#Schwazer, le lacrime, le colpe e il rispetto

È dura, se non impossibile, giudicare un atleta che fa uso di sostanze dopanti per aumentare le proprie prestazioni senza farsi prendere dalla giusta “incazzatura”. Si è delusi, ci si indigna e si mette in dubbio tutto quello che lo sportivo ha fatto in tutti gli anni passati. È normale e, come detto, è anche giusto. D’altro canto, è altrettanto semplice prendere le difese dell’atleta che, una volta scoperto, si mette a piangere davanti alle telecamere.
Ma un giornalista, quale io NON sono, deve prendere le distanze e raccontare solo i fatti. Non esagerare e non sminuire. Non deve, poi, soprattutto scrivere falsità.

Chi mi conosce, e chi ha letto nelle pagine di questo blog i miei post, sà benissimo che sono una persona ligia alle regole e che per sua natura non ammette trasgressioni. Ho sempre condannato tutti, che siano essi amici, parenti, idoli, esempi, ecc. Non smetterò certo ora, per qualche lacrima versata, di dire che Alex Scwazer ha sbagliato ed è giusto che paghi.

Quello che mi interessa analizzare, dalla bassezza della mia testa, sono le sue parole. A cominciare da una ammissione di colpa che raramente, per non dire mai, è così immediata e palese. A memoria non ricordo uno sportivo che, dopo essere stato scoperto positivo a sostanze dopanti, abbia fatto ammenda e si sia ritirato a vita privata. Hanno dichiarato il silenzio stampa, il complotto, il “tutti fan così”. Si prendono la squalifica di 1, 2 o 3 anni e poi, con la faccia come il culo – scusate il neologismo -, si ripresentano sulla linea dello start fregiati dell’ “adesso sono pulito!”.

L’esempio invece che Alex Schwazer sta dando, nell’immensità e nella gravità del suo errore, è invece quella della responsabilità. Qualcosa che, in particolare in Italia, sembra essere scomparsa. Ogni persona è responsabile delle proprie azioni quando le compie, ma ne diventa subito vittima quando sbaglia. Il campione Olimpico di marcia questo non lo ha fatto. Ha spiegato il motivo, la pressione non solo mediatica ma anche delle persone che gli stavano accanto per cui è arrivato ad adoperare dei mezzucci che lui sempre ha pubblicamente condannato. Cosa ancora più meritevole, è che continua a farlo tutt’ora. Ribadisce la sua idea che chi viene scoperto a far uso di sostanze dopanti DEVE essere radiato a vita dalle corse. La legge, ad oggi, non lo prevede. Ma Schwazer ha già dichiarato che smetterà.

Anzi, ha detto qualcosa di più. Nella conferenza stampa ha ammesso che, in fondo, questo è stato l’unico modo per uscire dai giochi. Per dire veramente “basta” ad una situazione che non sopportava più. Allenarsi 35 ore alla settimana, avere una vita super controllata in ogni cosa e, più di tutto, avere pressioni e aspettative addosso sempre più dilanianti. Non perchè lui non avesse le capacità di vincere, e a Pechino ne ha dato prova – bene fanno, a parere di chi scrive, a ricontrollare i campioni d’urina prelevati prima dell’olimpiade del 2008 -, ma perchè, essendo, attenzione-attenzione, un “essere umano”, poteva sbagliare. Questo, nel mondo dello sport, però, non è consentito. Se sei il numero uno, lo devi essere SEMPRE, se no sei una delusione, un fallimento, un flop. Non meriti più attenzione.

Come già detto sopra, Alex Schwazer non dovrà più mettere piede in una gara ufficiale. Ma non lo farà lui, come non dovrebbero farlo tutti gli altri dopati. Attenzione però, questa volta non parlo solo di Italia. In ogni paese fanno così. Vengono scoperti, si prendono la squalifica e ritornano. Uno dei casi più emblematici è il terzo classificato alla gara dei 100m di queste Olimpiadi di LondraJustin Gatlin,che si beccò ben 4 anni di squalifica per recidività – ovvero scoperto più volte –  all’uso di testosterone e anfetamine.

Schwazer ha sbagliato e deve pagare. Ma gli va dato atto di essersi preso, immediatamente e pubblicamente, la responsibilità di ciò che ha fatto e di aver già comunicato il suo ritiro definitivo dalle gare. Un comportamento raro in Italia, ma forse le influenze tedesche hanno avvantaggiato la decisione.

GIAMPAOLO ROSSI

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About

Residente a Belluno, studia all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna alla facoltà di Lettere, con indirizzo storico, per poi specializzarsi in giornalismo. giampross@katamail.com


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