Scuole per l’infanzia: disuguaglianze e parità

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Fonte: lavitadelpopolo.it

A quattordici anni dall’istituzione delle scuole paritarie, gli istituti gestiti da privati ma equiparati alle scuole statali, la parità non è ancora raggiunta, almeno per quanto riguarda i costi sostenuti dalle famiglie e i fondi erogati dal Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca).

Con la legge 62 del 10 marzo 2000 sulla parificazione delle scuole, varata dall’allora governo D’Alema bis, si cercò di garantire un’eguale educazione scolastica a tutti i bambini italiani; eppure, a più di un decennio di distanza, la scuola non è garantita per tutti o quantomeno per tutte le tasche.

Se con la legge 62/2000 gli istituti privati furono inseriti, previo adeguamento ai programmi ministeriali, nella categoria delle scuole pubbliche, non fu altrettanto per lo stanziamento dei finanziamenti, che nelle scuole paritarie resta in parte a carico delle famiglie.

Attualmente gli istituti paritari occupano due capitoli del bilancio ministeriale: il cap. 1299, “somme da trasferire alle Regioni per le paritarie”, e il cap.1477, “contributi alle scuole paritarie” ricevendo fondi da: Regioni, Miur, comuni e genitori.

Il disagio per la disparità economica fra scuole statali e paritarie è maggiore nel Nord Italia (dove è più alta la percentuale di paritarie) e interessa principalmente le scuole dell’infanzia.

In particolar modo il Veneto è una di quelle Regioni dove una famiglia è spesso costretta a iscrivere il proprio figlio alle scuole dell’infanzia paritarie per la mancanza di alternative statali.

La quasi totalità dei fondi destinata alle paritarie della regione Veneto, viene distribuita alle scuole per l’infanzia, alle quali sono destinati più del 90% dei finanziamenti, ulteriormente equilibrati dalle rette mensili a spese delle famiglie.

In questa regione 91.516 dei bambini fra 0 e 6 anni frequentano le scuole paritarie, circa il 70% del totale, e 9.280 sono gli operatori del settore. Qui le scuole dell’infanzia paritarie suppliscono alla mancanza di scuole statali e forniscono uno dei tre sostegni che sorreggono il servizio scolastico regionale (formato complessivamente da pubblico, paritario e privato).

In Veneto questo modello d’istruzione è stato definito, dall’ex Assessore al Sociale Remo Sernagiotto (ora Parlamentare Europeo), come “Il modello veneto”; un sistema di integrazione fra pubblico e privato che fa risparmiare allo Eliminato-lobbligo-di-otto-alunni-nelle-scuole-paritarie-638x425Stato milioni di euro «alle statali -confermava l’assessore in una dichiarazione del 2013- un bambino costa allo Stato 170 euro al giorno contro i 70 di un alunno di un istituto paritario: all’anno si tratta di più di 6.000 euro contro 2.800-3.000 euro».

Nel 2011 l’Assessore Sernagiotto studiò un progetto di espansione del cosiddetto “modello Veneto” che prevedeva la cancellazione delle scuole statali da affiliare a cooperative o parrocchie; forte di un disegno che, secondo l’Assessore, avrebbe portato a un risparmio notevole per le casse dello stato, il piano fu presentato a settembre all’allora Ministro all’Istruzione Mariastella Gelmini.

Tuttavia, fin dalla sua nascita, il progetto non convinse nemmeno l’allora coordinatore del Comitato regionale per la parità scolastica Don Edmondo Lanciarotta, che perentorio bocciò l’iniziativa: «Il sistema educativo di formazione e istruzione, disse, si basa sulla pluralità dell’offerta, se viene a mancare cadono anche la libertà di scelta dei genitori e il principio di autonomia».

Ma è proprio sulla questione dei finanziamenti, statali e regionali, che negli ultimi anni si sono combattute aspre battaglie fra scuole paritarie (in primis quelle iscritte alla Fism) e istituzioni.

Primo fra tutti, il problema dei tagli che, ogni anno, costantemente, si abbatte sugli stanziamenti statali per le scuole paritarie. Evidente è la disparità di sovvenzioni fra 2008 e 2013; nell’arco di questi cinque anni si passa dai 539 milioni (stanziamenti nazionali) del 2008 ai 498 milioni del 2013, mentre ulteriori riduzioni, per rientrare nei parametri della legge di stabilità, sono previste per il 2015 (si preventiva un finanziamento di 472 milioni di euro).

Un programma finanziario insufficiente per la normale gestione degli istituti, commenta il Presidente Regionale della Fism (Federazione Italiana Scuole Materne) Stefano Cecchin: «Finché non arrivano i soldi nelle casse delle scuole, famiglie e i gestori non possono stare proprio tranquilli… noi abbiamo già aperto le scuole e i contributi del 2014, se ci va bene, arriveranno a marzo-aprile del 2015.»

Ai tagli, quindi, si aggiungono i ritardi e le incertezze dei pagamenti.

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Fonte: lavitadelpopolo.it

Nella circolare pubblicata il 24 ottobre scorso dalla Fism Veneto sulla situazione dei contributi emerge un ordinario ritardo della liquidazione dei fondi. Mancano ancora la «liquidazione del saldo integrazione a.s. 2011-2012, causa una erronea ripartizione del contributo ricevuto a febbraio 2013. […] entro dicembre 2014 il contributo dovrebbe essere liquidato», resta da erogare anche il versamento per i mesi settembre-dicembre del 2014, con data di liquidazione ancora sconosciuta e sul tavolo delle trattative sono invece i finanziamenti per l’anno scolastico 2014/15; e questo solo per quanto riguarda le risorse statali.

