Elezioni Usa 2012: Romney fa cinquina e attacca ancora Obama

TRATTO DA REPUBBLICA.IT

NEW YORK, 25 aprile

“Un’America migliore comincia da stasera”. Mitt Romney vince cinque primarie, ha la nomination repubblicana in tasca, e si lancia nel discorso di gran lunga più efficace dall’inizio di questa campagna. Finalmente liberato da qualsiasi concorrenza a destra, senza più nemici in casa, può concentrarsi su Barack Obama. Lo fa con uno stile nuovo, più “presidenziale”: niente attacchi personali, il tono è positivo, l’obiettivo è presentarsi come il candidato dell’ottimismo e della ripresa.

Incassate le vittorie negli Stati di New York, Pennsylvania, Connectitut, Delaware e Rhode Island, al termine di questo Supermartedì che suggella definitivamente la gara in campo repubblicano Romney sceglie di parlare agli elettori dal New Hampshire. “Negli ultimi anni – dice Romney – si è visto il meglio che Obama poteva fare, ma questo non è il meglio che l’America può fare. Noi americani siamo eterni ottimisti. Eppure in questi tre anni e mezzo dall’ultima elezione, abbiamo visto le nostre speranze e i nostri sogni sminuiti da false promesse e da una leadership debole. Ovunque io vada, incontro degli americani che sono stanchi di sentirsi stanchi”.

Ora che si è ritirato Rick Santorum, e Newt Gingrich è un patetico fantasma che non si decide a dileguarsi, l’ex governatore del Massachusetts non deve più preoccuparsi degli attacchi da destra su temi scomodi come l’aborto; può tornare a impostare la campagna sul terreno che gli è più congeniale, l’economia. Nel discorso del New Hampshire insiste sulla propria esperienza da imprenditore (per la verità finanziere, nel gruppo di private equity Bain Capital), dipinge Obama come un politico interventista che “distribuisce sovvenzioni alle imprese amiche”.

Romney batte sul tasto della distinzione fra lo “spirito americano”, che premia il successo e lo spirito d’iniziativa, e la “redistribuzione” di Obama che vuole togliere ai ricchi ma non genera crescita. “Il presidente che aveva suscitato tante speranze tre anni e mezzo fa – dice Romney – oggi non può permettersi di fare una campagna basata sui suoi risultati. State forse meglio oggi che nel 2008? Costa meno il pieno di benzina? Avete uno stipendio più alto? La vostra casa vale di più? Se la risposta fosse sì, allora Obama potrebbe fare una campagna basata sui suoi successi”.

Il cambio di tono segna un nuovo capitolo in questa sfida. Romney appare più sicuro di sé, anche se il suo discorso del New Hampshire lo legge interamente sui “teleprompter”, quei leggìi elettronici trasparenti per i quali a suo tempo aveva preso in giro Obama. Sta di fatto che nelle ultime settimane i sondaggi indicano di nuovo una gara apertissima di qui a novembre; in coincidenza col fatto che sulla ripresa economica americana si sono allungate nuove ombre d’incertezza. Un dato inquietante arriva dalla South Carolina, uno Stato che Obama conquistò nel 2008 con una vittoria storica perché mai prima di allora aveva votato democratico. Oggi però risultano assenti dalle iscrizioni elettorali 40.000 giovani in South Carolina: proprio quell’elettorato che con la sua affluenza massiccia alle urne aveva svolto un ruolo fondamentale per la sua vittoria nel 2008, oggi invece appare demotivato.

La gara per la Casa Bianca non si gioca come un voto “nazionale”. In questo senso i sondaggi sono fuorvianti perché esprimono delle percentuali calcolate su tutti gli Stati Uniti. Invece quel che conta sono i collegi elettorali, la battaglia si vince o si perde Stato per Stato, quindi sono decisivi gli “Stati incerti”, quelli che da un’elezione all’altra possono oscillare tra il campo democratico e quello repubblicano.

E’ in quest’ottica che oggi tutti guardano alla prossima mossa di Romney: la selezione del suo candidato vicepresidente. La scelta del numero due repubblicano può essere dettata da considerazioni di politica “territoriale”. In pole position, proprio per questo, c’è il senatore Marco Rubio della Florida che ha due vantaggi: è ispanico e potrebbe tentare di recuperare il deficit di consensi che Romney ha fra i latinos; inoltre Rubio potrebbe portare “in dote” la Florida che è tradizionalmente uno Stato in bilico e può fare da ago della bilancia (come fu nella celebre elezione “rubata” del 2000 da George Bush contro Al Gore).

Fra gli altri papabili c’è Rob Portman, senatore dell’Ohio: un altro Stato che potrebbe essere cruciale. Tra i papabili anche Tom Pawlenty ex governatore del Minnesota; Chris Christie attuale governatore del New Jersey; Condoleezza Rice che fu prima consigliere per la sicurezza nazionale e poi segretario di Stato nell’ultima Amministrazione Bush. La Rice aiuterebbe forse a colmare il deficit di consensi di cui Romney soffre nell’elettorato femminile; però ha un handicap simile a quello che affligge il fratello di Bush, Jeb: il candidato repubblicano del 2012 vuole avere il meno possibile a che fare con “l’eredità Bush” da cui la destra tenta di dissociarsi. Dopotutto, per quanto non sempre efficace, uno degli argomenti di Obama è proprio che la sua presidenza ha dovuto affrontare la tremenda crisi ereditata dagli errori di Bush.

FEDERICO RAMPINI



About

Giornalista pubblicista, fondatore e direttore di Wild Italy. Ha collaborato con varie testate nazionali e locali, tra cui Il Fatto Quotidiano e La Notizia Giornale, ed è blogger per l’Huffington Post Italia. Nel 2011 ha vinto il Primo Premio Nazionale Emanuela Loi (agente della scorta di Paolo Borsellino, morta in Via d’Amelio) come “giovane non omologato al pensiero unico”. Studioso di Comunicazione Politica, ha lavorato in campagne elettorali, sia in veste di candidato che di consulente e dirige, da fine 2016, Res Politics - Agenzia di comunicazione politica integrata . DIRETTORE DI WILD ITALY.


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