Salvarne uno, per colpirne cento: ecco la “Salva Sallusti”

Salvarne uno per colpirne cento, magari mille. Dite che questo detto non esiste? In Italia sì. E’ nato nella consuetudine berlusconiana delle leggi ad-personam e, anche nella sobria era dei tecnici, continua ad avere una sua validità. Come nel ddl sulla diffamazione,soprannominata “salva Sallusti”, dal nome del direttore giornale condannato al carcere per un articolo diffamante uscito su Libero, quotidiano che dirigeva all’epoca dei fatti che gli sono stati imputati. La norma, presentata da Pd e Pdl, prevede l’abolizione del carcere per quanto riguarda il reato di diffamazione. Fin qui, tutti d’accordo. Se non fosse che il disegno di legge in questione inasprisce la sanzioni pecuniarie, coinvolge anche gli editori e inserisce la possibilità di sospensione dalla professione per i giornalisti condannati.

IL DECRETOMaurizio Gasparri e Vannino Chiti sono andati a toccare, fondamentalmente, la legge che, da oltre 60 anni (sic!), regola la stampa in Italia, la numero 47 del 1948. E gli articoli 594 e 595 del codice penale, rispettivamente su ingiuria e diffamazione. La sostanza è che non si andrà più in carcere. Ci sarà una pena pecuniaria, che oscillerà tra i 5.000 e 100.000 euro – attualmente il massimo è 5.000 euro – e l’obbligo di rettifica, sia per le testate cartacee che per quelle online, ma solo per quelle registrate. Non i blog, quindi.

Sono previste pene anche dal punto di vista professionale per il giornalista colpevole. Da uno a sei mesi d’interdizione la prima volta, da sei a un anno la seconda e da uno a tre anni dopo. E non solo, anche gli editori saranno colpiti. Ad ogni condanna per diffamazione l’editore si vedrà privato di parte dell’eventuale finanziamento pubblico. Una mannaia, nel periodo in cui anche i giornalisti del Gruppo L’Espresso sono costretti allo sciopero.

LEGGI AD PERSONAM – Il problema, a prescindere dalle decisioni che saranno prese, è il modo. Sembrava che negli ultimi giorni ci fossero stati dei passi avanti, che i legislatori volessero ripensarci ma tutto è stato vanificato nell’ultima seduta settimanale del Senato, che ha bocciato l’emendamento per l’eliminazione dell’articolo riguardante gli editori. E ha imposto, come se non bastasse, il voto segreto sull’articolo 1 del provvedimento, quello sull’abrogazione della detenzione.

Il problema, si diceva, è il modo. Quello che sta venendo fuori è un provvedimento pieno di rancore che, con la scusa di salvare un singolo giornalista, rischia di affamare una categoria già in difficoltà. E rischia di minare le condizioni base per l’esercizio della libertà di informazione, coinvolgendo direttamente nelle questioni di redazione l’editore che, almeno teoricamente, non dovrebbe influenzare direttamente i giornalisti. L’inasprimento delle pene pecuniarie non fa altro che mettere il dito nella piaga in un settore che non versa in una situazione facile, con le crisi dei giornali, dei pezzi pagati 3 euro e del precariato perenne. Lunedì si riprende a parlarne al Senato. Ma il “clima da Colosseo” denunciato qualche giorno fa da Anna Finocchiaro non fa ben sperare.

FRANCESCO MARINO



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