Ritratto della giovane in fiamme recensione del film di Celine Sciamma Wild italy

Ritratto della giovane in fiamme, il potere eversivo dello sguardo di Céline Sciamma

Con Ritratto della giovane in fiamme Sciamma opera uno slancio verso ambizioni più autoriali, si discosta dal presente e dalle tematiche adolescenziali confezionando un delicato dramma da camera intessuto di riferimenti artistici

 

Ritratto della giovane in fiamme

Fonte: sentieriselvaggi.it

Nella seconda metà del XVIII secolo, su un’isola imprecisata della Bretagna approda Marianne (Noémie Merlant) incaricata da una nobildonna italiana (Valeria Golino) di realizzare il ritratto della figlia Héloïse (Adèle Haenel) cresciuta in convento e richiamata in seguito al suicidio della sorella per sposare un nobile milanese.

Costui, volendo evitare un contratto alla cieca, ha richiesto il ritratto per valutare la promessa prima delle nozze ma Héloïse, ricusando il matrimonio combinato, rifiuta di posare per il pittore precedentemente ingaggiato: Marianne dovrà fingersi dama di compagnia e memorizzare il volto della ragazza per poi dipingerla in segreto durante la notte.

Col trascorrere dei giorni, però, tra Marianne e Héloïse si instaura un’intesa che spinge la pittrice a confessare la ragione della sua permanenza sull’isola: Héloïse, pur riottosa, accetta di lasciarsi ritrarre e ciò intensifica il rapporto tra le due, fino a sfociare in passione.

Premiato a Cannes per la sceneggiatura e con la Queer Palm, nonché designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, Ritratto della giovane in fiamme (Portrait de la jeune fille en feu) mette in scena l’incontro tra due donne apparentemente antitetiche, accomunate dall’esigenza di scoperta e autoaffermazione in un surreale microcosmo popolato esclusivamente da donne, in cui le differenze sociali sono abbattute dalla solidarietà femminile.

Marianne è una figura indipendente, atipica per la libertà di cui si fregia: svolge una professione perlopiù maschile, non teme di gettarsi in mare lei stessa per recuperare le tele strappatele dal maroso, fuma la pipa e ha scelto di non sposarsi. Héloïse, al contrario, è una nobile che ha vissuto in reclusione e non sa molto della vita, ma tra la morte della sorella, l’incomunicabilità con la madre e la costrizione al matrimonio ha un agglomerato di emozioni che aspettano solo di esplodere.

L’isola delle donne

Ritratto della giovane in fiamme

Fonte: artribune.com / Portrait of a lady on fire cLilies Films MA A SON CHEVALET

La cornice all’interno della quale Sciamma, al suo quarto lungometraggio, prosegue l’indagine sull’identità è una licenza poetica, un’isola di sole donne ove gli uomini giungono come traghettatori e non si trattengono, una dimensione sospesa in cui regna un silenzio scalfito dal rumore dell’acqua e del fuoco.

In questo scenario aspro, confinato dall’oceano, dai forti connotati preromantici – che ricorda quello altrettanto insulare della Nuova Zelanda di Lezioni di Piano (The Piano, 1993) di Jane Campion, anche lei premiata a Cannes – in cui le asperità delle rocce, il tumulto del mare in tempesta riflettono il desiderio furente taciuto delle due giovani, si innesca un gioco di sguardi dal quale scaturisce un sentimento che è insieme liberazione e presa di coscienza di sé, reciprocità e individualismo.

Sguardo, specchio e memoria

Del resto tutto Ritratto della giovane in fiamme, quasi echeggiando certe riflessioni del Godard di Historie(s) du Cinéma, è un’analisi sullo sguardo e sull’atto del guardare, in particolare sul valore dello sguardo in funzione di specchio mediante il quale scoprire un sé inedito, insieme soggetto e oggetto della visione: Marianne ritrae e si autoritrae per Héloïse e c’è sempre uno specchio, che si tratti di compensare l’assenza della modella o di schizzare il proprio volto riflesso sul sesso dell’amante.

