A private war

RomaFF13, A private war: Marie Colvin e l’importanza della verità

Un’eroina del nostro tempo. A private war è un inno al giornalismo che ricerca la verità a tutti i costi, portato avanti dal lavoro di una grande reporter di guerra

 

Un inno al giornalismo, quello da trincea, quello dei teatri di guerra. Una celebrazione dell’importanza della verità in un’era di fake news. Tutto questo è A private war, film sulla vita della reporter Marie Colvin, in concorso alla 13° edizione della Festa del Cinema.

A firmare la regia è Matthew Heineman, al suo debutto sul grande schermo dopo aver conquistato un discreto successo per il lavoro che ha svolto nel settore dei documentari (è suo Cartel Land, nominato agli Oscar, e City of Ghosts).

Il cast artistico vede schierati, tra gli altri: Rosamund Pike (Gone Girl – L’amore bugiardoA United Kingdom), Jamie Dornan (Marie Antoinette50 sfumature), Tom Hollander (La ragazza dei tulipani, Bohemian Rhapsody) e Stanley Tucci (Il Caso Spotlight, Children Act – Il verdetto).

SINOSSI

Marie Colvin (Rosamund Pike) è corrispondente di guerra per il quotidiano inglese The Sunday Times. Il suo impegno nel raccontare i teatri dei conflitti la porta in prima linea in Sri Lanka, Afghanista, Iraq e Libia. Nel 2012 il suo giornale decide di inviarla, a 56 anni, ad Homs, in Syria. Non sa ancora che quella sarà la sua ultima missione.

La necessita’ di raccontare la guerra

Tratto dall’articolo Marie Colvin’s Private War, uscito nel 2012 su Vanity Fair e firmato da Marie Brenner, A private war racconta la vera storia di una combattente. Marie Colvin, infatti, dal 1985 al 2012 (quando rimase uccisa in Siria sotto le bombe) ha lavorato incessantemente per far sì che le mostruosità della guerra trovassero spazio e ascolto sulle colonne del suo giornale e nella mente dei lettori. Nessuno poteva o doveva dire di non sapere cosa stesse accadendo. Lei sentiva il bisogno di accendere un faro. Lo fece per esempio quando, come prima giornalista straniera in assoluto, entrò nello Sri Lanka occupato dalle Tigri Tamil e perse la vista da un occhio per colpa delle schegge di un razzo.

Heineman decide quindi di cimentarsi con la vita di una donna “massiccia”, estremamente complicata nella sua psicologia. Un’inviata di guerra che, anche quando ritorna in patria, porta addosso i segni emotivi e psicologici della distruzione e della disperazione che ha visto. E nonostante tutto continua a desiderare in maniera ossessiva di tornare lì, al fronte. Come una tossicodipendente che non può fare a meno della sua dose. Un rifugio dalla sua vita, il luogo dove poteva sentirsi veramente a proprio agio.

Poi c’è l’altra Marie, la sua seconda metà. Una donna che sogna una famiglia, sogna di potersi godere la sua vita, i suoi affetti. Una donna piegata da due aborti ma ancora desiderosa di rimanere incinta.

Il regista mostra tutto questo, ponendo l’accento sui drammi dei conflitti e sui civili che ne pagano il prezzo. Il tutto senza retorica, senza bisogno di banalizzare i temi. Inquadra la guerra mettendosi in un certo senso alle spalle di Marie, vedendola attraverso il suo punto di vista, rivolto verso le popolazioni colpite.

UNA GRANDE ROSAMUND PIKE

La protagonista, Rosamund Pike, è magnificamente perfetta in questo ruolo. Una trasformazione impressionante se la si confronta con Gone Girl – Amore Bugiardo. In questo caso la vediamo “corrosa” dal suo lavoro, con la benda sull’occhio, una voce quasi baritonale e roca (molto simile a quella della vera Marie), le mani e il volto segnati, quasi del tutto struccata. Una performance eccezionale, a “brutto muso”, in bilico tra instabilità, tenacia e senso del dovere. Il ritratto che viene traccia è di una donna  in preda agli incubi, ai conflitti interiori, alle cure per lo stress post-traumatico, all’alcolismo e alle sigarette.

Suo compagno sul campo è Paul Conroy, fotoreporter interpretato in maniera lineare da Jamie Dornan (il Christian Grey di 50 sfumature) che non esalta né delude. Rimane lì, nel limbo. Buona invece la performance di Tom Hollander, intenso nei panni del caporedattore Sean Ryan. Stanley Tucci (Tony Shaw, ultimo amore della Colvin), vuoi per scelte di regia o di sceneggiatura che gli hanno riservato una particina, non pervenuto.

Menzione speciale, riguardo la colonna sonora, alla title track “Requiem for a private war“, splendidamente cantata da Annie Lennox.

A private war è la storia di un’eroina del nostro tempo. Una giornalista che ha dato la sua vita per la professione, affinché il mondo conoscesse i fatti. Quelli nudi e crudi. Senza sotterfugi, senza menzogne. Anche se sono spaventosamente veritieri.

A private war sarà nei cinema dal 22 novembre, distribuito da Notorious Pictures

 

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About

Giornalista pubblicista, fondatore e direttore di Wild Italy. Ha collaborato con varie testate nazionali e locali, tra cui Il Fatto Quotidiano e La Notizia Giornale, ed è blogger per l’Huffington Post Italia. Nel 2011 ha vinto il Primo Premio Nazionale Emanuela Loi (agente della scorta di Paolo Borsellino, morta in Via d’Amelio) come “giovane non omologato al pensiero unico”. Studioso di Comunicazione Politica, ha lavorato in campagne elettorali, sia in veste di candidato che di consulente e dirige, da fine 2016, Res Politics - Agenzia di comunicazione politica integrata . DIRETTORE DI WILD ITALY.


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