Scorie nucleari, tra un mese la lista dei siti

Tra pochi giorni potrebbero essere resi noti i siti idonei a ospitare il deposito italiano per le scorie nucleari con annesso parco tecnologico. L’Italia è il Paese che ha ripudiato con ben due referendum il nucleare, nel 2011 con una vittoria per i “sì” che ha superato il 95%, chiudendo per sempre qualsiasi depositi-scorrie-radioattiveavventura atomica. Il problema delle scorie del passato resta però in tutta la sua drammaticità e va affrontato in maniera seria e definitiva.

I primi giorni di marzo scadranno i due mesi di tempo che Ispra ha per validare la Cnapi, la Carta delle Aree Potenzialmente Idonee per realizzare un deposito per le scorie elaborata da Sogin sulla base dei criteri stabiliti dalla legge. Dopodiché i Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente potranno prendersi un altro mese prima di rilasciare il nulla osta alla pubblicazione, che aprirà formalmente la consultazione pubblica e la fase delle osservazioni.

Un business da 6,5 miliardi di euro, di cui 2,6 già spesi fino al 2013 e altri 3,9 da spendere fino al 2035 per il decommissioning nucleare nel nostro Paese, anno in cui si stima che tutte le attività di smantellamento e di bonifica dei siti saranno concluse. Secondo le stime più accreditate, le aree in ballo sarebbero una cinquantina almeno, escluse quelle ovviamente del tutto insensate secondo i quindici criteri di esclusione fissati (lagune, zone protette, miniere, dighe, aree militari, sismiche o soggette a frane, sopra i 700 metri e sotto i 20 metri di quota, a meno di 5 chilometri dal mare o a meno di un chilometro da ferrovie o strade di grande importanza o vicino a fiumi e aree urbane). Dopo lo scandalo di Scanzano e la giusta rivolta delle popolazioni, per tentare di coinvolgere i cittadini, è partita l’opaca quanto costosa campagna di Sogin, con un lancio su oltre 10mila siti web, ma la vera sfida rimane quella della localizzazione del deposito.

Uno studio pubblicato sul Sole 24 ore già nel 2010, anticipava i luoghi possibili applicando al territorio del nostro Paese i criteri dettati dall’AIEA e utilizzati dalla task force dell’Enea nel 2003 e da un centrale-nucleare-energia-atomoapposito gruppo di lavoro stato-regioni nel 2008. Secondo quella mappa, il chilometro quadrato di spazio libero dove costruire l’opera che dovrà mettere in sicurezza 90mila metri cubi di materiali radioattivi si potrebbe trovare, risalendo lo stivale, in Puglia, Basilicata, Lazio, Toscana o Lombardia.

Il deposito conterrà per il 60% rifiuti radioattivi provenienti dalle vecchie centrali e per il 40% dalle attività di medicina nucleare, industriali e di ricerca. Circa 75mila metri cubi di rifiuti a bassa e media attività, con più barriere per isolare i rifiuti radioattivi dall’ambiente per 300 anni, il tempo per il decadimento naturale della radioattività. Al suo interno sarà, però, anche realizzato un deposito per lo stoccaggio temporaneo di circa 15mila metri cubi di rifiuti ad alta attività (tra cui il combustibile irraggiato e i residui derivanti dal riprocessamento delle scorie delle vecchie centrali, sulla via del ritorno dall’estero), in attesa che siano trasferiti definitivamente in un deposito geologico profondo, da realizzare probabilmente in un altro Paese europeo.

In Italia oggi ci sono più di venti piccoli depositi nucleari cosiddetti “temporanei”, molto spesso del tutto insicuri secondo gli standard più moderni, a Taranto, a Saluggia e Trino ma anche a pochi passi dalla Capitale nella sede dell’Enea alla Casaccia. E se in un decennio (2015-2025) potrebbe essere possibile costruire il Deposito nazionale e trasferirvi quel materiale radioattivo, allora non ci si spiega perché la stessa Sogin abbia allo stesso tempo programmi per realizzare tra il 2015 e il 2020 nuovi depositi temporanei per materiale radioattivo in molti degli stessi vecchi luoghi.

scorie-nucleariSecondo Legambiente in Piemonte, ad esempio, anziché prevedere lo stoccaggio in sito dei rifiuti provenienti dal decommissioning per un tempo prolungato, ‘in un tempo breve’ i programmi di Sogin dovrebbero prevedere le modalità di condizionamento e trasferimento di tutto il materiale radioattivo, senza alcuna ‘intermedia’ realizzazione di nuovi depositi in aree totalmente inidonee. Secondo il direttore generale dell’Ispra, Stefano La Porta, “alcune zone potrebbero candidarsi perché questa volta l’approccio è trasparente.” Un’ipotesi molto improbabile, tutta da valutare, certo i cittadini terranno alta l’attenzione affinché le istituzioni garantiscano davvero la massima necessaria trasparenza.


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Nato a Roma nel 1971, studia Scienze Naturali e, dopo diverse attività nell'associazionismo cattolico, dal 1989 inizia la collaborazione con Legambiente Lazio, della quale diviene presto responsabile del Settore Scuola e Formazione e poi Presidente Regionale fino al giugno 2014. Durante questi anni ha ideato e realizzato diverse campagne di sensibilizzazione sull’inquinamento atmosferico, i rifiuti, le aree protette, coordinando iniziative e manifestazioni annuali a carattere regionale e curando molti dei principali dossier dell’associazione. Ha tenuto docenze nell’ambito di diversi corsi di formazione e aggiornamento e predisposto materiali informativi e didattici. Dal 2010 è titolare dell’Azienda Agricola “I Colli” a Poggio San Lorenzo (Ri) nell’alta Sabina, che produce olio extra vergine di oliva. BLOGGER DI WILD ITALY


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