Esplicitato e in più d’un’occasione (anche una di troppo) rimarcato il riferimento al mito di Orfeo ed Euridice, Sciamma focalizza l’interrogativo sulla scelta di Orfeo di voltarsi a guardare l’amata nonostante sappia che così la perderà per sempre. Forse – ipotizza Marianne – perché non fa la scelta dell’innamorato ma quella del poeta che preferisce conservarne la memoria, che considera amore quello destinato alla fugacità, che non si consuma se non nel ricordo e per questo eterno.

Come un ritratto, l’oggetto intorno al quale nasce e al compimento del quale l’amore muore: “fugere non possum”, intonano le donne durante il rituale con il fuoco che lambisce l’orlo della veste di Héloïse, in una delle scene più intense del film che mostra un desiderio ormai al parossismo.

Fonte: Cinema Fanpage

Costrizione e liberazione

E come dal desiderio – rappresentato con una sensualità sussurrata cui forse manca di spingersi un po’ più alla Kechichenon si può fuggire dalle convenzioni sociali. Non è nei piani di Sciamma raccontare una storia di esplicita ribellione. Portata alla luce la natura opprimente della struttura patriarcale che impedisce a un’artista di ritrarre soggetti maschili e di esporre in pubblico le sue opere, l’autoaffermazione può sussistere celata dietro uno pseudonimo maschile o un numero simbolico tra le pieghe di un libro, come ne Il filo nascosto (Phantom Thread, 2017 ) accadeva con i segreti tra le cuciture degli abiti. O celata da un velo, come quello che le donne indossano in spiaggia quando finalmente si abbandonano a un bacio che evoca quello de Gli amanti (Les Amants, 1928) di René Magritte.

La costrizione di bocche negate dal velo, di corpi ingabbiati nei corsetti che esigono liberarsi e appartenersi è l’ombra del dovere, delle restrizioni sociali: la liberazione avviene con il corpo che si emancipa nel movimento – sia esso la corsa iniziale di Héloïse verso lo strapiombo, il nuoto o il sesso – e in una nudità che non cerca di conformarsi a un’idealità, che non si espone allo scopo di offrirsi come emblema di seduzione e quindi, non dominata dall’esigenza di piacere, è libera.

La messa in scena “pittorica” e il sonoro diegetico

Con una fotografia che immobilizza il tempo in immagini fisse popolate da tableaux vivants e luci che richiamano i dipinti di de La Tour e i panneggi di  Francesco Hayez, Ritratto della giovane in fiamme risulta formale ma mai accademico, caratterizzato da una messa in scena raffinata e certamente orientato ad esprimersi più attraverso immagini – quasi sempre campi medi, stretti su espressioni e gestualità delle due donne – che parole, pronunciate solo quando necessarie in dialoghi la cui essenzialità li rende altrettanto credibili.

Fonte: emiliaromagnanews24.it

Anche il montaggio – con questi tagli bruschi a evitare ogni possibile gratuità melensa – rispecchia l’occhiata fugace che le due si scambiano per tutto il tempo in cui trattengono il desiderio, subito pronta a fuggire appena qualcosa risulti troppo intensa.

Eppure non manca l’emotività, scandita nei suoi apici da tre momenti di musica diegetica, assai celebrativi in un film quasi del tutto privo di sonoro: l’Estate vivaldiana accennata da Marianne sulla spinetta scordata per raccontare la musica ad Héloïse, l’inno a cappella delle donne al “sabba” – una polifonia arcana che sembra evocare la genesi dell’uomo –  e il finale, con il primo piano lunghissimo della “giovane in fiamme” che si commuove ascoltando l’Orchestra eseguire il brano che assurge a memoria dell’amore perduto.

Commozione che ricorda, per certi aspetti, quella di Adam Driver in Storia di un matrimonio (Marriage Story, 2019), quando legge il ritratto che fa di lui l’ormai ex moglie (Scarlett Johansson).

Là dove Driver piangeva un amore che aveva perso la memoria, qui Héloïse piange un amore che può sussistere solo in essa: nel bianco da sposa sacrificale dei fantasmi della mente di Marianne, lei è già un ricordo.

 

(Fonte immagine di copertina: birdmenmagazine.com)

 

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