seconda primavera

Seconda primavera, un film di rinascita e un inno alla vita

Francesco Calogero, regista messinese fondatore dell’impresa di produzione Polittico, presenta al Trieste film festival del 2015 Seconda primavera, film interessante nella struttura e nell’originale accorpamento delle parti che percorre l’esistenza di quattro personaggi evocati attraverso lo scorrere delle stagioni, ciascuna simbolo e insieme suggestione delle loro condizioni di vita.

Desirèe Noferini e Angelo Campolo in una scena del film. Fonte: movieplayer.it

Desirèe Noferini e Angelo Campolo in una scena del film. Fonte: movieplayer.it

Andrea (Claudio Botosso), architetto cinquantenne di successo, è un uomo disilluso e flemmatico che vive una fase di ripiegamento nostalgico e sterilità affettiva dovuta al dialogo costante con un passato doloroso sepolto nella coscienza e mai rimosso; il suo amico Riccardo (Angelo Campolo) è invece l’emblema stesso della spensieratezza e dell’irrazionalità trasognata, perennemente in bilico tra la fantasticheria di scrivere (quelli che Andrea definirà “pessimi romanzi”) e l’incapacità di confrontarsi con le responsabilità quotidiane. Tra queste ultime, il rapporto in lento declino con la moglie Rosanna (Anita Kravos), bellissima quarantenne che incarna nella sua  malinconica insoddisfazione il progressivo sfiorire della stagione autunnale. Nelle loro vite irrompe improvvisamente Hikma (Desirèe Noferini), giovane tunisina che sprigiona vitalità e freschezza fin dalla sua prima comparsa e crea attorno a sé un alone di sensuale attrazione divenendo lei stessa immediata concretizzazione del profumo nuovo della primavera.

Tutto ruota attorno al racconto della notte di Capodanno, scena fondante ed essenziale punto di sostegno dell’artificioso meccanismo della Seconda primavera. Riccardo,vittima colpevole di un’incostante volubilità, ci racconta in modo frammentato e nervoso del suo incontro con Hikma da cui nascerà una bambina, mentre Andrea riconduce a quella notte l’origine di un amore totalizzante per la ragazza che costantemente riporta alla sua mente lo spettro della moglie Sofia (tra l’altro in arabo Hikma significa sapienza con una curiosa e allusiva coincidenza di etimo con Sofia), scomparsa quattro anni prima in misteriose circostanze, mentre era incinta di una bambina.

Totalmente antitetico è anche il ricordo che le due donne hanno della stessa notte: Rosanna ne rivive il trauma di abbandono e la presa di coscienza di un’insanabile desolazione, mentre Hikma ricorda fatuamente i contorni sfocati di un’avventura istintiva e irrazionale. Saranno gli azzardi e gli  errori di questa notte a segnare una svolta radicale nella prevedibile quotidianità dei quattro personaggi e a portare nelle loro giornate una ventata di inaspettata e travolgente primavera.

FRAMMENTI DI VITA NEL TRASCORRERE DELLE STAGIONI

Anita Kravos in una scena del film con due giovanissimi attori. Fonte: movieplayer.it

Anita Kravos in una scena del film con due giovanissimi attori. Fonte: movieplayer.it

Sul Corriere della Sera si definisce il film “dotato di un equilibrio attento a non  forzare la messa in scena di una narrazione che già possiede la sua forza”. E’ questa forse la sintesi più adatta a rendere con lucidità e trasparenza la natura profonda di una pellicola che trova paradossalmente nella lentezza il suo più grande pregio e difetto. Calogero, infatti, sembra cercare un sottile equilibrio tra l’autocompiacimento nella dilatazione esasperata dei tempi del racconto e la volontà di servirsi di questa pacata distensione per raggiungere il suo principale scopo: cristallizare attimi di esistenza in immagini di notevole raffinatezza e delicata suggestione, ritratte con toni a tal punto soffusi ed evanescenti da rendere il lungometraggio quasi una sequenza scorrevole di quadri, “un’ interpretazione dell’arte creativa”, una combinazione suadente di immagini figurative. Prima fra tutte il giardino, motivo tratto da un racconto di Edgar Allan Poe, ripreso da Magritte in alcuni suoi dipinti (esplicitamente citati nel film), Il dominio di Arnheim in cui si narra di un uomo che sceglie di dedicare la sua vita a creare meravigliosi giardini e trova proprio nella ricreazione della bellezza, nella vita all’aria aperta, nel distacco da ogni ambizione e nell’amore di una donna le quattro condizioni imprescindibili di felicità.

