comportare

Nell’ambito della riforma della Giustizia, delineata dal Governo in carica, si prevede anche la riforma della Corte Costituzionale, organo supremo che fu pensato, dal legislatore costituente, come organo di garanzia che accertasse la costituzionalità delle leggi ordinarie e come organo di risoluzione degli eventuali conflitti tra gli altri organi dello Stato.

In particolare, quella del controllo di costituzionalità, è una funzione fondamentale ed insopprimibile di qualsivoglia ordinamento costituzionale: ci garantisce, infatti, che tutte le leggi approvate dal Parlamento siano rispettose dei principi enunciati nella Costituzione, la Carta che reca, appunto, i principi cardine su cui poggia tutto l’ordinamento costituzionale ed il patto democratico che ci unisce.

E’ molto importante, quindi, come ben si intuisce, che la Corte Costituzionale abbia una composizione che le garantisca un funzionamento sereno e scevro da condizionamenti da parte di qualsivoglia altro soggetto della scena pubblica; e così è adesso, dato che la composizione della Corte, come sancisce l’articolo 135 della Costituzione, risulta essere di 15 giudici, così scelti:
– un terzo dal Presidente della Repubblica;
– un terzo dal Parlamento in seduta comune;
– un terzo dalle supreme magistrature, ordinaria ed amministrativa.
Appunto, questa struttura è stata pensata per dare alla Corte un equilibrio, un’autorevolezza, una serenità di giudizio ed una libertà, assolutamente necessari per svolgere un compito tanto delicato quale quello che essa ricopre.

Orbene, la ventilata ipotesi di modifica di questo organo di importanza così vitale per un sistema democratico, sarebbe nel senso di rendere più difficile alla Corte la possibilità di abrogare una legge per contrasto con uno degli articoli della Carta Costituzionale.

L’idea di Silvio Berlusconi è, infatti, di prevedere una maggioranza qualificata per abrogare le leggi votate dal Parlamento: egli ha affermato, infatti, che per la Consulta «saranno necessari i 2/3 dei componenti per abrogare le leggi in modo da evitare che si ripetano le situazioni di oggi, quando il Parlamento discute una legge, la approva e se non piace ai magistrati di sinistra, la impugnano davanti alla Consulta che è costituita in prevalenza da giudici che provengono dalla sinistra e dunque le abroga anche se sono leggi giuste e giustissime».
“Sarebbe davvero il primo caso al mondo”, così ha commentato il Presidente emerito della Consulta, Antonio Baldassarre, che ha espresso il proprio sconcerto a seguito delle dichiarazioni di Silvio Berlusconi.

Il rischio grave che si corre è che questa riforma passi sulle teste dei cittadini che, spesso all’oscuro di cosa la Corte Costituzionale sia o di come essa funzioni, si ritroveranno depauperati di un organo fondamentale che garantisce loro di vivere in un Paese in cui i principi sanciti dai padri della Patria, all’indomani del tragico secondo conflitto mondiale, siano rispettati.
Modificare le maggioranze con cui la Corte decide significa bloccarne il funzionamento e rendere impossibile a quest’organo di denunciare le violazioni di principi basilari e far sì, quindi, che leggi che sono anticostituzionali restino in vigore, a vantaggio esclusivo di qualcuno.
Ricorderei solo l’articolo 3 della Costituzione, pietra miliare e banco di prova di tutte le leggi che vogliano dirsi democratiche che, sancendo il principio di uguaglianza, argina – o dovrebbe arginare – la produzione di leggi “ad personam” e garantisce una tutela giuridica a tutti i cittadini che, almeno una volta nella loro vita, potrebbero trovarsi – e spesso si trovano – ad essere “gli altri”.

AGNESE ANTONELLA PETRELLA



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