roma-città-aperta-rossellini

#Imperdibili: Roma città aperta, il cinema come necessità e rivoluzione

Manifesto del neorealismo, Roma città aperta è il primo film della Trilogia della guerra antifascista diretto da Roberto Rossellini, che introduce un nuovo e rivoluzionario modo di fare cinema

 

roma città aperta rossellini In occasione della Festa della Liberazione è doveroso dedicare questo spazio al capolavoro di Roberto Rossellini Roma Città Aperta. A poco più di settant’anni dalla sua realizzazione e dalla sua prima proiezione, avvenuta il 24 settembre del 1945, è ancora oggi possibile ammirare il manifesto del neorealismo anche in alta risoluzione grazie al lavoro di restauro compiuto sulla pellicola originale, considerata perduta fino al 2004 ma ritrovata negli archivi della Cineteca Nazionale.

In piena sintonia con lo spirito della rubrica #Imperdibili, che si propone di ricondurre all’attenzione del lettore pellicole degne di nota, ci troviamo questa volta di fronte a un’opera capace di segnare profondamente la storia del cinema, che deve necessariamente essere tramandata, ammirata e riscoperta anche dalle nuove generazioni. Ritratto dell’Italia lacerata dalla guerra e dall’occupazione nazista, simbolo della Resistenza e della lotta partigiana, Roma Città Aperta venne girato tra il 1944 e il 1945, raccontando in presa diretta la Storia del Paese.

La nascita travagliata di un capolavoro

Chiamata inizialmente Storie di ieri, lunga e travagliata fu la realizzazione della pellicola, concepita con una struttura a episodi nella prima stesura affidata a Sergio Amidei, alla quale contribuì anche il giornalista Alberto Consiglio. Quest’ultimo riassunse nel personaggio di Don Pietro, interpretato da Aldo Fabrizi, le storie di due sacerdoti: Don Giuseppe Morosini, fucilato dai tedeschi il 4 aprile 1944, e Don Pappagallo, prete partigiano. Fu invece ispirato a un fatto di cronaca letto da Amidei sul giornale L’Unità il personaggio di Pina, interpretato dall’indimenticabile Anna Magnani. L’attrice, con la tragica morte del suo personaggio, portò sul grande schermo l’agghiacciante vicenda di Teresa Gullace, donna incinta, madre di cinque figli, brutalmente uccisa mentre seguiva il furgone che le portava via il marito, arrestato durante i rastrellamenti tedeschi.

Fondamentale fu inoltre l’apporto alla sceneggiatura dato da Federico Fellini, coinvolto nel progetto da Rossellini per convincere Fabrizi ad accettare il ruolo principale nel film e al quale fu poi affidata la scrittura del personaggio interpretato dall’attore romano. Il regista riminese riuscì a conferire a Don Pietro un ottimo equilibrio tra dramma e venature comiche che si riscontra nell’ormai celebre gag della pentola. Sequenza sapientemente affiancata e contrapposta da Rossellini a quella, altrettanto famosa, in cui assistiamo alla drammatica uccisione di Pina.

Fare di necessità virtù

roma città aperta rossellini Sulla proficua collaborazione con Rossellini, continuata poi con Paisà (1946) – secondo capitolo della Trilogia della guerra antifascista avviata da Roma Città Aperta e chiusa nel 1948 da Germania Anno Zero – Fellini scriverà: “Da Rossellini mi pare di aver appreso […] la possibilità di camminare in equilibrio in mezzo alle condizioni più avverse, più contrastanti, e nello stesso tempo la capacità naturale, di volgere a proprio vantaggio queste avversità e questi contrasti, tramutarli in un sentimento, in valori emozionali, in un punto di vista”.

Il nuovo e rivoluzionario modo di fare cinema introdotto da Roma Città Aperta è dettato proprio dalla capacità di Rossellini di fare di necessità virtù. Con pochi fondi a disposizione e gli studi di Cinecittà occupati dai rifugiati, il regista ricostruì negli scantinati di un edificio di Via degli Avignonesi 30 quattro set per le riprese della maggior parte del film, girando il resto delle sequenze dove possibile. La difficoltà a reperire il materiale, oltre a costringere l’operatore Ubaldo Arata ad usare pellicola di scarto e scaduta, obbligò il regista a girare pochi ciak e a far recitare gli attori con i propri vestiti.

Nessun budget colossale e nessun effetto speciale spettacolare per Roma città aperta, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes, del Nastro d’Argento per la miglior interpretazione femminile e candidato all’Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Solo il desiderio irrefrenabile di raccontare, la necessità di esprimere un punto di vista, l’urgenza di esporre fatti reali con ogni mezzo a disposizione. Sono queste le basi del cinema che diventa simbolo di una nazione e che porta a un linguaggio innovativo e rivoluzionario. I presupposti del Cinema che diventa Storia.

SCRITTO DA SARA PALIERI

 

SE QUESTO ARTICOLO TI È PIACIUTO, SOSTIENI WILD ITALY CON UNA DONAZIONE!  

 



'#Imperdibili: Roma città aperta, il cinema come necessità e rivoluzione' has no comments

Be the first to comment this post!

Would you like to share your thoughts?

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Shares