Dalla Regione, invece, alla data della circolare, mancava l’ammontare dei singoli contributi per il 2014, nonostante le domande di sovvenzione fossero state inviate con ampio anticipo.

Ritardi e incertezze a volte causati da “banali sviste” governative, come capitò nel 2011 quando il governo dimenticò di inserire nei fondi per le paritarie le provincie autonome di Trento e Bolzano (alle quali, fra l’altro, i fondi non vengono nemmeno erogati) con il risultato di un decreto da riscrivere e il blocco dei circa 30 milioni di stanziamenti previsti per il Veneto.

Piccoli incidenti burocratici che però hanno portato al tracollo molte scuole paritarie che, quando non chiudono, risolvono i problemi finanziari con prestiti bancari, finanziamenti diocesani, raccolte fondi fra i parrocchiani o la stipula di contratti di solidarietà.

La questione dei finanziamenti, però, non tocca solo il portafoglio dei gestori, ma destabilizza il bilancio famigliare che, a fronte di una diminuzione ulteriore degli stanziamenti, potrebbe veder aumentare le spese alla “voce” delle rette scolastiche di asilo o materne.

L’odierno modello paritario, quindi, va a pesare sulle famiglie, essendo la retta mensile una delle voci a sostegno degli istituti, egualitari nel metodo ma non nel costo. Infatti un bambino iscritto a una scuola statale costa ai genitori mediamente 80€ al mese, per il buono pasto, mentre un bambino iscritto alle paritarie costa alla famiglia mediamente 160 euro mensili.

Ed è proprio contro questa disparità che le scuole paritarie stanno lottando: «Negli altri paesi europei non è così; le scuole paritarie sono sostenute dallo Stato- spiega Stefano Cecchin – Il famoso costo standard, stabilisce il costo medio di un bambino delle materne a 5700 euro, in quelle paritarie è la metà. Sulla base di questo costo standard lo stato dovrebbe: o dare un voucher integrativo alle famiglie o sostenere le scuole paritarie».

La Costituzione Italiana stessa, inoltre, prescrive la tutela della pluralità e del diritto all’istruzione. Nell’articolo 33 essa stabilisce l’autonomia economica degli istituti privati, i quali «hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato», ma indica anche che «la legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali».

A chiedere l’equità finanziaria dell’istruzione pubblica è anche l’Unione Europea che con le risoluzioni del Parlamento Europeo del 1984  e del Consiglio d’Europa del 2012 chiede agli stati membri la garanzia della libertà della scelta educativa, garantendo agli istituti che svolgono un servizio pubblico le stesse agevolazioni, anche economiche.

«Ci sono già due sentenze della corte Europea -ricorda Cecchin- che di fatto hanno sanzionato l’Italia che non sta ottemperando alla libertà di scelta educativa delle famiglie, che non possono scegliere liberamente perché non c’è una top_infanziaparità effettiva fra gli istituti, soprattutto per quanto riguarda i contributi».

Ultimo anello debole della parificazione è l’inquadramento contrattuale degli “insegnanti paritari”, che mediamente percepiscono fra il 10 e il 15 % in meno dei colleghi statali, e che vengono assunti con procedure completamente svincolate dalle graduatorie o dai concorsi per l’assegnazione delle cattedre statali.

Allo stato attuale, in Veneto, esistono famiglie più fortunate di altre che possono scegliere fra un istituto paritario a pagamento e uno statale gratuito, fra una scuola laica e una cattolica (la maggioranza fra le paritarie). Ma molti di questi genitori non gode di un simile privilegio, non essendoci abbastanza scuole gratuite per tutti.

L’equità finanziaria è l’ambizione delle scuole primarie che, oggi, giornata internazionale dei diritti dei bambini, stanno protestando in tutto il Veneto contro la diversità di trattamenti fra scuole statali e paritarie a fronte di un’equità di doveri.

Nonostante la revoca dello sciopero, previsto per oggi, dopo la delibera per lo stanziamento regionale di 42 milioni per l’anno 2014, la Fism mantiene lo “stato di mobilitazione”, come ribadito dal Presidente regionale Stefano Cecchin, che oggi ha consegnato al Prefetto di Venezia, Domenico Cuttaia, la raccolta di firme contro la disparità paritarie-statali: «I tagli previsti a livello statale sulle regioni e sui comuni non aiutano, ha commentato Cecchin. Se l’anno prossimo il taglio statale per la Regione Veneto sarà, come previsto, di 400 milioni di euro non vorrei che di riflesso per il 2015 ci fossero minori contributi per le scuole; lo stesso vale per i comuni. Questo piano inclinato su cui lo stato italiano sta facendo scivolare le scuole, e insieme a esse i nostri bambini, noi non lo accettiamo. Quando andiamo a tagliare i contributi per l’infanzia la priviamo del futuro. Ridurre ulteriormente significa chiudere».

 

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About

Laureata nel 2014 in Letteratura e Filologia Italiana a Ca’ Foscari, lavora come giornalista e cameraman in una televisione del trevigiano. Anima curiosa e indagatrice, ha da poco scoperto la magia del radioteatro, argomento della sua tesi di laurea. Ha collaborato con la rivista letteraria deSidera e al video-documentario Italia Delle Storie. COLLABORATRICE SEZIONE CRONACA


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