Se ti togliessero la ragione di essere quel che sei?

E’ stato presentato ieri a Milano, presso il circolo della Stampa, il libro “Terroni”, scritto da Pino Aprile, ex vicedirettore del settimanale Oggi.

Considerato l’argomento trattato dal giornalista, non sono mancati spunti interessanti e finanche polemici sull’annosa questione meridionale.

Terroni è un libro “provocatorio e documentato, il che è molto difficile al giorno d’oggi”, esordisce il direttore di Oggi, Umberto Brindani, seduto in qualità di moderatore al tavolo dell’autore, accompagnato anche dall’armatore Vincenzo Onorato, napoletano doc.

Prendendo spunto dalle parole pronunciate la mattina precedente dal Presidente Napolitano a Marsala, per la celebrazione dello sbarco dei Mille, Aprile pone l’attenzione sul “fermento che ribolle nel Sud in moltissime forme che non arrivano al grande pubblico, neppure a quello meridionale”. Sono sorti nel corso degli ultimi anni centinaia di gruppi dagli intenti e dalle finalità più disparate. Ci sono coloro che, con serietà e passione, cercano di far luce sulle verità storiche dell’unità d’Italia, grandi “cacciatori di documenti” relativi al Risorgimento che non hanno mai trovato spazio nei testi scolastici. Oppure ci sono “i neo-nazisti al contrario” che hanno sviluppano un sentimento antisettentrionale uguale ed opposto a quello dei leghisti puri e duri. Ma anche coloro che cercano di “convertire con spirito francescano” gli italiano del Nord. Insomma il panorama è variegato.

Ma lo scrittore sembra preoccupato quando, ricordando le parole dell’economista Gianfranco Viesti durante la presentazione di “Terroni” a Bari, ne riporta il commento:  “è un libro estremo in un momento estremo e presecessionista”. La secessione è già in atto e “chi vede i dati lo sa”, prosegue Pino Aprile.

Il pubblico in sala è prevalentemente composto da gente del Sud, emigrati per necessità e non per scelta. Ma c’è anche qualche voce fuori dal coro che, pur ammettendo le responsabilità storiche del Nord, obbietta che in centocinquanta anni, se lo si fosse voluto, al Sud si sarebbe potuto reagire per  risolvere, o quantomeno migliorare, la situazione di disagio in cui versa gran parte della popolazione.

“Terroni” analizza a fondo e risponde anche a questa obiezione. L’unità d’Italia comportò la depredazione delle risorse del Regno delle Due Sicilie, lo smantellamento della sua economia, che spaziava dalla siderurgia al tessile alla cantieristica alla meccanica, ed il conseguente improvviso e netto impoverimento di una parte del nuovo Stato unitario in favore dello sviluppo dell’altra.

“Qualunque cosa facciate, immaginate che qualcuno improvvisamente vi privi del vostro orgoglio, vi privi della ragione di essere quel che siete”. La violenza subita ad opera del Piemonte colonizzatore fu uno shock che i meridionali pagano ancora oggi e che generò una perdita continua di risorse e volontà, ancora in atto ai giorni nostri.

“Quando si subisce un forte trauma”, spiega ancora l’autore, in genere si rimane “attoniti ed incapaci di reagire”. Ed allora rimangono la violenza e la protesta oppure il malaffare, l’aggrapparsi in qualunque modo “ad un simulacro di Stato”.

La soluzione oggi dunque sarebbe la secessione? No, ma è preoccupante il silenzio che circonda la questione meridionale che è nata con (e non malgrado) l’unità d’Italia.

E non bisogna dimenticare che questo tema viene taciuto tanto al Nord quanto al Sud (che è ancora peggio). “Perché i nostri politici non levano il loro grido di protesta?”, chiede uno spettatore. “Perché sarebbe l’ultimo grido che fanno”, risponde il giornalista. Ed è la sintesi perfetta di ciò che accade in un Paese la cui politica orientata ad investire sempre e solo su una parte del Paese. D’altro canto, la connivenza della classe dirigente del Mezzogiorno è ricompensata con prebende e poltrone.

Nell’arco dell’ora e mezzo in cui si svolge la presentazione la parola “razzismo” viene sfiorata, pronunciata ma subito nascosta. Almeno questa è la mia impressione.

Fra il pubblico, l’ex direttore di Oggi, Occhipinti, legato a Pino Aprile da profonda stima ed amicizia, sembra stigmatizzare i riferimenti ad un Settentrione razzista nei confronti dei meridionali che, a suo parere, sono apprezzati e spesso ricoprono posizioni di grande prestigio in aziende del Nord. Di fatto, “Pino Aprile, essendo stato vicedirettore di Oggi quando io ero direttore, ne è la dimostrazione. Vedo piuttosto un razzismo nei confronti degli extracomunitari…”.

Qualcun’altro sostiene anche che il problema non stia tanto nelle definizioni (come “terroni” appunto) ma sia più di tipo economico.

Convinto che l’aspetto sociale abbia lo stesso peso e la stessa importanza di quello economico, a cui è inscindibilmente legato, mi permetto di dissentire. Infatti, faccio notare come nella cultura italiana (da Nord a Sud) sia ormai consolidato, checché se ne dica, il pregiudizio secondo cui i meridionali sarebbero cittadini “non vogliamo dire di B? Bene diciamo allora di A2. Siamo bene accolti e integrati? E ci credo! Lavoriamo e produciamo qui, lontani dalle nostre famiglie!”. Bisogna chiamare le cose con il proprio nome, sia esso “razzismo” o “pregiudizio”. Senza riserve, senza esagerare ma neanche minimizzare. Senza paura.

Io lo definisco “razzismo sostenibile”. Perché, anche nelle convinzioni dei settentrionali di buona volontà è spesso riscontrabile quella retorica del Nord produttivo e del Sud parassitario e vittimista. E persino una grossa fetta di meridionali è convinta che sia quasi antropologicamente corretto addossarsi tutta la colpa del proprio male. È la vittima che si identifica con il proprio carnefice.“Non siamo del tutto vittime ma neanche colpevoli a prescindere”, è la mia conclusione.

Prima di andar via, un signore mi regala una rivista che si chiama “Due Sicilie”. La sfoglio e la trovo molto interessante. Tranne la pagina in cui si pubblicizza il prossimo campionato di calcio per le “nazioni” non riconosciute. Scopro che, dopo la Padania, anche la “nazionale” delle Due Sicilie vi prenderà parte. Scuoto la testa. Non è questo il punto.

GIANLUCA CAPORLINGUA

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