Attraverso una coltissima citazione del mondo classico e medioevale, Calogero costruisce l’idea del giardino come hortus conclusus, spazio segreto di vitalità nascosta e di intimistica e commossa rievocazione, condensando nella sua immagine il significato profondo del film. Nel riflettere i trasalimenti delle stagioni che dominano le vite dei personaggi, silenziosamente sospeso in una dimensione arcana quasi fuori dal tempo e in violento contrasto con l’aggressività senza scrupoli e la squallida degradazione di una Messina (a sua volta città simbolica e rappresentativa) abbandonata a se stessa e soffocata dall’abusivismo, diviene coraggioso emblema della possibilità di porre un argine deciso alla transitorietà e al disfacimento circostante nella ricreazione di una realtà eterna di perfetta e compiuta bellezza. 

UN PONTE DI SPERANZA                       

seconda primavera

Angelo Campolo, Claudio Botosso e Tiziana Lodato in una scena del film. Fonte: movieplayer.it

Essenziale nel dare coerenza a quest’opera cinematografica, che in alcuni momenti si perde in divagazioni favolistiche e immedesimazioni poco riuscite, è l’interpretazione di Botosso, protagonista degli Impiegati di Pupi Avati e attore apprezzato da Fellini e Bellocchio con cui collabora in Ginger e Fred e Il diavolo in corpo, che si cala con estrema semplicità nei panni di un personaggio complesso e dai risvolti psicologici sfuggenti, rendendolo protagonista indiscusso della scena. È infatti la figura di Andrea ad unificare i successivi momenti della pellicola attraverso una parabola esistenziale che lo conduce, nell’arco di pochi mesi, dall’oscurità di un inverno di apatia e cupa rassegnazione all’avvolgente luminosità di una primavera di vita e di sentimenti improvvisamente riconquistati. 

La seconda creativa immagine della Seconda primavera, quella del ponte fatto costruire dalla moglie di Andrea, si trasforma così in uno strumento reale e metaforico di congiunzione tra i destini di Andrea e Rosanna, entrambi dolorosamente sospesi tra la consapevolezza di un presente inappagante e il ricordo dolce di un passato inafferrabile, ma è anche un ponte di speranza (per dirla con le parole di Thornton Wilder “l’unica sopravvivenza, l’unico significato”) gettato tra l’amarezza di una vita spenta, senza stimoli e l’ebrezza di un salto entusiastico verso il cambiamento. Ed è con l’immagine del giardino, contemplato dalla prospettiva del ponte, che Calogero sceglie significativamente di concludere il film facendone un simbolo, lirico e suggestivo, del riscatto emotivo di Andrea, della sua rivalsa sulla mediocrità che lo circonda, della conquista di una rinnovata pienezza che è per lui, e per tutti, una seconda primavera.                                

Seconda primavera sarà nelle sale italiane a partire dal 4 febbraio, distribuito da Mariposa Cinematografica

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About

Nata a Roma nel 1995, ma napoletana d'origine, studia Lettere moderne presso l'Università di Roma Tre. Interessata e poliedrica, appassionata d'arte, cinema e teatro, ama la letteratura fin da bambina e ha fatto della scrittura il mezzo per conoscere se stessa e il mondo. COLLABORATRICE SEZIONE CULTURA


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